domenica 17 febbraio 2013

Se consulti le cartine, non finisci a Solothurn.

Aspettavo la pausa del semestre per poter riposarmi e ripartire, perché se sto ferma troppo nello stesso posto mi viene la muffa. Ed è sempre incredibile come la sottoscritta, dotata di livelli di pigrizia a dir poco imbarazzanti, riesca però ad accettare (e applicare) volentieri l'idea di alzarsi presto la mattina quando è in giro. E per "presto" intendo orari normali, quando la mattina inizia intorno alle 7 del mattino e non alle 13, inizia con una colazione semi decente e non con un pasto indefinito che non può essere colazione, ma neanche pranzo, bensì qualcosa che scivola pericolosamente verso la merenda. Tradotto in termini pratici diventa: apri il frigo e mangia la prima cosa che vedi, che sia yougurt al caffè, una scatoletta di pancetta affumicata o i pomodori.
Vista così comincio a capire perché mia madre si lamenta sempre di "abitudini alimentari vergognose". Grazie, mamma, tu cerchi di riportarmi sulla retta via. Io però sono impegnata ad aprire la vaschetta del salmone alle 13.46 del martedì di vacanza, di solito.

Tornando al punto.
Taglio sulle vicissitudini pratiche e decisionali della cosa, dico solo che il posto che ho scelto per scrollarmi la muffa di dosso è stata la Svizzera. In treno.
La Svizzera che di solito non calcola nessuno, troppo vicina per essere considerata una meta degna di nota, troppo cara per valutare un weekend lontano da casa, troppo ordinata, precisa e pulita per accogliere i suoi caotici e confusionari vicini.

Ma le mie priorità erano:
a) trovare un posto non troppo lontano perché "da sola in aereo non ci vai" (da sola in aereo in Danimarca no, da sola in treno a girare a caso per la Svizzera sì. Ci deve essere una logica, ma non la colgo);
b) approfittare degli sconti dei treni senza arrivare a spendere una bordata di soldi nelle spese per gli spostamenti tra Italia e paese scelto. Un vicino di casa che ha sbagliato una prenotazione Interrail è stato una manna dal cielo: paese vicino, senza aereo, prezzi bassi.
c) altre priorità che ora non ricordo.

Ho fatto l'itinerario in 2 giorni scarsi (leggasi: ho prenotato gli ostelli meno cari dicendo "In qualche modo ci arrivo") e sono partita da Milano il 14/2 alla volta della prima città a caso che il mio """"itinerario""" consigliava. Itinerario, tra l'altro, ispirato da alcune guide turistiche di nessun valore trovate in giro per la rete, il sito ufficiale del turismo svizzero e qualche opinione su forum vari.


14/2
Thun
Su territorio italiano c'erano 14 soli, neve in via di scioglimento e qualche pigra nuvoletta che gironzolava tra le vette delle montagne intorno a Domodossola. Poi è arrivato il tunnel del Sempione.
Appena uscita, mi ci son voluti un po' di secondi a riacquistare l'uso della vista (tunnel buio che si spalanca all'improvviso su una distesa di neve lucente non è il massimo, ecco). Quando son riuscita a vedere di nuovo ho temuto seriamente di essermi addormentata per moooolto tempo e di aver preso il Milano- Vladivostock più che il Milano-Basilea. 
Cielo bianco. Neve ovunque. Alberi così carichi di neve che si piegavano in modo indecente e sembravano sul punto di rompersi, fiumi larghi come il Naviglio a Porta Genova completamente gelati, nessuna forma di vita per chilometri e chilometri. Il treno correva, saltava stazioni vuote, si fermava in altre altrettanto vuote: lì i passeggeri scendevano e quando parlavano il fiato gli si congelava direttamente, cadendo per terra a forma di stalattite.
Cielo, son finita in Lapponia.

Thun. E il fiume Aar.
La prima tappa è stata Thun la porta sull'Oberland Bernese come la chiama il sito ufficiale. 2 ore e mezza di treno da Milano, quando ormai sei abituato al paesaggio e rassegnato all'idea di abbandonare il tepore del vagone e, sì, anche un po' la signora che urla al telefono dietro di te da quando avete passato Briga.
Thun è una città di dimensioni medio-piccole, attraversata dal fiume Aar (o Aare) e affacciata sul lago di Thun (che fa sempre parte del bacino dell'Aar): è una città senza grosse pretese, che vive di turismo di lago, con il castello che dice "Turisti! Se vi siete rotti di vedere le barchette sul lago, venite qui!". Dopo 300 gradini di passione e bestemmie sussurrate, la fatica di portarsi su lo zaino da 4kg oltre alla tua persona di chili non ben definiti e che non voglio definire, lo sforzo viene però premiato. Dal castello, dove la custode ti rifocilla di cioccolatini gratis, probabilmente consapevole del fatto che una volta in cima mangeresti anche le impalcature, la vista è meravigliosa. Anche in giornate uggiose, biancastre e fuori dalla stagione turistica. come quella di mercoledì


Interlaken
Sull'altro capo del lago di Thun, sempre sull'Aar, mezz'ora scarsa di treno e appena scendi pare di aver cambiato latitudine. Interlaken è gelida, chiusa tra alcune delle montagne più alte del paese, con un vento perenne dalla capacità di soffiare da qualunque direzione in qualunque momento. Se senti le volate in faccia, hai contemporaneamente una corrente fretta che ti spinge verso sinistra, una da destra e una che ti entra nel giubbotto da sotto. Ed era piena di orientali. Più che un cantone svizzero sembrava una provincia cinese o giapponese o coreana. In proporzione vincevano i cinesi però.

Interlaken. E il fiume Aar.

Interlaken è un buco di città, ma, senza cartina, mi perdo. Fermo una ragazza:
"Sorry, I have to go to this place"
"Ah, I know it! You go..." si guarda intorno perplessa. Assume l'espressione di una che, per la prima volta dopo tanto tempo, sta chiedendosi dove fosse, in che città, in che decennio e perché. Tremo.
"You... you... come!" mi afferra per un braccio e mi trascina alla meta. Brutale, ma gentile.

A differenza di Thun, Interlaken trasuda turismo da ogni angolo. Una via solo di negozi di souvenir che raccoglie tutti i luoghi comuni sulla Svizzera, orologi, formaggio, coltellini, bandiere quadrate, mucche, una città-parodia di un paese insomma, usata solo come appoggio per chi va a sciare nelle valli intorno o chi (in estate) decide di farsi le crociere sui laghi. Niente da sottolineare, quindi, ma la forza di Interlaken sta proprio nel fatto che non ha pretese di nobilitazione di alcun tipo: è una città turistica, nient'altro da dire. Non intorta i turisti inventandosi attrazioni o monumenti di dubbio valore, appena scendi dal treno ti piazza in mano il pass per andare a sciare sulla Jungfrau e tanti saluti.
Ha un caprone come stemma, cosa ci si aspetta di più?


15/2
Lascio Interlaken mentre nevica come se fossi davvero in Siberia e 2 ore di sonno scarse a causa di compagni di camera che russavano come caproni. L'unico piano della giornata è essere a Berna per sera, il giorno è mio. Il primo piano della giornata è dormire in treno, cosa che viene subito vanificata salendo sul Lucerna- Berlino: per evitare di chiudere gli occhi a Thun e svegliarsi ad Hannover, prendo una cartina (la prima e l'unica di tutto il viaggio) con la mappa ferroviaria e la studio. C'è una città poco a nord di Berna che sembra uno snodo ferroviario importante, Olten: da lì si può andare praticamente ovunque.

A Berna mi colpisce un abbiocco potente, complici anche i continui tunnel, che riesco a sconfiggere ricorrendo al pensiero di me stessa seduta su una panchina della stazione di Hannover mentre mi litigo il posto con il barbone locale.

Scendo a Olten, vedo il fiume Aar (ebbene sì), cerco, invano, di acquistare una cartolina, poi salgo sul primo treno che capita. Che brutto errore.


Solothurn
Spero ci sia un posto speciale all'inferno per chi consiglia Solothurn nelle guide turistiche. Quello che colpisce di più è il silenzio irreale che domina in tutta la città, nonostante ci sia gente in giro. Attraverso il ponte sull'Aar (sì, attraversa anche Solothurn) e già si intravedono le cupole della basilica di cui parlava la guida. E niente: la basilica c'è, anche piuttosto deludente, le scalinate scendono verso la "via dei negozi", 500 metri scarsi di via dritta in sanpietrini che finisce contro un palazzo che sembra dire "Bona, hai visto tutto, adesso levati dalle scatole". La tanto decantata Porta di Basilea, proprio accanto alla chiesa, è un arco a volta in mattoni, minuscolo, che si affaccia sul nulla cosmico.

Solothurn. E il fiume Aar (che ha il coraggio di venirci pure lui)

Neanche un'ora dopo ero già in stazione a chiedermi cosa fare, cosa mi è venuto in mente quando ho deciso di prendere il treno per venire in questo buco di città, ma, soprattutto, cosa ha fatto Solothurn per meritarsi il titolo di capoluogo cantonale. Alla fine della "via dei negozi", mi son girata a guardare la chiesa e mi sembrava una versione triste di quelle città che si inventano chissà cosa per attirare turisti. Mi sembrava Mortara. Inoltre, è un caso palese di nomen omen: in italiano è Soletta. Soletta. Chi mai ci va in un posto che si chiama Soletta? Io, che giro senza cartine.

Mentre meditavo sull'inutilità di questa città, al bar parte L'amico è. Questo è il segnale che bisogna levarsi dalle palle, prima che mettano anche Osanna è e peggiorino la situazione.


Neuchatel
A mezz'ora di treno da quel postaccio ce s'è rivelato Solothurn, c'è Neuchatel, altro capoluogo cantonale, questa volta nella Svizzera francese, affacciata sull'omonimo lago. Quello che colpisce subito della città, oltre al fatto di avere un punto di informazione turistica, è che è in pendenza. La stazione è in cima a una collina, per andare al lago puoi scendere a piedi o rotolando, se prendi il giusto lastrone di ghiaccio, arrivato in fondo scopri l'esistenza di una funicolare per tornare su verso la stazione e capisci che le bestemmie che hai tirato durante la salita per il castello di Thun serviranno ancora. Difatti ne parte subito una quando ti giri e ti accorgi di aver appena concluso una discesa che sarà intorno al 12% di pendenza: non è tanto per le gambe che stanno per cedere e al pensiero di aver sprecato energie inutili a camminare per Solothurn, quanto che, in qualche modo, bisognerà tornar su. E 5 franchi per la funicolare non li spendo.

Neuchatel.  Questa volta senza il fiume Aar.

Porto e lago, ovviamente, sono più imponenti di quelli di Thun. Neuchatel, inoltre, è completamente diversa dalle città della Svizzera tedesca, più elegante anche negli edifici e nella disposizione delle strade, più cara di Thun e Interlaken messe assieme. Il castello di Neuchatel (anche lui in ristrutturazione) è, ovviamente, in cima a una collina che non è la stessa di quella della stazione: le collinette non sono dolci pendii da percorrere tranquillamente, in prossimità delle colline la città si impenna. Letteralmente.

Arrivo al castello dal lato delle scale e, a giudicare dallo sguardo che mi lancia una signora di passaggio, ero probabilmente conciata come la Sposa in Kill Bill 2 mentre trasporta i secchi d'acqua sulle scale del tempio di Pai Mei. Un paio di foto, qualche minuto a riprendere fiato, poi mi avvio verso la stazione.
Sì, ma come?
Fermo una signora (non quella di prima) e chiedo informazioni.
"Scusi, per la stazione?"
"Stazione... devi scendere, poi prendi Avenue de la Gare"
"Come scendere? Ma sono alla stessa altezza qui"
"Sì, ma non ci sono strade dirette, devi scendere giù verso il centro e poi risalire".

Scendere e risalire. Scendere e risalire. Togli la cera, metti la cera. Non bestemmiare, è francofona, ti capisce.

Avenue de la Gare è una versione più dolce della discesa, diciamo 10% di pendenza anziché 12%. Il passo lento da mulo da soma che sta ancora porconando contro l'inutilità di Solothurn, perché in quei momenti te la prendi con tutto, mi fa fare la strada insieme a una ragazza sconosciuta. Qualche sorrisino, qualche sguardo da "Lo so cosa stai pensando, perché lo sto pensando anche io". 
Camminiamo parallele per un quarto d'ora come nelle gite in montagna con l'oratorio, quando si genera quel cameratismo tale che si basa sulla velocità della tua andatura più che sull'amicizia, così finisci a parlare con quella di un anno in meno che non hai mai cagato di striscio e scopri chissà che cose interessanti, poi arrivati in cima magari hai perso un polmone, però hai conosciuto una persona interessante.

Ci separiamo in stazione rivolgendoci un cenno di saluto, io verso il binario di Berna, lei quello per Solothurn. Che Dio t'assista, ragazza. Che Dio t'assista.


Berna
Capitale di Svizzera, dell'omonimo cantone, quinta città più grande del paese, attraversata dal fiume Aar. Adesso pare che l'Aar sia l'unico fiume di tutta la Svizzera, ma è solo il più lungo e questo mio vagabondaggio sulle sue rive è stato del tutto casuale, giuro.

Berna
Berna è più internazionale di Neuchatel, ma non internazionale come Zurigo. Più caratteristica di Friburgo, ma meno di Thun. Più bella di Solothurn, questo poco ma sicuro.

Berna è stata la vera sorpresa positiva del tour: oltre a sottolineare il suo status di capitale e il centro storico patrimonio UNESCO, le guide non dicevano molto altro. Invece, complice anche il carnevale ancora in atto, una delle cose più folli che io abbia mai visto, Berna s'è una città meravigliosa, davvero una bella sorpresa. Dal centro storico con le vie in pendenza (meno di Neuchatel) al palazzo della Curia della Confederazione, affacciato su una piazza insieme a quello della Banca Svizzera e di un Ministero, alla gente con indosso assurdi vestiti di carnevale. Berna ha riassunto tutte le note positive delle città viste in questo breve giro, anche l'unica di Solothurn: la stazione che là è servita per levarsi dalle scatole, a Berna era una città nella città.

Che hanno capito tutto, visto che il traffico Bern-Solothurn era relegato a un tristissimo tunnel sotterraneo senza negozi, dove mancava solo la scritta "Entrate a vostro rischio e pericolo".

Il fiume Aar, Immancabile.

domenica 20 gennaio 2013

Natale dove vuoi, Pasqua (2012) pure.

Per festeggiare il ritrovamento de blog la cosa migliore è parlare dell'ultimo pellegrinaggio italica. In terra straniera diventerebbe un po' lunghetto, io non ho la pazienza, 3/4 di chi legge viene sicuramente ammorbato ogni tanto nelle riunioni di amici e parenti da quello che è stato una volta in un posto lontano e sconosciuto (di solito Stati Uniti o Australia) e lo racconta come se ci avesse vissuto 6 anni.
Al massimo c'è stato due settimane con un tour guidato o con un'offertona di LastMinute. Non importa, si attaccherà a tutti i pretesti per uscire con frasi come "In *inserire meta* questa cosa non è tollerata" o "Quando sono andato in *inserire meta*..." o "Ti ho mai detto quando in *inserire meta*..."

Le regole del gioco sono semplici: qualsiasi destinazione sia più distante in linea d'aria di Portogruaro o, ancora meglio, fuori dai confini nazionali (il Canton Ticino, non so perché, non conta) diventa automaticamente quella specie di città/terra mitica che aspetta solo di essere esplorata da lui/lei, appena scesa all'aeroporto e fresca di litigio con assistenti di volo Ryanair sul prezzo dei profumi. Guai a dire una meta più lontana di quella appena citata.Guai. Più che altro perché la maggior parte delle volte l'Avventuriero non sa dove si trovi.
Una volta stavo ascoltando una di questi Avventurieri che pontificava su un edificio orrido visto l'estate prima a Sharm el Sheik (a proposito di mete esotiche, tutte da esplorare), talmente brutto che rovinava il panorama. Quando ho detto: "Dovresti vedere la Cattedrale di Reykjavik" mi ha guardata come se avessi appena ruttato. Ho abbassato il tiro: "La Sagrada Familia di Barcellona è molto bella però". Al che è seguito un cenno d'assenso e sul fatto che Barcellona è una bella città.
Non sono spocchiosa, solo che non raccontare le tue avventure di donna/uomo vissuto se hai fatto una settimana a Limito di Pioltello a combinarne di tutti i colori e torni convinto che nessun altro sia maturo quanto te e nessun'altra meta sia bella quanto quella che hai visto tu.

Basta, sto divagando.

Torniamo al punto di partenza: anche qui il tutto è stato mosso dall'olandese, più precisamente da una delle poche persone con cui ho mantenuto contatti più o meno regolari dopo il ritorno dal Belgio 2 anni fa e sono contenta di questo contatto, perché penso sia una delle persone che ho conosciuto negli ultimi anni con cui ho trovato più empatia in assoluto. Momento sentimentale concluso, non sbattetevi ad andare a prendere i fazzoletti rimasti sul tavolo della cucina, state pure tranquilli.

Dicevo, tutto è cominciato da un "Dobbiamo rivederci, è da fine Agosto che non ci si vede".
Io sono a Milano, lei è in trasferta-studi a Trieste.
"Città intermedia?"
Siamo studenti. Siamo squattrinati. Non siamo motorizzati, al massimo trenitalia dotati. Che culo!
"No, non val la pena. Perché non vieni qui a Trieste e poi giriamo un po', magari andiamo in Slovenia..." Era il 2 Aprile, Pasqua l'8.

Con scatto felino, il 3 avevo in mano i biglietti scontatissimi dei treni andata e ritorno Milano/Trieste, il 4 notte, tra gli urli di mia madre sul fatto che io e l'organizzazione siamo (e saremo sempre) due cose distinte e che uno sano di mente non può mettersi a fare la valigia la notte prima di partire, ho finito il bagaglio, il 5 nel primo pomeriggio ero già sul Frecciabianca.


Il treno è in assoluto il mio modo preferito di viaggiare, concilia il sonno meglio dell'aereo e puoi goderti panorami migliori di nuvole-nuvolette-sole accecante- tendina tirata giù dal vicino dell'aereo. Tutto questo non vale sulla Milano-Brescia. Mi sono riservata il posto nel salottino da 4 persone con tavolino. "Ma non dormire con la testa sul tavolino, sennò sembri una tossica!" le parole di mia madre mi hanno rovinato la pennichella dell'andata, inutile negarlo. Il mio tramezzino tonno-uovo e un Kinder Pinguì appena acquistati aspettavano con ansia di essere divorati, il mio stomaco bramava le scagliette di cocco sul Kinder Pinguì e io aspettavo la partenza per godermi un pasto da viaggiatore e mitigare la tristezza nell'attraversare stazioni come Lambrate o Segrate.

L'imprevisto è arrivato, nella forma e nei vocioni di tre grossi bresciani appena rientrati da Parigi che reincarnavano precisamente tutti i pregiudizi intorno al bresciano medio: lingua incomprensibile, grandi, grossi, caotici e... muratori. Muratori orgogliosi, che si illuminavano ogni qual volta appariva un pilastro della linea d'alta velocità ("Vedi? Quello l'abbiamo finito a dicembre!"), con la bocca piena di complimenti (credo) per il quartetto di finlandesi sedute nel tavolino accanto e di critiche per il soggiorno a Parigi appena concluso. Circondata da questi pittoreschi compagni di viaggio non riuscivo né a dormire (quello davanti a me sarà stato 2 metri per 200kg e DOVEVA per forza allungare le gambe), né a mangiare in pace (mangiate un panino davanti a 3 energumeni che hanno fatto solo colazione prima di partire dalla Francia e poi più nulla. Nulla!).

Di tutto il viaggio posso dire con sicurezza che Milano-Brescia è quello che sembra non finire mai, come la carta igienica. Quando sono scesi tutti e tre raccomandandomi di tener loro un posto per il prossimo viaggio tutti insieme, avevo talmente fame che mi sarei mangiata una finlandese. Poi mi sono ricordata del panino, che nel frattempo era scivolato in qualche anfratto del sedile e devo averlo divorato in modo anche piuttosto scenico, visto il cimitero di briciole sul tavolino e un paio di finlandesi perplesse che fingevano di guardare i pilastri incompleti della Brescia-Verona (piuttosto che le incantevoli montagne dal loro finestrino) quando in realtà stavano fissando la macchia di maionese che avevo sul naso.

La comitiva finlandese è scesa a Verona e, tranne un tizio che si è tirato in testa il bagaglio a Vicenza dando la colpa a 3/4 degli abitanti del Paradiso, è andato tutto bene.

Poi Mestre. La degradante stazione di passaggio, a un passo dalla poesia di Venezia, con la capacità di richiamare in sé la crème de la crème dei viaggiatori in arrivo da Venezia o che Venezia non l'hanno vista manco in cartolina. Il tempo di assistere a una rissa intraculturale tra un barbone italiano e uno africano e poi via sull'interregionale veloce per Trieste. Altre 2 ore e poi a destinazione!

Serata tranquilla, giornata successiva ad esplorare quel di Trieste che non avevo visto durante la mia visita-lampo un anno prima (ed era tanto quello che non avevo visto), intanto si discute sul cosa fare la sera e a Pasqua. La sera non c'erano problemi, osmizza poco ma sicuro (http://it.wikipedia.org/wiki/Osmizza) per far contento il colesterolo. Ma a Pasqua?



Piani ambiziosi di gioventù suggerirono inizialmente Belgrado, piani finanziari in rosso di studenti universitari reclamarono a gran voce che non era il caso. Graz? Lontana. Ljubiana? Pure.
Aspetta però che stasera ci si sfonda di salumi, domani c'è Immanuel Casto e abbiamo altro a cui pensare.

La mattina del 7 Aprile si apre uggiosa e cupa, ben diversa dalla giornata precedente, ma siamo forti e temerari, abbiamo il gusto dell'orrido, del brivido e del trash (in questo eccedo in modo particolare). Abbiamo un'auto, abbiamo un guidatore designato, abbiamo la compagnia e ora anche una destinazione: lasciamo alle spalle gli accenni di pioggia e bora a Trieste e ci avventuriamo alla volta di Pula (Pola in italiano), in Istria.

Ora, una piccola precisazione. I tempi in cui, nella biblioteca dell'hotel di Andalo, recitavo a memoria tutte le capitali europee a mio padre sono finiti: avevo 8 anni, un numero di Topolino (Paperino se ero fortunata a trovarlo in edicola) che doveva bastarmi 2 settimane, un mazzo da briscola e nient'altro. Dovevo pur trovarmi qualcosa da fare, oltre a rileggere le stesse storie di Paperino 300 volte, così sapere che Stoccolma era la capitale della Svezia e Kiev quella dell'Ucraina (manco sapevo dove fosse l'Ucraina) mi sembrava un passatempo valido. Tutto questo giro di parole per dire: la mia conoscenza geografia ora, comparata ad anni fa, è pessima.
Così un anno prima, la mia prima volta a Trieste, quando mi dissero "Andiamo a Capodistria" (Koper in sloveno) io, appena scesa da 5 ore di treno (e cambio a Mestre) mi ero chiesta: "Perché andare fino in fondo all'Istria?".

Koper è sulla costa slovena, appena fuori Trieste. Non in Istria. Non in Croazia. Pula è in Istria, ma neppure lei è nella punta dell'Istria. Premantura è la città che più si vicina al capo dell'Istria, non Capodistria (che per di più si scrive tutto attaccato) che è da tutt'altra parte e allora perché si chiama Capodistria se manco si trova in Istria, manco un capo è.

Insomma, dopo tutte queste riflessioni eravamo già a Dragonja, sul confine tra Slovenia e Croazia. I croati, che stranamente non hanno rotto come al solito al controllo documenti, ci hanno fatte passare in fretta e in un attimo sono stata gettata nella più completa disperazione dalla serie di doppi nomi italiani e croati diffusi in Istria: Porec è Parenzo, Novigrad è Cittanova, ma Nova Vas diventa Villanova. Troppi nomi per me.

Due ore d'auto eravamo a Pula e io avevo dimenticato tutta la confusione di nomi con una mezza dormita e la musica di un duo reggae francese, i Tyro (che consiglio caldamente).
Dopo un'affannosa ricerca dell'ostello, che si era rivelato più infrattato del previsto, eccoci per le strade di Pula.

Vedo grigio. Ovunque.

Pula, che è una città tipicamente estiva. E cosa succede alle città che vivono di turismo estivo in una giornata cupa in bassa stagione? Diventa come una di quelle ragazze che sei abituata a vedere truccatissime e perfette e quel giorno che escono senza un filo di trucco ti fanno fare un salto sulla sedia pensando di aver incontrato la gemella brutta appena uscita dallo sgabuzzino in cui ha passato una vita. Ergo: la città era incupita, spenta, con colori completamente diversi da quelli che si vedevano nelle cartoline, in foto scattate sotto un sole cocente con strade piene di tedeschi rossi come aragoste.

è anche una delle poche città della zona a vantare testimonianze concrete del passaggio dei romani, l'arena da cui si vede il mare, l'arco di trionfo, il tempio di Apollo, resti di colonne buttate nei parchi gioco, altre colonne adibite a panchine per barboni, la casa di Agrippina incastrata tra palazzi moderni su cui si affacciano balconi e signore che sbattono la tovaglia del pranzo... qui si sente lo spirito italiano: una grande eredità storica messa a cazzo di cane.

Dopo una scarpinata infinita, un pellegrinaggio nei bar, torniamo in ostello con la promessa di sfruttare almeno una mattina i costumi da bagno. Sì, proprio.
L'ostello era uno di quegli ibridi turistici che soprannomino per l'occasione "campello", una reception e un paio di camere in un vero edificio di mattoni e il resto in bungalow sparsi a caso in giardino, un po'affacciati sul mare, un po' su un inquietante bosco e il resto vicini alla tettoia della colazione. Il nostro """"appartamento"""", una rulotte senza ruote con 2 letti a castello e un bagno era la più remota: incastrata tra il bosco inquietante e la spiaggetta di sassi, lontano dal recinto della colazione. Per di più era chiusa da Agosto, appena aperta la porta è uscito un fetore che ricordava un po' una palude del Po, una pescheria di Genova e qualche pantegana particolarmente voncia dei canali di Venezia. Un po' tutto insieme. Ah, sentivo anche una punta di alghe del Naviglio nei pressi di Porta Romana.

In un attimo ci si abitua all'odore, o si sviene sul letto per il fetore, non so, la linea è molto sottile.
La mattina dopo non è I wanna rock dei Twisted Sister a svegliarmi, ma uno scroscio indecente proveniente dall'esterno. Il dormiveglia di primo grado mi suggerisce un attacco di zombie provenienti dal boschetto come in un film di Romero, di quelli sadici e affamati che si attaccano alle pareti e iniziano a graffiare.
Il dormiveglia di secondo grado sostiene invece fosse un qualcosa che bolliva sul fuoco.
Il dormiveglia di terzo grado (la veglia praticamente) mi dice: "Cretina, sta diluviando"

C'è qualcosa di più triste di una città pensata per il turismo estivo vista d'inverno? Sì, una città pensata per il turismo estivo vista fuori stagione su cui si sta abbattendo un diluvio universale. Queste città hanno la capacità, sotto la pioggia, di trasformare tutti i colori di cui sono dotate in estate in tonalità cupe, grigio e nero in prevalenza. Sembrava di vivere in un film degli anni Quaranta, pure l'acqua della spiaggetta, che ieri era verde-azzurra, oggi era verde-nera. I sassi? Grigio chiaro. Il bosco? Nero-verde. La colazione? Un festival di colori normali appestati dal grigio.

altro che 50, qui ne vedo 120 di sfumature di grigio

Prendi un po' di marmellatine, và, così non abbiamo problemi col pranzo.

Il viaggio di ritorno non è stato pittoresco come quello dell'andata, soprattutto perché ho dormito alla grande, aprendo un occhio ogni tanto per intravedere un cartello o sentire a che canzone eravamo arrivate con il cd dei Red Hot Chili Peppers (dite quello che volete, By the Way e Californication sono i migliori per i viaggi in macchina).

Pasqua tra cioccolatini, dormite e film serale. Poi il giorno dopo di nuovo treno e di nuovo casa. Prima di addormentarmi ho fatto in tempo a vedere Trieste allontanarsi ascoltando Sultan of Swing dei Dire Strait: adesso ogni volta che sento "We are the Sultans... we are the sultans of swing!" mi viene in mente l'immagine del castello di Miramare. Poi non ricordo altro, il treno era diretto fino a Milano, la seconda volta che ho aperto gli occhi ho letto "Lambrate" e sono letteralmente rotolata giù dal sedile, facendo spaventare la povera ragazza cinese davanti a me.

Naaah, i colori ci sono! Eccoli! Basta aver fiducia (e sole)


Volevo precisare che io non dormo, compio degli studi sul letargo umano. Un giorno le mie ricerche serviranno a qualcosa, tipo creare poggiatesta più comodi sui treni.

venerdì 18 gennaio 2013

Hai impegni per venerdì 18?

I romani credevano che il 17 fosse il numero porta sfortuna per eccellenza. Quando ancora usavano le lettere per indicare i numeri 17 era XVII, anagramma di VIXI che, come cinque anni di latino hanno provato inutilmente a insegnarmi, vuol dire "vissi" ovvero: prima ero vivo, ora non lo sono più (quindi so' morto).

Il 17 è un numero porta sfiga perché è l'anagramma di un sinonimo di "morto". Avevano un sacco a cui pensare, questi romani.

In 22 anni di vita, però, il mio numero porta sfiga per eccellenza è sempre stato il 18. Il 18 (e il 29 settembre, ma quello penso sia un caso particolare) è il giorno delle catastrofi e delle brutte notizie e oggi, venerdì 18, è il climax di tutto questo. Non sono neanche le 15 e posso dirlo tranquillamente: è una giornata di merda.


Giornata di merda che comincia con Madre che da di matto su argomenti generali. Siccome ero io l'unica fonte di vita presente in casa stamattina dopo le 9 (il cane e la pianta in soggiorno non contano) sono diventata automaticamente il capro espiatorio di tutta la negatività che si è abbattuta su questa casa da una settimana a questa parte. La lampadina della scala per andare in cantina bruciata, mia sorella con l'insonnia, io che dormo troppo, il cane che puzza, mio zio perché è mio zio, la tapparella della cucina rotta. Mentre ascoltavo il fiume di parole sotto il mio piumone coi cuoricini, mi sorprendevo da sola dei miei poteri mentali: pur profondamente addormentata quando è stato compiuto l'attentato ai danni della secolare tapparella della porta-finestra della cucina, sono riuscita a romperla, anzi, peggio, a strappare la corda. Dovevo proprio odiarla quella tapparella.

Fatto sta che sembra impossibile trovare un tapparellista (ebbene sì, esiste anche la categoria "tapparellista") in tempi decenti, di colpo tutti i conoscenti sembrano avere le persiane ai vetri e l'unico che può riparare la tapparella entro domani pare sia quell'ex amico del vicino di casa che ora s'è trasferito nella tundra siberiana. Anche lui ora, giustamente, all'igloo ha messo le persiane però.

Quando la cosa inizia a farsi insostenibile, ovvero quando vengo incolpata anche di aver distrutto il letto nella casa al mare nel lontano 1998, capisco che è ora di levarmi dalle palle. Esco, saluto il cane, arrivo in stazione.

"Avvisiamo i signori viaggiatori che il treno S6 numero 106QUALCOS'ALTRO delle ore 10.11 proveniente da..." dì Pioltello, dì Pioltello "...Novara..." fuck "oggi non è stato effettuato" FUCK. Vabbé prenderò il 10.41, arrivo con un filo di ritardo.

Ah, lo sciopero indetto dal sindacato ORSA, quel sindacato di cui tutti ridono dicendo "tanto è piccolo". Oggi ha deciso di vendicarsi di tutte le prese per il culo degli ultimi 30 anni credo, facendo uno sciopero a cui ha aderito il 100% dei lavoratori. Nessun treno da/per Milano fino alle 17, a meno che non si voglia provare il brivido di saltare su un Torino-Trieste in corsa per far eccitare l'Indiana Jones che è in ognuno di noi.

Ma oggi è venerdì 18: piuttosto che imbarcarmi nell'avventura Indiana Jones e la quest per arrivare a Rho Fiera, preferisco richiamare Madre e chiederle un passaggio per la fermata dell'autobus:
"Mà, non ci sono i treni, c'è sciopero"
"... non ho capito niente"
"C'è sciopero dei treni. Vado in pullman, mi dai uno strappo alla fermata?"
"Non dire stronzate, sciopero dei treni? Vieni a casa che ti porto io"
"è quello che ti ho appena chiesto..."
A quanto pare, cercare un tapparellista provoca nervosismo, interruzione delle capacità celebrali e sordità acuta.

Il tempo di arrivare alla fermata e, ovviamente, il pullman delle 10.38 era appena partito (FUUUUUUUCK). Amen, dai, aspetto una mezz'oretta alla simpatica fermata senza panchine, tanto il libro ce l'ho, il ritardo ormai è appurato, basta mettersi il cuore in pace. Prossimo pullman: 11.08

ore 10.45: litigio tra cani a tipo mezzo metro dalla fermata. Signora, cosa compra un cane di 40kg se lascia andare il guinzaglio appena questo si lancia contro un qualsiasi altro quadrupede?

ore 10.55: comincio a non sentire più le dita dei piedi. Memo: metti stivali, non All Star, Winter is coming, bitch.

ore 11.05: s'è radunata ormai una folla nei pressi della fermata. I piedi non rispondono agli stimoli, peggio ancora, è iniziato un capitolo di Bran. Bran in A Dance with Dragons è letale.

ore 11.10: la folla di prima inizia a sporgersi con insistenza dal marciapiede. Ho perso i piedi e sto iniziando a perdere le dita delle mani. Bran cade nella neve e non giova alla situazione generale.

ore 11.15: magari tra quelli che stanno iniziando a guardarsi in giro nervosamente come se il pullman dovesse apparire all'improvviso dal cielo c'è un tapparellista.

ore 11.20: il pinguino di Happy Feet sta aspettando il pullman per Magenta dall'altra parte della strada.

ore 11.25: mancano 5 pagine alla fine del capitolo di Bran e a me almeno 4 dita della mano sinistra. Al diavolo il pullman, Molino Dorino, al diavolo tutto, torno a casa. In mezz'ora di passeggiata, forse riprendo il controllo del piede destro almeno.


Il rientro a casa è stato meno traumatico e più veloce del solito, fino a quando non sono arrivata in stazione. L'ira funesta s'è manifestata di nuovo in tutto il suo splendore quando un Milano-Torino m'è sfrecciato sopra la testa, gli schermi giravano il dito nella piaga facendo lampeggiare un CANCELLATO in caratteri cubitali per ogni treno e gli addetti della stazione hanno finalmente tagliato i rovi, ma lasciato i rami lì per terra, liberi di girare nel sottopasso.

Ma possibile che uno non riesca a prendere un treno tranquillamente, salgo alle 10.11 e arrivo a destinazione, senza... momento. Momento. I rami non vagano liberamente per strada, non possono, sono rami. C'ho messo almeno 4 metri per capirlo, il tempo di girarmi e uno di quei suddetti rami stava risalendo con me dal sottopasso: ovviamente non era un ramo, ma un serpente di 2 metri, credo, nero e lucido ed educato. Educato perché teneva la destra, non come la sottoscritta che camminava in mezzo alla strada, pronta a essere stirata dal primo ciclista di passaggio.

Ho fatto un pezzo di strada con gli occhi fissi sul serpente che andava per i cazzi suoi, bell'animale, non credo sia molto rappresentativo della fauna locale, ma bello. Talmente bello che non guardavo altro, neanche la strada, neanche il palo che segnala che il sottopasso è pedonale e le bici le devi portare a mano. Questa non la sapevo. Ora lo so, grazie all'incontro ravvicinato della mia tempia contro il suddetto palo. Per una volta non c'era nessuno lì a guardare, neanche il serpente, che nel contempo era finito chissà dove.

è decisamente meglio tornare a dormire. Ah, no, non posso: è la giornata del cambia-i-copriletti.
Venerdì 17 staminchia.

domenica 27 maggio 2012

L'elogio ai lieto fini mancanti

Rileggendo i post precedenti mi stupisco come io abbia toccato qualsiasi argomento di mio interesse (film scemi, musica dimenticata, pellegrinaggi in ogni dove, fumetti di varie stratificazioni sociali), ma non abbia mai speso neanche mezza parola sui miei passatempi informatici, anzi, IL mio passatempo informatico principale dopo Restaurant City e (ultimamente) i Sims: Spellforce.

Partiamo con ordine: non è un sito porno. è un videogioco. Sconosciuto (ho sempre il cuore tenero quando si tratta di recuperare e avere a che fare con cose che una persona normale non si degnerebbe neanche di guardare). Talmente poco popolare che non ha neppure la pagina di wikipedia in italiano e ormai è introvabile su tutto il territorio nazionale: sono l'incubo del commesso del negozio di elettronica locale, che ormai mi ha etichettata come "Tu sei quella che cerca sempre i videogiochi che nessuno conosce". E ha ragione.


Ma la cosa divertente e anche piuttosto stramba di questo gioco è che non è composto da un solo capitolo: sono 5 capitoli con un sesto in arrivo. Eppure in Italia lo conoscono solo in pochi eletti. Ci sono saghe molto più apprezzate, ma Spellforce sono 2 trilogie, quindi mi sono sempre detta che se sono arrivati a sei giochi qualcuno, oltre a me, li apprezza pure.

Forse è poco conosciuto perché non è americano, ma austriaco. E te ne accorgi, specie quando 3/4 degli errori di gioco sono sottotitoli italiani/audio inglese mancanti e rimani a fissare lo schermo con aria interrogativa chiedendoti cosa devi fare mentre orde di nemici ti piombano addosso. Ah, sì, è una via di mezzo tra gioco di ruolo e di strategia, anzi, un pioniere nell'unione di questi generi.

Si può riassumere tutta la sensazione generale di tutti (e dico tutti) i 5 capitoli in un solo brano della colonna sonora di questo gioco, a un livello decisamente eccelso rispetto al pubblico che è riuscito ad attirare. Ecco, così ci si sente durante e al termine di ogni capitolo.



The Order of Dawn (2003)


Il primo capitolo uscì nel 2003, con una trama che inizialmente non si scostava molto da un classico gioco di stampo fantasy, ovvero con più elementi ripresi da giochi ben più popolari come World of Warcraft o citazioni più o meno ovvie al romanzo principe di questo genere, Il Signore degli Anelli.
Sostanzialmente sei un guerriero immortale reduce da una guerra devastante che deve salvare il mondo. Niente di nuovo sotto il sole, insomma.

Ma il gioco ha subito un'aura di tristezza, di rassegnazione, che non dovrebbe esserci quando i co-protagonisti incontrano l'eroe di turno e questo sentimento di generale disperazione si ripete in tutta la durata della campagna. Anzi, l'eroe stesso è la causa di tutti i maggiori problemi/uccisioni/suicidi che avvengono successivamente e, in qualche modo, non è mai un vincitore. Tutte le missioni che porta a termine (lunghe, infinite, difficili) si risolvono con un nulla di fatto o a vantaggio del nemico. Non è l'eroe alla Capitan America che salva la giornata, ma neanche l'eroe per caso alla Kick Ass che ha fortuna nella sua inesperienza: è un eroe coi poteri di Capitan America che, però, non riesce a combinare niente di più di quello che farebbe una persona normale. E la storia è frustrante in più punti, nel senso che vorresti spaccare il cd in più punti e disperderne le ceneri sulla Milano-Torino. Perché sono giochi che si basano su una catena di errori involontari, un garbuglio di storie e citazioni che emergono piano piano in trame complicate, difficilmente intuibili e ben costruite, che ti fanno pensare: "Però, sti austriaci sanno il fatto loro".
In poche parole, il lieto fine in Spellforce non esiste.

Il gioco è divisibile in 3 tronconi:
1. Cerca il mago che ti ha risvegliato. Dopo infinite guerre e campagne lo trovi e lui viene ucciso.
2. Riporta un oggetto speciale a un altro mago per farti aiutare a sconfiggere il cattivo. E qui tutto bene (per ora)
3. Cerca l'oggetto fondamentale. Trovalo. Fattelo rubare dal nemico che conclude il suo piano per tornare nel passato e girare la storia a suo favore. Questo nemico, guarda caso, è la versione giovane dello stesso mago buono che ti ha svegliato. E qui capisci che questa storia (dal tuo risveglio in poi) si ripeterà in loop per sempre.
Un casino, insomma.

The Breath of Winter (2004)


Anche nel secondo capitolo del 2004 devi salvare il mondo (sei sempre un guerriero immortale, ma non quello di prima), ma stavolta da un drago incazzato che vuole congelare tutti perché qualcuno ha rapito la donna dei ghiacci che gli teneva compagnia. Dopo aver ingaggiato i primi combattimenti, finisci a liberare volontariamente, ma senza saperlo, il cattivo principale dopo esattamente 5 minuti dal filmato iniziale, nemico che sconfiggerai alla fine del gioco.
Sostanzialmente: tutto sto casino non sarebbe successo se avessi chiesto all'inizio "Per che cosa sto combattendo, esattamente?". In compenso vieni maledetto da una spada magica.

The Shadow of the Phoenix (2005)

Il terzo capitolo, siamo nel 2005, ma la grafica non è per nulla migliorata, ma, a mio avviso, è il migliore dei tre. Non devi salvare il mondo, ma te stesso dalla maledizione che ti trasforma lentamente in un essere detto "Ombra". Un'ombra, appunto, ma pericolosa e cazzuta.
Intanto vieni trascinato dal vortice della storia, ovvero salvare quella parte di mondo da un mago malvagio risvegliato (senza saperlo) poco prima da un altro guerriero immortale (alt: ricordate il punto 2 del primo gioco? "Riporta un oggetto speciale..." ecco. Guarda un po' chi è tornato a far casino).
Rispetto ai primi due (e nonostante il protagonista sia lo stesso del secondo capitolo) qui l'eroe è visibilmente rassegnato, arrabbiato col mondo, che va avanti per inerzia. Questa sensazione frustrante, ben presente anche nei primi capitoli, qui rimbomba in ogni elemento, i dialoghi, il mondo inquietante e decadente in cui viaggia, personaggi che parlano sempre di "ultima possibilità", "soluzione estrema", "fine prossima". E, alla fine, succede di nuovo: salvi il mondo, ma non te stesso, dopo aver assistito a una serie di morti causati dalle tue azioni. Diventi un'ombra e sparisci, come il protagonista precedente, negli ingranaggi della leggenda.

Spellforce 2- Shadow Wars (2006)

Qui inizia la seconda trilogia con Shadow Wars, seconda perché ha un protagonista del tutto nuovo: sempre immortale, ma questa volta non un lupo solitario reduce da una disastrosa guerra, ma un vero e proprio popolo legato ai draghi, maledetto a causa di un mago (nessuno di quelli già apparsi).
Non illudiamoci: la tristezza e la rassegnazione ci sono sempre, questa volta  si aggiunge solo il comportamento da buon samaritano. Il personaggio è un eroe per caso, discendente di gente bistrattata e ignorata da buoni e cattivi che, suo malgrado, si imbarca in una guerra per salvare prima la sua gente, poi il mondo intero. Alé.

Cosa succede? Anche qui 3 tronconi:
1. Cerca di salvare il tuo popolo con l'aiuto dei buoni. Non ci riesci. Il Cattivo vince su tutta la linea.
2. Decidi di inseguire il cattivo. I buoni non ti seguono, devi chiedere aiuto ai cattivi, tra cui un'Ombra maledetta (ricorda qualcuno?). Salvi i cattivi, ma perdi contro il Cattivo, che si rafforza.
3. I cattivi ti abbandonano, sei solo tu contro il Cattivo. Lo sconfiggi, ma tu sparisci.

Dragon Storm (2007)

L'ultimo capitolo, per ora, è incentrato sulla ricerca del protagonista del primo capitolo. Secondo me la storia meno interessante tra tutte, se non per scoprire che il tuo amico è morto (a proposito di lieto fine) e ora tutto il mondo sta davvero crollando a pezzi.

Si può capire come in più punti si ha la sensazione di procedere con la storia per niente, alla fine del quinto capitolo troviamo il mondo in condizioni peggiori rispetto a come era stato presentato all'inizio del primo. Dove sono i lieto fine, la speranza e i salvataggi in extremis dei più tipici videogiochi, dove magari il protagonista non salva tutto e tutti, ma il necessario per ricominciare da capo. Non abbiamo protagonisti coscienti di sé, osannati dal mondo intero, ma spesso dimenticati e lasciati a sé stessi. Anzi, qui più ti avvicini alla vittoria, più si paventa il disastro, nessuno dei protagonisti ne esce vittorioso (e ne abbiamo ben 4 diversi, tra cui: uno scompare, uno viene maledetto, uno muore e uno si sacrifica. Insomma, non è una bella prospettiva).

Spellforce sembra costruito per essere qualcosa a cui il giocatore abituale di RPG non sembra essere abituato, più che curare l'aspetto grafico si cura di stupire e lasciare a bocca aperta con evoluzioni della storia imprevedibili e protagonisti completamente fuori da ogni schema. Nella prima trilogia questo era molto evidente, nella seconda si è cercato di aggiustare il tiro rendendo, ad esempio, il protagonista l'ignaro eletto del suo popolo, il portatore dell'Anima, come viene definito, il prescelto della sua epoca per portare in sè l'anima del mago malvagio padre della stirpe. Ma, niente paura, questa goccia di "già visto" (e anche un po' da sindrome di Mary Sue) si perde nelle catastrofi successive, che fanno pensare "ecco, QUESTO è Spellforce".

Da notare anche la stoica neutralità che accomuna tutti i protagonisti di tutti e 5 i capitoli, che si alleano prima con i Buoni per sconfiggere i Cattivi, poi con i Cattivi per massacrare i Buoni. Anzi, qualcuno ha fatto notare come, in tutti i giochi, quelli a essere più massacrati sono i Buoni. Vendetta per essere considerati degli outsider? Messaggio politico del tipo "non esistono solo buoni o solo cattivi"? Non saprei dire.

E ora siamo, anzi sono in quanto unica giocatrice nel raggio di 100km, in attesa dell'ultimo capitolo della saga: contando che non si sono mai preoccupati di raccontare, come molti fanno, quello che c'è stato prima dell'inizio di tutto, preferendo affidarsi alle informazioni frazionarie e anche contrastanti che si raccattano qua e là nella storia, mi aspetto di ricominciare da come l'ho lasciato: un mondo distrutto, a pezzi, prossimo alla fine. E, questa volta, pare davvero quella definitiva.

sabato 26 maggio 2012

Reincarnazioni e lobotomizzazioni

I libri che ti obbligano a leggere per gli esami hanno effetto soporifero o lobotomizzante, dipende dal momento della giornata in cui si decide di affrontarli. Dopo aver scoperto che I Simpson sono compresi nella programmazione del sabato (gioia e gaudio) e aver quindi rimandato i miei doveri scolastici, Vite di uomini non illustri di Pontiggia è slittato così dall'ora della pennichella post-pranzo a quella della veglia produttiva del primo pomeriggio.

Peccato che nel weekend Italia 1 spari di quei film assurdi e dimenticati dai più a tema: sabato "film per ragazzi", domenica "film catastrofici". Di solito mantengo abbastanza sale in zucca per fuggire a gambe levate da questo decadimento neurale, ma oggi, complice Pontiggia e un divano piuttosto comodo, mi sono trovata a bermi la coppia di film scelti per il "pomeriggio ragazzi".

Sydney White -Biancaneve al college (2008)

La valanga di remake sulla fiaba di Biancaneve che hanno sommerso le sale nei primi mesi di quest'anno mi hanno fatto pensare: perché? Perché ora e insieme, Biancaneve (con Julia Roberts, la versione comica della favola rivista dalla regina) e Biancaneve e il cacciatore (con Charlize Theron, Kristen Stewart e sia-sempre-glorificato Chris Hemsworth, la versione più battagliera, cupa e di certo più pubblicizzata del racconto originale)?. Mi ha stupito mancasse la classica revisione applicata alla vita da college americano. Mancava perché c'era già.

Sydney White è arrivato in Italia direttamente in home video, il che significa: nessuno sa che esiste. Però, nonostante le premesse (favola in chiave moderna applicata agli universitari americani) è assolutamente guardabile. Sì, la partenza è stata decisamente borderline: una ragazza, cresciuta al cantiere con il padre idraulico (qui è carino), pronta ad andare allo stesso college frequentato dai genitori e a entrare nella stessa confraternita della madre, morta quando lei era ancora bambina (qui è banale).

Peccato che la confraternita in questione sia quella delle più dive di tutto il campus, persone con cui una ragazza cresciuta tra martelli e saldatrici non ha nulla da spartire. Una volta però capiti i ruoli dei vari personaggi sia della fiaba classica che di questa versione (dove i nani sono caratterizzati in modo notevole, devo dire) l'intreccio si fa più interessante. Ovvio, i momenti di banalità non mancano, ma sono sopportabili rispetto alla media dei film ambientati nei college. E ora, dopo aver vissuto 5 mesi a contatto con gente di confraternite posso dire che come vengono rappresentati nei film (arroganti, irrispettosi e piuttosto superficiali) non sono estremizzazioni, sono davvero così: con eccezioni, ovvio, ma la maggior parte sono così.

Perde un po' qua e là, ma riesce a bilanciare tutto quello su cui vuole lavorare: la realtà non viene devastata per rimanere fedele alla fiaba, così come quest'ultima non viene ribaltata per adattarsi alla vita del college americano. Nel cast, poi, non c'erano star di particolare rilievo, tranne forse Sydney stessa (Amanda Bynes, che negli ultimi anni è sempre stata la strega e mai la principessa, cattiva sia in Easy A che in Hairspray). Non so se era voluto l'atteggiamento a tratti tontolone di Sydney o io ero influenzata dal fatto che la sua doppiatrice era la stessa di Phoebe di Friends, ma stava bene anche così.


Avalon High (2010)


La maggior parte degli Original Movie di Disney vengono da serie tv che penso tutti abbiano almeno incrociato una volta nel pigro zapping pomeridiano: così abbiamo Zack e Cody -Il film, The Cheetah Girls ecc. Oppure film originali che hanno tra gli interpreti i soliti attori della scuderia Disney.

Ecco, Avalon High non è niente di tutto questo. Il cast è pressoché sconosciuto, raccattato qua e là da produzioni cinematografiche di piccolo calibro o da comparsate in qualche telefilm e si vede: probabilmente è un tentativo di lanciare qualche nuova stella Disney che avrebbe seguito le orme di Zac Efron, Miley Cyrus (ma anche no) o Demi Lovato (vedi nota precedente). Ma nessuno dei protagonisti è riapparso in altri progetti Disney di recente, quindi mi sa che non hanno centrato l'obiettivo.

Il film è stato trasmesso in Italia un anno fa solo da Disney Channel e, per finire ora nella programmazione pomeridiana di Italia 1, vuol dire solo una cosa: quasi nessuno sa che esiste.
Partiamo con calma: è chiaro il riferimento alla leggenda di re Artù perché, difatti, è la rinascita di Artù ai giorni nostri (a quanto pare era la giornata di fiabe e leggende negli anni 2000). Inizia non in modo fiacco, di più: ragazza appena trasferita, figli di insegnanti di letteratura inglese appassionati di re Artù che finisce in una classe con corso monografico proprio su re Artù (che culo). E non solo, sogna anche re Artù, ma qui si rasenta la psichiatria.

Cosa succede? è previsto che Artù, Mordred e compagnia cantante si risvegli la notte di un'eclissi e le rispettive reincarnazioni si scontrino, seguendo le inimicizie della leggenda originale.
Nei primi 60 minuti (su 90) hai già capito chi è Artù, chi Ginevra, chi Merlino e pensi di essere davvero lobotomizzato per andare avanti a vedere una cosa simile. Poi, bom!, sorpresa finale che non fa quasi più rimpiangere i 60 minuti di fusione sul divano e pessima recitazione iniziale.

Con questo non dico che la storia è pessima, dico che non è adatta ad essere un lungometraggio: se avessi visto il poster prima del film avrei pensato fosse una serie televisiva. Anche il titolo sembra suggerirlo.
E di certo una decina di episodi applicati a questa storia (lasciando come sono i ruoli) sarebbe stato di certo più coinvolgente: una storia inizialmente tranquilla con colpi di scena qua e là non è per caso una trama tipica di tante serie tv? Mi è capitato di vedere (purtroppo) un paio di episodi dei Maghi di Weaverly e la struttura, come i temi, somigliano non poco ad Avalon High, anzi, forse era persino più stupida. Però nel formato serie tv ha funzionato, mentre il film, stando alle recensioni, è stato un mezzo disastro.

La Disney dovrebbe lasciar perdere queste sperimentazioni e buttarsi a capofitto nei lungometraggi animati o nelle serie tv per ragazzi. Per ora punto tutto al film d'animazione per il 2012, Brave -coraggiosa e ribelle, che porta la Disney per la prima volta in Scozia e riporta sugli una protagonista rossa, che manca dal 1991, l'anno de La Sirenetta (i 2 seguiti non li conto neanche).
Per ora si presenta bene.

sabato 21 aprile 2012

We are the 80s

Non sono morta, avevo solo dimenticato la password e come si arrivava su blogger.

Festeggiamo la rinascita con buona musica anni Ottanta, cara compagna da molti mesi a questa parte con la regola "più è trash, meglio è". Risparmierei le orecchie altrui evitando Sabrina Salerno e la sua celeberrima hit Boys, facciamo qualcosa nella media, suvvia. Che tenga compagnia mentre riassetto questo posto dimenticato

giovedì 8 dicembre 2011

2 mesi in breve

Ok, sono viva e vegeta, ogni tanto mi dimentico di avere un blog da aggiornare. Riassunto breve di Ottobre-Novembre:

OTTOBRE


- Primo esame dato, primo esame rifiutato: una soglia dell'80% delle risposte esatte per la sufficienza è sinceramente inumana, specie perché dopo aver superato la soglia della sufficienza si passa dal 6 all'8 per pochi scarti. Insomma, che diamine!

-Mollato definitivamente il corso di arte olandese. Non riuscivo più a sopportare un'insegnate che a ogni spalla nuda/abito trasparente/seno scoperto commentava: "Ecco, questa è decisamente pornografia". Ed eravamo ancora al rinascimento.

-Copenhagen. 4 italiani, un cipriota e una sudafricana vanno a Copenaghen approfittando dei prezzi stracciati della KLM e scontrandosi col vero clima autunnale del Nord Europa, mentre in Olanda si viaggiava ancora sui 15 gradi comodi.

-Bevute varie, oblii, stronzate di vario genere che piacciono tanto al mio fegato ormai debilitato.

NOVEMBRE
-Mese delle visite di amici! La mia situazione di eremitaggio, sola con il mio copriletto leopardato e un lampadario kitch con 2 lampadine su 5 ormai rotte, è stata ravvivata da un po' di atmosfera casalinga italiana, con chili di pasta per cena, cioccolato e litigate notturne per le coperte.

-Il mese più secco degli ultimi 50 anni: non ha piovuto. Che qui la pioggia è come la nebbia in Pianura Padana, una presenza costante, non del tutto apprezzata, ma ormai c'è e cosa ci dobbiamo fare? Il problema principale dell'Olanda è che non vive senza i suoi canali. Canali in secca= aprite le dighe, sennò non ce la caviamo più.


-Non è stato il mese delle piogge, ma quello della nebbia sì. Oddio, per me la nebbia a Novembre è normale come la marmellata sul pane, ma per altri italiani (da Napoli, Roma, Genova, Bologna ecc.) è un po' come la marmellata sulla pasta. Un paio di giorni di seria nebbia lombarda ci sono stati anche qua, ma niente di grave. Per me.

-Altre bevute varie e festicciole, il fegato chiede l'espatrio in un convitto.


DICEMBRE
-Barcellona. Sì, perché siamo italiani, ma quando ci offrono di andare a Barcellona dall'Olanda (3 ore di volo) accettiamo. Ramblas con decorazioni di Natale, Barceloneta in maniche corte e... furto di portafoglio e del suo intero contenuto sulla metropolitana di Plaça Catalunya. è sfortuna, sfiga, ma doveva capitare: chiudo l'anno dopo aver preso 10 volte l'aereo (sarebbero state 12 se fossi tornata a casa) e non avevo mai perso nulla in vita mia, c'è una volta per tutto.

-Mollo definitivamente il corso di esercizi di parlare/ascolto del livello intermedio, secondo me utili come uno scolapasta senza buchi. Specie quando lavori con cinesi che non hanno capito la differenza tra "l" e "m" o belgi francofoni che, pur studiando olandese da 15 anni, non sanno ancora fare una frase intera. Ergo: mi rimangono 3 grossi corsi, 3 bestie.

-Prima tempesta d'autunno! Da ieri Olanda e Belgio sono flagellate da vento forza 9, grandine, pioggia (eccola, quella che non è arrivata a Novembre) a fasi alterne, ovvero: 2 minuti di grandine, 3 di sole, 5 di vento, 10 di pioggia, 4 di grandine e via così.
Si capisce che c'è molto vento solo a vedere i gabbiani sospesi a mezz'aria, le anatre che non riescono a nuotare verso la loro meta e i ciclisti che vengono bloccati sui ponti, me compresa. Se scendessi in strada e aprissi l'ombrello atterrerei in Norvegia, ne sono certa.


Però la mattina alle 8 il cielo è questo:


Questo paese sa come farsi perdonare.