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venerdì 11 ottobre 2013

E comunque, non so perché, ma mi dispiace

Poco meno di due ore fa ho pubblicato sulla mia bacheca di Facebook questa immagine:


Quindi sono tornata a perdere tempo su Game of Thrones Ascent, lamentando la pessima scelta della posizione per l'edificio dei Tyrell, con tutto lo spazio che c'era l'hanno messo tra quello di Lannister, Stark e Baratheon, creando un'accozzaglia di alberelli, casette e carrelli delle miniere indecente

Poi mi arriva un messaggio privato da parte di una ragazza che ho frequentato durante i miei 6 mesi a Leiden e di cui poi ho perso le tracce:

"Mi dispiace"

In questo lunedì pomeriggio uggioso, ci ho messo un po' a capire cosa volesse dire quel "Mi dispiace" buttato lì, in un messaggio privato da parte di una persona che ho visto per l'ultima volta a maggio 2012. Anzi, non ho proprio capito cosa volesse dire e le rispondo con un pragmatico:

"?"

Il mondo è pieno di svampiti.
Io faccio parte del gruppo ogni volta che ho 5 finestre di chat aperte e finisco per scrivere "ahahahahah" a chi mi ha appena detto "Ho litigato con mia mamma" e "Ouch, come mai?" a chi mi chiede "Ti va se ci vediamo settimana prossima?". Questo "Mi dispiace" credevo rientrasse nella categoria, fino a quando la ragazza in questione mi risponde:

"Per la diagnosi"

La situazione si fa ancora più contorta.
Per rendere il discorso più chiaro chiamerò la ragazza in questione Cristina, così evito lunghi giri di parole e di usare il suo vero nome, nel caso remoto capitasse qui e fosse una di quelle persone che si gonfiano come tacchini quando devono assumersi la responsabilità di quello che hanno detto.
Sta di fatto che
a) O Cristina sa qualcosa sulla mia anamnesi che non so.
b) O non si è ancora accorta di scrivere su una conversazione sbagliata, passando però dal livello "Svampito" al livello "Rincoglionito di grado 1".

"Scusa, continuo a non capire"

Cristina legge, prende tempo. Poi dice:

"Ho visto l'immagine sulle mental illness. Cioè hai avuto coraggio a dire a tutti così della tua malattia :)"

"Ma quale malattia?"

"Quella mentale che ti hanno diagnosticato"


"...ma non ho nessuna malattia mentale"

"E allora perché pubblichi quell'immagine?"

Ho frequentato Cristina per un annetto in Erasmus, poi siamo tornate in Italia, dove io sono tuttora, mentre lei ora vive in un altro paese. Eravamo buone amiche, non abbastanza in confidenza, ma di quelle con cui esci volentieri a parlare di quello che passa per la testa. Questo nostro vecchio legame l'ha spinta a scrivermi, dopo mesi di silenzio: "Ho visto che hai pubblicato qualcosa a favore delle malattie mentali, di conseguenza ti hanno diagnosticato una malattia mentale e mi dispiace".

Spiego poi a Cristina che il mio post non è stato un ammissione pubblica della mia malattia, ma semplicemente un pensiero che ho sempre condiviso dopo aver visto per anni persone che si rifiutavano di ammettere di andare dallo psicologo perché "non voglio passare per pazzo". Abbiamo parlato un po', non so se l'ho convinta, ma almeno ci ho provato.
E ora mi chiedo quanti abbiano fatto il suo stesso ragionamento.

Il messaggio di Cristina mi allarma sotto due punti di vista: il primo è che conferma quanto poco si sa, e quanto poco si vuole sapere, sulle malattie mentali. Il secondo è quell'idea a mio avviso agghiacciante del "Se la questione non ti tocca, perché deve fregartene qualcosa?"


Tutto il blocco classificato come "disturbi mentali" è ancora un enorme tabù, un po' come le malattie veneree,  la prima cosa che viene in mente pensando alle malattie mentali di solito è la pazzia. Nel senso: sei malato di mente = sei pazzo, cosa ci fai in giro? Mannaggia a Basaglia e Orsini che hanno fatto chiudere i manicomi nel 78!
L'ambito di studi è molto recente rispetto a tante altre scienze, forse è anche a questo che va attribuita la confusione in merito. E forse anche all'immaginario popolare che vede gli ex ospedali psichiatrici popolanti interamente da personaggi via di mezzo tra i protagonisti di Qualcuno volò sul nido del cuculo e quelli del  video di The real Slim Shady di Eminem. Un fondo di verità li hanno.

Ma l'errore generale è rilegarle, appunto, a malattie di serie B.
L'errore generale è dire a una persona giù di morale: "Non devi essere triste, c'è gente che sta peggio di te!"
Che è un discorso del cazzo, perché allora quando qualcuno è felice bisognerebbe dirgli: "Non devi essere felice, c'è gente che sta meglio di te!"

Ci sono persone che senza prendere regolarmente lo Xanax (o Alprazolam, contro i disturbi di panico e di ansia) non fanno un discorso sensato, devono prendere lo Xanax come un diabetico deve prendere l'insulina. Prova a dire "Eh, aspetta che prendo lo Xanax" e qualcuno ti potrebbe guardare come un serial killer pronto a colpire.
Le malattie fisiche sono più tangibili e comprensibili, se ti rompi una gamba vai all'ospedale e ti metti il gesso. Se ti salta una sinapsi, eh, non ci metti il gesso.

Anziché fingere che non esistano sono questioni che andrebbero affrontate e meriterebbero di essere affrontate, ma non solo dopo che il soggetto ha ammazzato qualcuno o ha tentato di suicidarsi, perché lì ormai è tardi. Tardi come andare da un paziente affetto da diabete che non si è curato adeguatamente dicendo: "Mi dispiace, ma ti dobbiamo amputare un piede! E' tardi per le cure ormai".
La differenza forse sta nel fatto che nel primo caso il malato poteva far del male agli altri (quindi a me, volendo), nel secondo invece per gli altri non ci sono problemi.


Non ci giro intorno ulteriormente, penso che gli italiani siano un popolo estremamente individualista, la famiglia è il massimo di collettività che si può trovare e, badate, non è una critica: è un dato di fatto. 
Siamo peggio degli olandesi quando si tratta di mantenere e far funzionare i trasporti pubblici ("Se non è mio, è di tutti" contro un nostrano "Se non è mio, non è di nessuno"), però siamo meglio degli olandesi quando dobbiamo tenere in ordine la casa. Alcune case nordeuropee sembrano appena colpite dall'uragano "Non pulisco da 2 settimane", spesso è così.
I nostri diritti sono più che sacri, i nostri doveri, sì, nel senso, un po' anche quelli.

Questo mi porta al secondo punto emerso dalla conversazione con Cristina: "Se la questione non ti tocca, perché deve fregartene qualcosa?"

Dicasi "sensibilizzazione".

If you don't stand for something, you will fall for everything, everybody's got a voice, now stand up and make some noise cantava Alice Cooper in Stand.
Un pensiero talmente logico ed elementare che prima di Alice una frase simile sarà stata incorporata in minimo 200 discorsi. 
Io credo davvero che trattare i disturbi mentali come "malattie di serie B" sia un grosso problema, sotto più punti di vista: causa disinformazione generale, confonde le idee, non permette un trattamento adeguato nei confronti di chi ne è affetto. Quell'immagine là sopra è una delle poche che ho mai incrociato relative all'argomento.

Dire "Mi sorprende che parli di questo argomento se non ti tocca direttamente" è come dire "Mi sorprende tu sia contro l'abbandono degli animali se non possiedi un animale" o "Mi sorprende che tu sia a favore del matrimonio tra omosessuali anche se non sei gay". 
Non ha assolutamente senso, è l'espressione di un pensiero più individualista dei gabbiani che ripetono "Mio?Mio?Mio?Mio?" in Alla ricerca di Nemo.

Che poi, alla fine, se mi va di pubblicare una cosa non capisco perché devo spiegarne il motivo come nelle verifiche di filosofia del liceo "Scegli la risposta e motivala".

E comunque l'edificio dei Tyrell potevano metterlo da un'altra parte.

domenica 29 settembre 2013

Quando riusciamo a farcela

Neanche un mese dopo dalla mia quasi infinita trasferta di 9 ore all'aeroporto di Copenhagen ero già di nuovo in un altro aeroporto. A Orio, questa volta, e non più da sola, ma con l'unica amica con cui ho condiviso alcuni dei viaggi estivi più assurdi per ben due anni di seguito: dopo Budapest e Goteborg e una pausa di due anni dovuta ad altri motivi, eccoci di nuovo in partenza, destinazione: Regno Unito.

Non avevamo un piano ben definito, solo una serie di città in cui avevamo prenotato l'ostello e da cui, quindi, saremmo dovute per forza passare. L'aereo atterrava a Manchester e la notte dovevamo passarla a Nottingham.

Le lunghe attese in aeroporto favoriscono la riflessione personale e la valutazione dei futuri compagni di viaggio. Dopo aver arrancato col bagaglio a mano lungo la scala mobile bloccata, ma per fortuna in discesa, e aver esibito con orgoglio la mia carta d'identità con una foto degna di una comparsa in Sorry for party rocking dei LMFAO, eccoci nella sala d'attesa.

Mezz'ora di ritardo, gratis.
Mi accorgo di aver preso i pantaloni troppo stretti che mi stanno facendo un secondo punto vita, mentre Ambra cerca di capire se i dolori generali erano dovuti alla mancanza di sonno, a un'imminente influenza o all'episodio mensile di "Congratulazioni, non sei incinta!"

Poco prima di sederci ci sfreccia davanti un tizio in camicia e chioma fluente.
"A momenti mi investiva" dico, meditando di porre fine alla sofferenza slacciandomi i jeans.
"Vabbé, ma dove va conciato così?"
"Magari ha dimenticato qualcosa"
"Parlo dei capelli sporchi e dei baffi. Dai, i baffi?! Non vanno più da anni, ma neanche Miami Vice".

Solo Tom Selleck se li poteva permettere.
Non sto neanche a considerare Cleveland Brow di The Cleveland Show, dopo aver visto la puntata dove hanno tradotto in italiano I got a feeling dei Black Eyed Peas, quel programma andrebbe rilegato alla peggio fascia notturna dell'ormai scomparso Antenna 3.

Miami Vice continua a sfrecciare su e giù per la hall dell'aeroporto.
Ruba la scena a ogni altro personaggio presente, dalla bambina che raccoglie gli scontrini per mangiarli agli inglesi over 60 che fanno battutine e ridono da soli. E' lì con un amico senza baffi, si sistema la camicia, scuote la testa e non capisco se è tutta una manovra per attirare l'attenzione o è davvero molto sbadato e continua a dimenticarsi roba in giro, costringendolo a corse sulla falsa riga di Pochaontas nei boschi quando canta "Che ne sai tu della lince, che ne sai?".
Sfortunatamente, la saga di Miami Vice finisce presto: si imbarca su un altro volo. Piantona il gate con fare superiore difendendo il suo posto.

A proposito di gate, intorno al nostro inizia ad ammassarsi una piccola folla.
"Penso stia per aprire" dico ad Ambra, ci alziamo e ci avviciniamo.
Dopo qualche minuto mi rendo conto di essere stata vittima della "Legge del branco", una legge non scritta che però spinge i membri annoiati (o persi) di un tale gruppo a fare quello che fanno i membri più dinamici. Ai gate degli aeroporti succede spesso, basta che due si avvicinino al bancone per attirare l'attenzione: se altre persone si alzano e si avvicinano per un qualsivoglia motivo, nel giro di pochi minuti tutti sono in piedi in fila davanti al bancone senza capire perché.
Come se vedere una massa di gente con la valigia spingesse la hostess a iniziare le operazioni d'imbarco in anticipo per liberarsi di quegli sconosciuti che la fissano con aria interrogativa.

Sono questi i momenti in cui capisci che forse era meglio starsene seduti con calma e leggere i tweet deliranti di Amanda Bynes.



Il volo per Manchester dura 2 ore e mezzo e Ryanair ha messo a disposizione sulla tratta uno degli aerei più stretti mai concepiti nella storia dell'aeronautica civile, tanto che persino io, dall'alto del mio 1.60, quasi non riuscivo a starci con i piedi.

Sull'aereo abbiamo fatto conoscenza con un'altro personaggio che ci ha anticipato una caratteristica peculiare degli inglesi: sono sordi.
Che siano auricolari o cuffie, devono renderti partecipe di quello che stanno ascoltando, così ovunque tu sia, in treno, in stazione, per strada, al bar, ti ritrovi accanto una specie di Disco Stu che ha a cuore i tuoi interessi musicali.
Cosa sta ascoltando, non la conosci? Prendi qualche parola e se poi ti piace, butta quello che hai capito su Google.
Il ragazzo sull'aereo a un certo punto ha messo un brano talmente ossessivo, ripetitivo e fracassa timpani che a confronto l'ultimo minuto di Sexy Bitch di David Guetta è persino bello. La versione dell'album, non quella del video dove Guetta si aggira tra una selva di modelle in bikini a fare il pappone.

L'atterraggio a Manchester è stato degno di Lost, dopo aver ripreso colore e calma ci siamo avviate verso il controllo passaporti, che è davvero molto diverso dal controllo passaporti di Malpensa o Orio.
Fila tipo Gardaland, carta d'identità o passaporto alla mano, prima di iniziare a trascrivere i dati l'addetto controlla che la persona nella foto corrisponde a quella che presenta il documento e poi vai.
A Orio apri la carta d'identità e la fai vedere all'addetto senza neanche fermarti come Gardaland sì, ma con un piglio alla: "Scusi, scappo che altrimenti perdo il gommone del Colorado Boat".




A Manchester c'è stato solo il tempo per mangiare e accorgersi che gli inglesi non dimenticano, come gli Stark.
Dopo gli attentati del 2005 a Londra, ma in generale in tutto il Regno Unito, la soglia di attenzione nei luoghi pubblici è piuttosto elevata. Per esempio solo correre con uno zainetto sulle spalle attira l'attenzione di almeno una decina di poliziotti che ti seguono con sguardo torvo (non ho provato di persona, ma Ambra sì, a Buckingham Palace durante il cambio della guardia, un esperimento in grande stile).

Manchester è considerata un possible obiettivo, per scongiurare gli attentati terroristici la stazione ferroviaria è priva di bidoni della spazzatura. E per "priva" intendo che se devi buttare qualcosa in stazione o fermi l'addetto delle pulizie o tieni la spazzatura in tasca. Ho provato a uscire e cercare un cestino, ma sono stata investita da una tempesta subtropicale e sono rientrata immediatamente.


Quando si viaggia in treno c'è un'altra differenza fondamentale, almeno tra Italia e Regno Unito. Qualsiasi cosa si muova sui binari in Italia e ha la funzione di trasporto passeggeri è Trenitalia o Italo, in qualche caso sporadico. Le compagnie ferroviarie britanniche sono moltissime (e un po' te l'aspetti anche dal paese che ha inventato la ferrovia), ma alcune hanno una tratta ben definita.
Prendiamo la CrossCountry (http://www.crosscountrytrains.co.uk/) che opera prevalentemente nelle Midlands. Per arrivare da Manchester a Nottingham obbliga a passare da Birmingham, che è un po' come fare Milano-Torino passando da Genova.

Informarsi prima delle compagnie ferroviarie è troppo intelligente, quindi ci siamo affidate al caso e, per fortuna, c'era un treno diretto tra le due città, quasi 2 ore di viaggio.



Il paesaggio delle Midlands Orientali non è molto diverso dalla zona del Monferrato, colline basse, pascoli, pecore e altri animali lasciati liberi di gironzolare.
Ogni tanto vedo una balla di fieno e ricordo Petur, la nostra guida in Islanda che sembrava la versione isterica di Bruce Dickinson, dare una sberla a uno di quei cosi dicendo: "Anni fa, questi volevano dire ricchezza!".

Arriviamo a Nottingham e riecco apparire i bidoni della spazzatura in stazione.
Scopriamo, con grande sorpresa, anche dell'esistenza di un bus gratuito che fa il giro della città e che arriva quasi fino al nostro ostello. Nottingham è costruita su varie colline, non si impenna di colpo come Trieste, ma ogni tanto ci sono delle specie di zeppe che salgono lentamente e questo rende la presenza del bus gratuito ancora più gradita.

In ostello condividiamo la camera con altre 6 ragazze.

Gli ostelli meritano sempre un capitolo a parte. Sono decisamente più economici degli alberghi, ma sono  un terno al lotto, soprattutto quando si tratta di camerate condivise con sconosciuti. Mi son sempre piaciuti gli ostelli, paghi poco e hai occasione di conoscere un sacco di gente nuova e per (ovvero: intendo studenti con un budget inferiore al salario medio di una babysitter come la sottoscritta).
Le sale comuni degli ostelli sono caotiche, piene di persone che si raccontano dove vanno, cosa fanno, perché hanno scelto di venire in questa città. "E' tuo amico?" "No, l'ho conosciuto 5 minuti fa".
A Barcellona ho almeno una decina di foto con dei ragazzi conosciuti 5 minuti prima dove sembriamo migliori amici in vacanza studio.

Questi posti hanno la capacità di attrarre personaggi davvero surreali che vanno dal canadese gasato venuto in Europa per festeggiare (Interlaken), polacchi che giocano a carte con David Guetta a palla alle 3 del mattino (Budapest), il francese che tenta di svegliarti per fare sesso (Barcellona) o l'americana che urla su Skype con la madre per delle ore (Reykjavik).


Poi però sono arrivati gli smartphone.

E le sale comune degli ostelli sono diventate più o meno così:




Con l'aggiunta di qualche Disco Stu.


Appena entriamo nella nostra stanza c'è un pentolino là, in mezzo al pavimento.
Rito pagano, ospite disordinata o monito? Non voglio distruggere la composizione Feng shui di qualcun'altra, quindi lascio il pentolino dov'è.

Una delle ragazze è impegnata al pc, un'altra si pettina, gli altri letti sono vuoti.
Sembra nessuna si sia accorta del cambiamento di latitudine tra il corridoio (clima temperato umido) e la stanza (clima artico), forse anche la finestra spalancata fa parte del sistema di Feng shui. Il ricambio d'aria è sempre benvenuto in una camera affollata, ma quando è un orso polare quello che sta cercando di entrare è decisamente troppo.

Approfittando successivamente dell'uscita delle altre ospiti, abbiamo scoperto come in realtà chiudere la finestra è un rebus da ultime pagine della Settimana Enigmistica. Semplicemente le altre non hanno chiuso la finestra perché non capivano come si chiudeva. E non è stato facile, ma alla fine la missione è stata compiuta senza fare morti o danneggiare l'arredamento.

Quando si viaggia all'estero c'è sempre un'altra grande sfida, oltre agli arredamenti e alle docce col sistema di risparmio dell'acqua: i nomi.
"Se il ragazzo della reception era francese" dico, mentre mi arrampicavo sul letto a castello: "Come fa a non capire Valeria? Non è molto diverso da Valery o Valérie, c'è anche la canzone".
La palma d'oro alla storpiatura però va alla signora che mi ospitava ad Amburgo, convinta che il mio nome fosse Valeena, il secondo posto la signora islandese con Valgerður, sono sempre suggerimenti per cambiare identità o trovare la bottiglietta di Coca Cola con scritto il nome giusto.

E' lì che Ambra si affaccia dal letto di sotto con espressione rassegnata:
"Almeno il tuo nome è incomprensibile, ma non imbarazzante. Nel senso, quando io mi presento a un inglese loro capiscono sono reggiseno"

"Cosa?"
"Eh, Am bra. Hi, I am Bra"

"Non ci avevo mai pensato"
"Ora lo sai"
"Sei tipo la figlia di Vegeta, mica si chiamava Bra anche lei? Magari hanno trascritto male e si chiamava anche lei Ambra"

Evito una cuscinata sul naso.

E' il momento di girare per la città. Questo:



scatena un loop incontrollabile di trash anni 80 che fa sempre bene.

A un certo punto, in piazza, appena davanti all'edificio del comune, ho un'illuminazione
Young man, there's no need to feel down
"Ma..." 
...I said young man...
"Dimmi"

...pick yourself off the ground, I said...
"Sento che c'è un particolare di Notthingam che continua a sfuggirmi" 
...young man!
"Come? Guarda il tizio con lo skate, lo faccio io e cado dalle scale"
...cos you're in a new town
"Che ho una canzone che mi rimbomba in testa e non riesco a collegare, ma non saprei"
...there's no need to be unhappy, young man!
"Non nominarla"
...there's a place you can... you can...oddio, come va avanti? You can... come? No, you can GO!

In questo mezzo secondo di incertezza le sinapsi si collegano.
Distolgo lo sguardo dai tizi in skateboard, guardo Ambra ignorando il flusso dei pensieri che ora è quasi al ritornello.
"Ma Notthingham non è mica la città di Robin Hood?"



Meglio tardi che mai.





ziip.
...
ziiiiiiup. 


ziiiiiiiip.
...
ziiiiup.

E' ancora buio fuori.

ziiiiiiip
ziiiiiiiiiiup.

Accendo il telefono, 06:12

ziiiip. Bonk. Rumore di sacchetti accartocciati.
Mi affaccio da sotto al piumone. Ziiiiup.

La ragazza spagnola del letto davanti apre e chiude le cerniere della valigia. Apre ziiiiiiiip e chiude ziiiiiiiup, apre e chiude con quello che deve essere uno dei rumori dei primi gironi infernali.
"Devo mettere la sveglia alle 02:00, è un problema?" chiesi alla receptionist dell'ostello a Reykjavik che mi rispose con una scrollata di spalle e un "It's a hostel".
10 minuti e 20 cerniere per mettere via un pentolino.


Alle 9.30 ho già superato la coda dei bagni e sono pronta davanti all'ufficio della reception per ufficializzare il check out, mentre Ambra è di sopra in attesa che si liberi un lavandino.
La porta dell'ufficio si apre e il proprietario, una specie di versione meno pompata, più gay e decisamente francese di Jena Plissken esce in accappatoio e va verso i bagni.

L'attesa sarà lunga, dato che gli unici tre presenti nella sala comune sono un coreano, un belga e un'olandese con la faccia fissa sugli schermi dei loro pc. Scambio qualche parola con la ragazza, il belga parla olandese e mi spiega che è a Nottingham per un programma di master, ma non trova la casa. La ragazza è qui solo per partecipare alle feste studentesche (e chiamala scema), mi dice di avere già abbordato un tedesco che è in camera con lei.
Il coreano, annoiato da tutta quella interazione dal vivo, si dilegua.

Verso le 10 scende Ambra, appoggia la giacca sul divano e mi guarda:
"Sono italiani?"
"No"
Butta la borsa sul divano:
"Oh, ma quanto sono maleducati i cinesi?"
"Cinesi?"
"O coreana o checazzoneso. Non era in camera da noi, esce dopo aver fatto la doccia e lascia in bagno 3 dita d'acqua ovunque. Ti dico, navigava anche il tappeto, ha lasciato capelli ovunque. Volevo farmi la doccia, ma ora che asciugavo tutta la laguna facevamo mezzogiorno. Questa prende bella bella e se ne va".
"Dai, la fai stasera"
"Sì, ma non è tutto!" prende il mascara e si avvicina al micro-specchio della sala comune: "Hai presente il tizio della reception?"
Jena dei poveri "Eh, sì, è uscito prima in accappatoio".
"Ecco, io sono in bagno con la porta aperta, tanto mi lavo i denti e basta. Esco dal bagno e me lo trovo lì con la faccia perplessa che guarda l'acqua scorrere in corridoio. Lo guardo e gli dico: "Scusa, ma non sono stata io a fare tutto sto casino, ho il check out tra neanche mezz'ora, non ho tempo di sistemare i cinesi che giocano alla laguna di Grado" e me ne vado".

La guardo aspettandomi una reazione da parte di Jena.
"Non moppo a casa mia, ti pare che mi metto a moppare la merda di un'altra?"
"E lui?"
"Ha preso il mocho e ha iniziato a moppare".

Facciamo il checkout alle 10.30 con i saluti e i ringraziamenti di Jena.



Ci fermiamo a far colazione vicino al municipio. Ci sono 7 soli, ma l'aria è fredda e le nuvole sono in agguato. Mentre lei rimane al bar, io vado a cercare la cartolina da aggiungere alla mia collezione.
Gli inglesi amano moltissimo le card, quelle che noi usiamo come biglietti di compleanno, loro ne hanno a centinaia per oggi occasione, anche i funerali. Il risultato è che le cartoline sono tra le cose delle pacchianate indecenti, peggio anche di quelle delle città più sperdute della Svizzera: foto con gente in shorts davanti, scorci di città che non vogliono dire nulla, scritte in Comic Sans blu elettrico sulla facciata del castello.

La selezione della meno peggio dura una decina di minuti, mi fermo a fare qualche foto di una via laterale con il monumento di Brian Clough (Il maledetto United, libro e film consigliatissimi se amate il calcio o il cinema inglese) e rientro al bar.

Ambra, con un'espressione terrorizzata, incrocia il mio sguardo.
"Non trovo il cellulare"
"Ti chiamo"
"No, non lo sento in borsa. Devo tornare all'ostello"
"Sì, ti aspetto qua, col pullman tra andata e ritorno ci metti venti minuti a dir tanto".


Quasi 2 ore dopo diluviava e di lei non avevo ancora notizie.

mercoledì 3 luglio 2013

Domani salviamo il mondo

Una settimana prima che la mia amica finisse l'Erasmus e tornasse a casa in Italia siamo andate ad Amsterdam e abbiamo portato a casa gran parte dei tipi di erba che non avevamo provato in quattro mesi. Avevamo diviso le quantità per tre persone, in modo tale da rendere le serate indimenticabili nel senso di bei ricordi e non indimenticabili che "La settimana dal 16 al 22 gennaio 2012 secondo me non è esistita".

La suddivisione ha funzionato splendidamente, ho avuto l'ennesima conferma che se metà del tempo spesa a pensare e organizzare stronzate la usassi per qualcosa di utile sarei già laureata (con specialistica) in matematica e fisica nucleare.

Invece non lo faccio. E sono qui al quarto anno di traduzione.



Leiden,19 gennaio 2012. Io e Kate eravamo sul balcone della casa di Sara in Steenstraat a smezzarci una canna a base di Buddha Bud, la seconda della serata, Sara era in casa a mangiare pane e Nutella. 
Il balcone dava su un cortile interno e collegava la casa di Sara a quella del dirimpettaio.
Da quel balcone si vedeva a malapena il cortile interno e il cielo era coperto dai tetti delle case vicine, tutte ammassate: si intravedeva in lontananza quella che credo fosse la stazione.

"Che roba è quella?"
Kate stava fissando un punto sopra il tetto della stazione. Faccio un tiro e seguo il suo sguardo. Ci sono delle luci rosse fisse, quattro o cinque.
"Boh" rispondo. Allunga la mano per prendere la canna senza staccare lo sguardo dalle lucine.
"Sembra un'astronave aliena"
Non ha tutti i torti, ma non è convincente.
"Alieni?"
"Sì"
"Qui?"
"Perché no?"
"In Olanda?"
"Loro non sono razzisti. Ci serve un'opinione lucida" bussa alla finestra del corridoio, Sara si avvicina con il barattolo della Nutella: "Guarda" Kate indica le lucine: "Alieni"
Sara si affaccia: "Una gru"
"Ma cosa?"
"Kate, è una gru, c'è un cantiere là dietro"
"Ma non sparare cazzate. Sembra un'astronave"
"Sì, fissa nel cielo. In Olanda poi"
"Oh, ma cos'avete contro l'Olanda? Ci sono un sacco di mucche qua, lo sanno tutti che gli alieni rapiscono le mucche". Sara torna in casa.

Sento un brivido gelido. Un po' era il giubbotto aperto con 3°C, ma Kate si gira con gli occhi sbarrati
"...e se vengono a rapire anche noi?"
"Stai dicendo che siamo vacche?"
"Ti piacciono le mucche?"
"A proposito, prova i formaggini, la vache qui rit, son buoni"
"Vascquirì? Cazzo centra?"
"Cazzo centra cosa che mi hai chiesto delle mucche!"
"Vale, ci sono gli alieni e tu mi parli di formaggini?"
"Con le mucche, sai le catene di pensieri..."
"ALIENI!"
Guardo ancora le lucine rosse, immobili nel buio della sera.
"Potremmo impedire un'invasione aliena" dico.
Kate è perplessa, ma annuisce: "Vero". Spegne la canna per terra e poi torna a guardare le luci: "Ma a me mettono ansia gli alieni"
"A me gli zombie"
"E se fossero alieni zombie?"
Silenzio. "... ma gli alieni seppelliscono i morti?" 
La sera prima ridevamo del fiato che si condensava quando parlavamo, ora discutevamo di un'invasione aliena incrociata con un'apocalisse zombie.
"Andiamo a casa"



Io dopo due Buddha Bud scambiavo le gru per astronavi aliene, non so cosa si sia fumato Zack Snyder per concepire un film come Sucker Punch. L'ho visto ieri in seconda serata su Italia 1 e, ecco, seguitelo con me. Premessa: ero lucidissima. (SPOILERRRR se volete vederlo).

"Sono talmente fatto che anche i miei trip si fanno i trip" ha detto Snyder dopo aver finito la scenografia.



Il film inizia con una voce di ragazza fuori campo. I primi 10 minuti succedono un sacco di cose, ma nessuno parla, si sente solo una cover di Sweet Dreams degli Eurythmics in una versione più suadente e smorta dell'originale. 
C'è una ragazza biondo platino con le ciglia finte, 6kg di mascara e i codini che si dispera, abbraccia una bambina, una donna coperta da un telo bianco. Le ragazze piangono. La scena si sposta su un uomo che apre un testamento e legge "Lascio tutti i miei beni terreni alle mie figlie". L'uomo si incazza, spacca tutto.
Va dalla bionda, le strappa un bottone, lei lo graffia, la chiude in camera. Lei scappa, torna in casa fradicia con l'eyeliner colato, trova la sorella morta. Cerca di sparare all'uomo, ma non lo uccide, scappa.
I poliziotti la trovano rannicchiata su una tomba.

Titolo del film.
Ho intuito un sacco di cose, ma non ci ho capito una bega. Andiamo avanti.



L'uomo fa rinchiudere la ragazza bionda in un ospedale psichiatrico. Vengono accolti da un infermiere con una chiave al collo che presenta la struttura. La ragazza, che ha ancora la stessa pettinatura e le stesse ciglia finte segue i due tra i corridoi dell'ospedale: guarda un inserviente ciccione che si accende una sigaretta, più avanti un cuoco che conficca un coltello sul tavolo. L'infermiere li porta nel "teatro", dove la psichiatra fa rivivere alle pazienti i traumi subiti e aiuta a liberarsene. Mentre la ragazza osserva una bionda sul palco seduta sul letto i due confabulano sul farla lobotomizzare, l'infermiere dice che il medico arriverà in 5 giorni e chiede una mazzetta.

Comincia a dipanarsi la trama: l'uomo è il patrigno della ragazza bionda. Alla morte della moglie l'eredità va alle figlie. Uccide la più piccola e da la colpa alla più grande. Per togliersela di mezzo la dichiara pazza, la fa rinchiudere e lobotomizzare con l'aiuto di un infermiere corrotto che velocizza la pratica.

La ragazza, sempre con le ciglia finte e i codini, viene integrata nella struttura. La vediamo pulire il pavimento, lavorare in cucina, parlare con la psichiatra, essere avvicinata dall'infermiere. A un certo punto è sdraiata in un ambulatorio con un medico che le punta un chiodo verso l'occhio.



MOMENTO ELISIR!
Sta per fare una lobotomia transorbitale.
Il medico usa un chiodo chirurgico (orbitoclasto), per trapanare l'osso appena al di sopra della palpebra, e un martelletto: tre colpetti al lobo frontale, due sui lobi laterali e il paziente era ridotto a un vegetale. Era una questione di pochi minuti.
Dato che la psichiatra sostiene a più riprese di essere "Contraria a questa pratica barbarica" penso che il film sia ambientato tra gli anni Cinquanta e Sessanta, gli anni, appunto in cui la lobotomia iniziava a essere criticata e sostituita con terapie a base di torazina (lobotomia chimica).
In quel periodo, inoltre, negli ospedali psichiatrici c'era di tutto: dai veri pazzi a quelli che davano fastidio in famiglia o dimostravano comportamenti troppo vivaci. Tuo figlio è iperattivo? Manicomio! Gli piacciono gli uomini? Manicomio! Non vuole diventare avvocato e si impunta a fare scienze della comunicazione? Manicomio!
Vuoi eliminare tua figlia adottiva e prendere l'eredità? Lobotomia!

Torniamo alla bionda.
Che sbarra gli occhi.



L'ambiente è completamente diverso, i colori sono caldi e ci ritroviamo di nuovo nella scena del "teatro", solo che questa volta il patrigno è un prete e l'infermiere un pappone coi baffi. La psichiatra ha i capelli come Moira Orfei e la ragazza sul palco è una bionda in corpetto e calze a rete. E ciglia finte.

Stavo quasi per convincermi di aver capito qualcosa.

L'infermiere baffuto ringrazia il prete per questa nuova orfana e promette di tenerla per un cliente speciale, il Giocatore, che arriverà tra 5 giorni.

Sì, dai, un sogno della ragazza bionda.

Sweetie (la ragazza sul palco) si rifiuta di accompagnare Babydoll (la ragazza bionda) a fare il giro della struttura e delega il compito alla sorella minore, Rocket (un'altra bionda con le ciglia finte).
Sì, cioè... andiamo avanti.

La struttura è piena di ragazze in body, reggicalze e ciglia finte. La psichiatra chiede a Babydoll di ballare: Babydoll è timida, non ha ancora cambiato espressione dall'inizio del film e di ballare non se ne parla. Dopo un discorso motivazionale, però, si scioglie. Chiude gli occhi.

Li riapre e si trova vestita da scolaretta nel cortile innevato di un tempio giapponese.
Che, cioè, insomma... andiamo avanti.



Entra, trova un vecchio circondato da candele che pulisce la lama di una katana. "Cosa cerchi?" le chiede.
Cosa vuoi che ne sappia? Dieci minuti fa era a meno di 2cm da un chiodo in un occhio, cinque minuti fa era circondata da troioni da battaglia e ora e in un tempio giapponese. Non so cosa cerca, non sa dov'è.
Infatti la bionda biascica parole a caso: "Ehm... una via di... ehm... ehm... fuga"
"Libertà" dice il vecchio. Snyder, il numero del tuo spacciatore è oro, conservalo.

Il vecchio dice che le servono cinque oggetti: una mappa, del fuoco, un coltello, una chiave e un oggetto misterioso perché la questione non è abbastanza incasinata e un oggetto misterioso attizza sempre.
Discorso filosofeggiante. Il vecchio la sbatte fuori con la katana e una pistola, chiude le porte.

E dall'altra parte del cortile ci sono tre samurai, uno armato di katana, uno di guan dao (arma inasta cinese, circa 2m di asta che termina con una lama leggermente ricurva) e uno di mitragliatrice.
Un samurai con una mitragliatrice.
Segue una scena di combattimento che mescola tutte le azioni, le mosse e i templi distrutti dei picchiaduro che siano mai stati prodotti e quelli che verranno.



Babydoll riapre gli occhi. Siamo ancora nel sogno dei troioni che è più lungo del previsto.
Tutti sono estasiati, balla benissimo, alcuni piangono, litri di mascara macchiano il pavimento, Moira Orfei squittisce di gioia, altre ragazze si tagliano le vene perché non saranno mai come lei, l'infermiere baffuto credo abbia un'erezione.

Babydoll propone il suo piano di evasione basato su quello che le ha suggerito un vecchio in un tempio giapponese ad alcune compari: Rocket è entusiasta, Sweetie perplessa, ma accetta, Amber (un'asiatica con la pelle da marocchina) ci sta e ci sta pure Blondie (che è mora, ma è Vanessa Hudgens di High School Musical con una parrucca supplementare, le ciglia finte e vestita come una zoccola).



Bisogna recuperare la mappa, Sweetie si offre di entrare nell'ufficio dell'infermiere. Babydoll chiama a sé tutti, inizia a ballare, chiude gli occhi...

...e si trova in una specie di mondo post guerra nucleare. Dalle rovine di un edificio scoperchiato osserva degli aerei militari tedeschi della prima guerra mondiale sorvolare quelle che, poco dopo, si capiscono essere le rovine della cattedrale di Notre Dame a Parigi.
Blondie la chiama, Babydoll si gira e trova le sue compagne vestite come vere e propri troioni da battaglia, con cosce di fuori, accessori inutili, mitra e ciglia finte.

Riappare il vecchio, vestito come Hans Landa in Bastardi senza gloria. La mappa ce l'hanno i tedeschi, dovete recuperarla prima che il corriere raggiunga il dirigibile. Ah, i nazisti hanno una tecnologia talmente avanzata che sì, hanno ancora gli aerei della prima guerra mondiale, ma i soldati sono tutti non morti rianimati. Pippone motivazionale e via.



Nazisti zombie in un mondo post-apocalittico.
Partono dieci minuti di botte e rincorse nel bunker, colpi di pistola, calci, a un certo punto vola un'ascia. Le altre spariscono, Babydoll rimane sola, spara al dirigibile con la pistola che ha tipo 20000 colpi a caricatore, ferma proiettili a distanza ravvicinata con la katana. Dai, ha fermato il corriere, ora finisce questa fantasia erotica a base di ogni videogioco di guerra sia mai stato concepito.
"Dammi la mappa!" ringhia il generale nazista zombie.
No, basta, vi prego.
Un altro paio di azioni che mescolano Soul Calibur a Call of Duty e Babydoll apre gli occhi.

Tutti estasiati.
L'infermiere decide di fare uno spettacolo privato per il sindaco, poi torna nel suo ufficio e si accorge che qualcuno ha manomesso la mappa appesa guardando una puntina.

Il sindaco è l'inserviente viscido e obeso di prima, quello che giocava con l'accendino. Amber si offre di rubarglielo mentre Babydoll balla. Ormai ho smesso di seguire e capire e mi faccio trascinare come un tronco  dalla corrente del fiume. Chiude gli occhi...

... si trova su un aereo che sorvola un castello medievale sotto assedio. 
"Nel castello c'è un cucciolo, nella sua gola si trovano due cristalli di fuoco purissimo" ulula il vecchio: "Ma non svegliate la madre".
Pippone motivazionale.
Babydoll, Rocket e Sweetie si buttano dall'aereo atterrando nel cortile del castello e affrontano gli orchi a colpi di mitragliatrice. Arrivano nella torre del castello, trovano il cucciolo (di drago), Babydoll lo sgozza stando ben attenta a coprirgli il muso per non farlo urlare, prende i cristalli...
...li sfrega e questi provocano una fiammata che genera un'aurora boreale blu. Lì, nella torre. Lì, dove dormiva la mamma. Genio.


Mamma si sveglia, trova il cucciolo sgozzato, mamma si incazza, esce dalla torre e se la prende con l'aereo. Lo stratagemma di "passa sotto al ponte con gli archi a volta come Harry Potter nel Torneo tre maghi" non funziona, è Babydoll a uccidere il drago.
Con la katana. Quando il drago, che per questo vince un Darwin Award, anziché arrostire tutti dall'alto si butta nel cortile strisciando per terra e si incastra tra le porte del castello.

Ok, basta.
Per recuperare il coltello le ragazze sono catapultate in una città del futuro, dove devono fermare un treno in corsa con su una bomba difeso da mandrie di cyborg. Nonostante i pipponi sul lavoro di squadra, Blondie non c'è e tutte se ne sbattono.
Rocket muore, Sweetie viene rinchiusa in isolamento. Blondie ha una crisi isterica, l'avrei anche io se ogni pellicola in cui recitassi fosse una minchiata pazzesca, e confessa tutto a Moira e al pappone.

Il pappone si rivela uno schizofrenico ossessionato dal controllo e sente che le ragazze gli sono sfuggite. Dopo un discorso sulla fiducia, il rispetto reciproco e la promessa a dimenticare tutto spara a Amber e Blondie. A una Babydoll scioccata (vestita da marinaretta) confessa che il suo lavoro è una merda, ha tutte le gnocche, ma ci giocano gli altri, che schifo, daje, bella, abuso di te prima di darti al Giocatore.

Babydoll lo pugnala (col coltello) e gli ruba il passpartout (la chiave). Scappa, libera Sweetie, appicca un incendio e capisce che l'ultimo elemento è il sacrificio ovvero, non so per che connessioni mentali, lei, che la vera protagonista della storia è Sweetie, che ha una possibilità, che deve scappare mentre lei la fa vedere ai tizi nel parcheggio.
Sweetie scappa, Babydoll chiude gli occhi prima di ricevere un cartone sulla faccia.



Torniamo alla lobotomia in manicomio.
La psichiatra racconta che in 5 giorni Babydoll ha fatto di tutto: accoltellato un infermiere, appiccato un incendio, aiutato un'altra ragazza a fuggire, ma la lobotomia no, non se la meritava. Guarda il modulo e scopre la firma falsa.
Si scopre una rete di abusi ai danni delle ragazze operata dagli inservienti e gestita dall'infermiere sociopatico. Lo beccano, lo arrestano, nel mentre Babydoll chiude gli occhi e sogna Sweetie che sale su un autobus guidato dal vecchio.
Super mega pippone filosofico e titoli di coda.


Ci sono tre livelli:
- L'istituto psichiatrico
- Il bordello d'élite
- Quelle fantasie partorite dalla mente di un quindicenne dopo una settimana di videogiochi e fumetti.

Se ci fermiamo al primo poteva essere un bel film, anche introducendo pezzi del secondo.
La colonna sonora è fenomenale.
Ci sono un sacco di fighe.
Ma la trama non c'è.
E i personaggi sono totalmente insipidi, non sono caratterizzati, sono gran gnocche in mutande con i mitra: i personaggi preferiti li scegli in base alla forma del culo.
C'è dentro di tutto e di più, uno di quei titoli borderline tra capolavoro e cagata pazzesca.
Non c'è niente di originale, è tutto un copia e ammassa di cose fighe (e gnocche), sembra un film fatto per indovinare le citazioni. E nonostante questo ci sono alcune parti noiose.
Ho fatto un overdose di ralenty, non avevo ancora smaltito quello di 300, Snyder.
Io voto per la cagata pazzesca.

Che alla fine è un film di quelli che rivedo quando non ho un cavolo da fare.




Sul ponte tra Oude Rijn e Nieuwe Rijn, Kate inchioda con la bici e si gira verso la stazione: "L'astronave si vede anche da qui"
"Sì, la vedo"
"Alieni, lo sento. Sono alieni". Eravamo ferme, nella notte di gennaio, a fissare le luci di una gru in lontananza, nessuno in giro e il Reno che scorreva placido sotto al ponte. Alzo lo sguardo verso i lampioni
"Quando sono venuta a luglio c'erano i gerani sui lampioni"
"E ora dove sono?"
"Li avranno seppelliti"
"Chi?"
"Gli alieni"
"Possiamo ancora salvare il mondo"
"Già. Domani?"

Poco dopo ci separiamo in silenzio e io continuo lungo Nieuwe Rijn.

sabato 29 giugno 2013

Un cavallo a tre gambe

La poesia non mi piace.
A costo di passare per un'ignorante insensibile, lo confermo: non mi piace, non la capisco, in alcuni casi mi sembra una serie di parole messe a caso. Sembra una presa di posizione sull'ultimo tema scottante del momento, ma le poche volte che mi è capitato di dirlo a qualcuno, quel qualcuno (soprattutto donne) hanno reagito come se vedessero un giaguaro al supermercato. "Ma no, dai!" dicono: "Così profonda! Così piena di significato! Baudelaire, Ungaretti e... ehm... la poesia!"

Nonostante abbia studiato in un linguistico con 3 anni di poeti italiani, latini, inglesi, francesi e tedeschi. I tedeschi poi proprio no. Quelle che raccontano una storia sì, La ballata del vecchio marinaio, I Quattro Quartetti, ma quelle che narrano sentimenti astratti e idee celesti no. Quelle moderne poi, neanche le canzoni.



Sarà stato l'approccio.
Sarà che alle medie l'esercizio sullo "Scrivi una poesia" lo imponevano sempre e io passavo le ore a fissare un foglio e scrivevo "Sole cuore amore" quando andava bene.
Sarà che passavamo le ore sul fatto che l'autore avesse scritto Il cielo è blu. 
Non grigio, gente, non nero, non bianco, ma blu. Blu. Il colore della pace, della calma, blu. L'autore voleva dire che nonostante si trovasse in un momento difficile della vita, dato che conosciamo la sua biografia...

No. L'autore voleva dire che il cielo era blu, sereno, senza nuvole, non pioveva, non nevicava, umidità al 50% e temperature che sfiorano i 30°.

C'è di buono che ho sempre avuto molta fantasia e nelle interrogazioni riuscivo a inventare chissà che interpretazione unendo aggettivi a caso presi da versi altrettanto casuali. Gioia, gaudio, t'è piaciuto davvero molto questo autore, si vede dall'approfondimento!
Sì, tantissimo.

La mia intollerabile indifferenza per la poesia mi ha spinta, 4 anni fa, a scartare la facoltà di lingue e letterature. 
Volevo imparare le lingue? Sì. Uno studio approfondito di letterature? Magari no.
Volevo un approccio diretto, pratico. La scuola che scelsi aveva un corso da mezzo semestre di letteratura in 3 anni. "Riduttivo" No, perfetto. Volevo imparare a chiedere, interagire e parlare.

"Vuole il biglietto di sola andata per Amsterdam Centrale o anche il ritorno?"
"Non ho capito un cazzo di quello che mi ha detto, se vuole le cito un paio di versi da Het huis waarin ik woonde di Remco Campert e glieli spiego".

Che poi chissà che esperienze meravigliose mi sono persa nelle facoltà di lingue e letterature, ma sono contenta della mia scelta.



Soprattutto quando interagisco con persone che lingue e letterature le stanno ancora studiando. Ora, chiedo scusa a chi conosce persone serie e preparate, ma io ho il radar per i casi umani.

Ho fatto un salto nel negozio di intimo dove ho lavorato l'estate scorsa come stagista: sottopagata, non avevo l'occasione di parlare inglese o altro, ma comunque qualcosa, un'esperienza, soldi su cui non ho sputato.

Oltre alle due commesse fisse oggi era di turno anche la nuova stagista, Elisabetta.
Una ragazza normale, non appariscente, capelli scuri, occhi scuri, piccolina, 21 anni, quando sono entrata stava svuotando degli scatoloni. Elisabetta ha fatto il mio stesso ragionamento: non perdere l'estate a fare nulla e tirare su qualche soldo che non fa mai male.

"FERTIG!" esclama a lavoro concluso. La mia ex collega alza gli occhi al cielo, l'altra la guarda come guarderebbe un bambino che ha chiesto per l'ennesima volta il gelato.
Ohibò. Elisabetta parla tedesco, insomma, spero per lei parli anche italiano, perché qua girano personaggi che capiscono a malapena la lingua locale.

"Ely, ho finito" cinguetta: "E jetzt?" la mia ex collega le dice di portare via gli scatoloni vuoti.
Ohibò. Elisabetta mescola italiano e tedesco. Si è appena trasferita? Ha un genitore tedesco che gli ha imposto la sua lingua madre per anni e ora questo è il risultato, è una ragazza confusa?

"Studia tedesco, lingua e letteratura" sbonfa l'ex collega: "Fissata con la Germania e il tedesco, continua a dire che lo parla benissimo. Ti giuro, Vale, ogni tanto le spaccherei il naso, tipo all'ora di chiusura quando si gira dice qualche cazzata e ride. Minchia, ma che cazzo ne so io di tedesco, non mi ricordo neanche l'inglese!"



Ohibò. Elisabetta è lobotomizzata.
Torna dal magazzino e si avvicina. Ci parliamo, sembra una ragazza a posto, peccato metta una frase in tedesco ogni due frasi italiane.

NOTA: diffidare sempre di chi dice "So parlare benissimo questa lingua!", sempre. 
Mi ha creato certe aspettative.

"...poi voglio andare a lavorare in Germania, ich liebe Deutschland"
"Dove? Berlino?"
"Nein, qualcosa di più caratteristico, Berlin poi è piena di italiani. Munchen tipo o anche a nord, sul mare, Hamburg ecco"

Come se a Monaco non ci fossero italiani. Ad Amburgo ci ho vissuto un mese, non dico di sapere tutto della città, ma so di per certo che non è sul mare: è sul fiume Elba. Non è neanche un'informazione che si trova nella sezione Curiosità delle guide turistiche, il porto di Amburgo oltre a essere enorme e fondamentale sia per la zona che per la Germania, è famoso perché è sul fiume Elba.
Ma per Elisabetta è sul mare, spero almeno sia il Mare del Nord nella sua testa e non il Baltico.
"Amburgo è molto bella, a me poi è piaciuto molto il porto, ma mi piacciono quelle cose, sai, le navi, la navigazione, i porti..."
"Ja, ja. La sigla HA è divertente poi! Hamburg è l'unica città grande con una sigla a due lettere lo sapevi?"
"HA?" magari non avevo capito.
"Sì, acca a. Hamburg Amburg"

Ho cominciato a sentire quello del rimaneva del mio tedesco contorcersi come un orso che si svegliava dal letargo prima del tempo.
La targa di Amburgo è HH, Hanselstadt Hamburg, Amburgo città anseatica,  membro, appunto, della Lega anseatica (le poesie non mi piacevano, storia sì però).
Va bene, si parla di medioevo, ma anche di una delle città più importanti della Germania. Come se uno studente italiano non sapesse che Firenze si trova in Toscana o io mi stessi ancora chiedendo se Maastricht è in Olanda o in Belgio.
Elisabetta, parliamo di Amburgo, non di Erfurt.

Deglutisco: "E... sì, poi è davvero una bella città"
"Sì, ich glaube, dass du hast Recht"



BAAAAAAANG.
Febbraio, ancora inverno, non è decisamente il momento di uscire dal letargo eppure l'orso ha appena ricevuto una padella in acciaio inox sulla testa.

Lo scenario peggiore per una persona che si inventa un'abilità e, non solo, dice di eccellere in quel campo è trovare o un esperto in materia, che la smerda dopo due parole, o qualcuno che conosce quell'abilità in modo, diciamo, modesto.

Ho studiato tedesco tre anni e mi sono rimaste le regole e le frasi di base.
Perché ok che ti sfugga HH, ma le regole basilari della grammatica no, specie se "Io parlo benissimo tedesco!"
Dass: frase secondaria, verbo alla fine. ...dass du Recht hast. Lo impari al primo anno, ci sbatti la testa qualche settimana e poi problema superato (se non hai grossi problemi di comprendonio, ovvio). 
Basta anche una qualsiasi canzone dei Rammstein per capirlo.

Elisabetta, se vuoi fare la saccente almeno assicurati di esserlo.

"... ho finito il secondo anno, spero di laurearmi in tempo. Sto studiando col cuore, sai, mit mein Herz"
BAAAAAANG mit senza dativo, BAAAAAAAANG declinazione di Herz sbagliata.
Ripeto, sono tutte regole elementari, le basi, parliamo dell'ABC del tedesco dopo Kartoffeln.
L'orso digrigna i denti.

"...e mi trovo bene qui, nonostante le clienti ogni tanto provino 3 taglie in meno della norma. Basta chiedere al marito "Mi trovi grassa?", du findest dick? e invece non lo fanno."



Mi sta pigliando per il culo.

Betty, cara, du findest dick pare l'equivalente inglese del ragazzino italiano che urla: "Io so una frase in tedesco: ich suche eine Katze!" scatenando l'ilarità generale.
Sembra una parodia di We found love di Rihanna, We found love, du findest dick. E sti cazzi.
Du findest dick è una frase talmente messa male che persino la prima versione di Google Traduttore avrebbe fatto apparire come risultato "Ma che cazzo hai scritto?" per poi rilevare lingua, magari Hindi, e improvvisare una traduzione.

Betty, se ti vergogni a dire che hai passato due anni a sditalinarti sul divano di casa senza cercare lavoro o studiare e poi hai trovato un frasario tedesco su internet che leggi ogni tanto, non millantare corsi che insulti una categoria di studenti che magari il mazzo se lo fa.
Perché una frase del genere non la può dire una laureanda in tedesco. Passi HA, passino gli errori di declinazione, ma rendere incomprensibile una frase di 4 parole no.

Betty, se mai leggerai, ti aiuto, guarda.
Frase di partenza: Mi trovi troppo grassa?

Findest du...
Domanda, Betty, la domanda vuole l'inversione obbligatoria. Come l'inglese.
Ecco, guarda un po', abbiamo tolto una padella dalla testa dell'orso.

Findest du mich...
Perché mi trovi vuole un qualcosa. "Mi trovi", trovi chi? Me. Il complemento oggetto ci vuole, Betty. Il tedesco è una lingua logica e rigida, aiuta. Poi è una domanda, quindi ricorda: verbo+soggetto+complemento oggetto.

Findest du mich zu dick?
Tadan!

vai tranquilla, non lo sei


A un certo punto ha citato anche un verso della Bibbia, ovviamente in tedesco. Quello non lo conoscevo, l'ho cercato poi apposta e aveva sbagliato il verbo. Citare o dire proverbi è già la morte di un discorso, sbagliarli è proprio il suicidio dell'interesse.

E il mondo è pieno di Betty che rinfacciano di sapere una lingua quando poi producono solo frasi che starebbero in piedi quanto uno zoppo a cui togli la stampella.
Perché Betty, quando metti una frase in tedesco ogni tre italiane per parlare con persone che il tedesco non lo sanno e che non lo stanno imparando non solo fai la figura, mai sopportata, della saputella, ma anche della minchiona, dimostri anche di non aver capito niente sullo studio delle lingue.

La lingua è la base della comunicazione.
Una frase tedesca a caso che traduce una italiana è come partecipare a un concorso di equitazione con un cavallo a tre gambe, non funziona e ti fa dedurre che il fantino è un coglione. 
Il tedesco lo devi usare per andare in panetteria ad Amburgo e comprare il pane.
Se studi assicurati di avere almeno la grammatica necessaria per dire "Vorrei pane" e non "Uccidi poiana".
Se magari impari proprio "Buongiorno, vorrei un etto di pane, per favore" ancora meglio, ma stiamo calmi.
Alla fine si parte da du findest dick.

Se parli con colleghe italiane e intermezzi il dialogo con frasi in tedesco, dove va lo scopo del dialogo, dove va la comunicazione, Betty?
A poiane va. A massacrarle una per una.

E il messaggio? Non pervenuto.

E allora cosa parli a fare, Betty?

giovedì 20 giugno 2013

Nodding Donkey Blues

Giovedì, stazione di Sesto San Giovanni (MI).

Una mattinata afosa di giugno, una manciata di pendolari in attesa del treno per Milano passeggiano avanti e indietro sulla banchina, due chiacchierano, uno studia gli orari sul tabellone, una ragazza controlla il telefono, io cerco di capire se quella figura distorta nei vetri dall'altra parte del binario sono io o l'altra ragazza.

La figura fa una linguaccia. Ok, sono io.

A un certo punto sentiamo dei versi animaleschi provenire dalle scale che salgono dal sottopasso, una serie di pesanti sbuffi accompagnati da "Bllllaaarghhhh... azzooooo.... uffffffff..... aldoooooo...."
Ci voltiamo tutti, nessuno vuole perdersi l'ascesa del signore delle tenebre pronto a scatenare l'apocalisse a Milano non appena il treno (in ritardo) apparirà sul binario.

Me l'ero immaginato diversamente questo il signore delle tenebre. Non so, un paio di zoccoli, corna, denti a punta, metà uomo metà capra. Un po' come Dave Grohl in Tenacious D e il destino del rock.
Invece no. Quella che appare dalle scale sbonfando come un husky sul litorale ligure a Ferragosto è una donna, anzi no, una ragazza. 


Tipo
La prima cosa che nota, ovviamente, sono gli sguardi allibiti di almeno cinque persone che la fissano.
"Cazzo vuoi?" chiede tra un sospiro pesante e l'altro al più vicino, l'uomo che studiava il tabellone degli orari, che si volta subito, come tutti gli altri, tornando a guardare tutto fuorché la gentil donzella.
Si mette accanto all'altra ragazza.
"Blaaaaarrrgh", sputa, cerca qualcosa in borsa. Tira fuori il cellulare. "Caldo di merda, cazzo" commenta, mentre compone un numero. Ne approfitto (e vedo lo fa anche l'altra ragazza) per studiare il personaggio.

Perché è un personaggio.
Non è magra. Non è grassa, è enorme. (Nota: non conosco l'anamnesi della signorina in questione e non ce l'ho con chi è sovrappeso, ma la descrizione oggettiva è questa: ENORME).
Mi viene in mente una canzone degli Iron Maiden che adesso non riesco bene a identificare dove a un certo punto dice:

She was a big girl, she was big.
I mean she was big, she was fucking huge!


I capelli a caschetto neri, tirati indietro con un cerchietto, scoprivano il viso, enorme come il resto del corpo, da cui gocciolavano abbondantemente fondotinta, creme, fard e qualsiasi cosa si fosse messa in faccia quella mattina. Sotto lo strato di strutto, la pelle era piena di crateri.

Parla al telefono, esami universitari, colleghi stronzi, professori rincoglioniti. Cazzo, troia, cazzo, cazzo, merda, coglione.
Con l'altra mano fa dondolare la borsa avanti e indietro. Avrà sì e no 25 anni.
Chiude la telefonata. Annunciano il treno che arriva lentamente con i suoi 3 miseri vagoni. 
Io e l'altra ragazza ci avviciniamo alla stessa porta, poco lontano dalla progenie di Satana che sta ancora armeggiando col telefono. Mentre aspettiamo che il treno si fermi, la figlia del demonio borbotta un'altra serie di "Cazzo, merda, figa".

Il treno si ferma.
Prooooooooooot. Da dietro di noi arriva il suono del tipico reduce da fagiolata della domenica. Con la coda dell'occhio vedo la ragazza accanto a me che arriccia il naso e la sposa delle tenebre dietro di noi che borbotta al telefono.




Saliamo sul treno in silenzio. 4 posti vuoti, dove io e la mia compagna di viaggio ci buttiamo istintivamente, dietro di noi Bonjour finesse latra "Levati dal cazzo!" a un ragazzino che cercava di scendere e occupa i 4 dall'altra parte del corridoio. 
In quella parte di vagone siamo solo noi 3. A quel punto il treno parte.

She's the biggest girl, I'm gonna get there soon
Yeah, if you know what I mean.
Come si intitolava?

"Porca puttana, PORCA PUTTANAAAA!!"
Neanche un minuto dopo eravamo ancora voltate verso la progenie di Satana: aveva recuperato uno specchietto nella borsa e aveva notato lo scioglimento dell'affresco sulla sua faccia. Mugugnando un'altra serie di cazzo, merda, merda, minchia fruga nella borsa e, armandosi di una serie di cosmetici, si ripassa lo strutto. Fondotinta, un'altra passata, correttore, altro fondotinta, rossetto, lucidalabbra, mascara. 
Il treno salta sullo scambio, il mascara cola.
Bestemmia. "...ma porca troia schifosa"

La ragazza davanti a me mi guarda di sottecchi, io rispondo allo sguardo. "Manca poco" penso: "Manca poco, sono solo 10 minuti. C'è solo una fermata prima del capolinea, manca poco"

Greco Pirelli.
La figlia delle tenebre saluta la fermata sottolineando ulteriormente che è andata alla Sagra del Fagiolo qualche giorno fa, nel caso non l'avessimo capito, mentre finisce di mettersi il mascara.

Pochi secondi dopo, con una mossa degna di un'illusionista, cosmetici e borsetta dei cosmetici spariscono nella borsa, la borsa viene sistemata con cura sul sedile accanto al suo. Il ghigno malefico sparisce e appare un sorriso larghissimo che le illumina il viso. Per quanto una persona appena salita possa anche definirlo un bel sorriso, io temo stesse arrivando l'atto finale della partecipazione alla Sagra.

Invece qualcosa arriva, ma dal fondo vagone.
"Giulio!" cinguetta la regina delle tenebre. Cinguetta. La voce s'è alzata di un tono, il sorriso la illumina e le ciglia appena cosparse di mascara sbattono come ali di farfalla.
Giulio arranca nel corridoio del vagone, contromano rispetto al senso di marcia del treno, e le sorride timidamente prima di sedersi di fronte a lei. "Allora, come va?" chiede lui.
Lei ridacchia mettendosi una mano davanti alla bocca come una ragazzina: "Bene" risponde: "Ma che caldo però..."

La ragazza davanti a me trattiene un sorriso.
Devo distrarmi, altrimenti finisco anche io per scoppiare a ridere tanto la situazione è surreale. Pensa a qualcosa, pensa a qualcosa, pensa... a una canzone. Canzone, canzone, ieri ho letto una notizia su Bruce Dickinson, Bruce Dickinson, Iron Maiden, Iron Maiden...

Nodding Donkey Blues
Eccola, Nodding Donkey Blues. 1992

She's got legs... like an airship, 
She's got an ass... like a coaltip. urla Bruce nella mia testa.

La sua voce da ragazzina è più fastidiosa di quella da signora delle tenebre: parla in falsetto.
La ragazza davanti a me la guarda di sottecchi e sghignazza. La conversazione continua con lui che racconta dei ragazzini di ripetizioni e lei che lo ascolta annuendo e ridacchiando:
"Anche io ne ho 2, non li chiamo mai per nome" dice, passandosi la mano tra i capelli: "Uno lo chiamo testa di marmo, l'altro testa di c... di... insomma, testa di cazzo" abbassa il tono di voce per dire "Cazzo".
"Comunque" si affretta ad aggiungere, per coprire la parolaccia che le è sfuggita da quelle sensuali labbra cosparse di rossetto rosso fuoco: "Quando parlo con loro non li chiamo mai così"

La ragazza davanti a me fatica a trattenere una risata.

She's got tits... just like hot air balloons
and I mean the Hindenburg.

"Poi lo dico sempre anche al mio ragazzo, non si devono usare certe parole davanti a dei bambini, anche se sono proprio cogl... insomma, un po' indietro"
Giulio annuisce. La ragazza si morde le labbra.

She's got love when you want it, but she never lets go when you get it
You disappear inside, you're never seen again... lost forever!

Quanto manca a Porta Garibaldi? 5 minuti? No, treno, non piantarti in mezzo al nulla, vai.

La conversazione procede, ogni 3-4 parole lei inciampa su una parolaccia che deve trattenere. A un certo punto, esasperata, le sfugge un "minchia". Strabuzza gli occhi, si mette una mano davanti alla bocca e si scusa.
La ragazza davanti a me è alle lacrime ormai, con le labbra strette.

She had a brain like a sheep-dip.
She got love like a cesspit on her mind.

"Che poi adesso con questo caldo insopportabile non si riesce ad andare in giro. Insomma, io tengo un po' di decenza perché non sono in forma, con questi chili in più non posso di certo permettermi i pantaloni corti. Ma quando vedi in giro certe tr..rrrragazze con dei cu... fondoschiena enormi strizzati nei leggins mi viene da chiedermi dove ca...ehm, dove hanno lasciato la decenza. Fi...iiinsomma, ci vuole rispetto per te e per gli altri, ca... gli altri, sì, gli altri".

La ragazza mi guarda con gli occhi lucidi e si gira completamente verso il finestrino.
Io guardo per terra e arrivo alla conclusione che è bipolare. Trattenersi è comunque difficile.

She was a big girl,
she was big... 

Entriamo nel sottopasso di Porta Garibaldi e tiro un sospiro di sollievo. Quasi finita.
Ma la figlia del demonio non tace.
"... alcune volte credo che mio nonno non sappia come mi chiamo, c...avolo. è frustrante, mi fa... arrabbiare. Continua a usare il mio soprannome."
"Sì?" chiede Giulio. Ormai la sua voce è  un'interferenza che interrompe la marea di cazzate uscite in 10 minuti da quella bocca.
"Sì"
"E... come ti chiama?" Il treno rallenta, io sono pronta allo scatto
"Da quando avevo 7 anni che sono un po' in carne" cinguetta: "E lui... beh, ha coniato questo soprannome"
Il treno si è quasi fermato. L'altra ragazza si alza.
"...da quando avevo 7 anni che mi chiama Braciola"


...scusa?

Delirio.
...I mean she was big, she was... she was fucking huge!
ENORMOUS!

La ragazza scoppia a ridere fragorosamente e scatta verso le porte del treno, che si aprono in quel momento.
La coppia si gira. La figlia di Satana guarda prima lei che si allontana, poi me e vedo nei suoi occhi lo specchio dell'Inferno, oltre a del mascara colato sotto. Sorrido e mi alzo.

"Ma come  caz... si permette la gente?" sibila: "... e giudicare così. Pu... Maleducata, cafona che non è altro..."

Giulio, occhio che siamo in stazione e deve digerire la fagiolata.

Ooooooh, you could have sailed the Hindenburg through her legs and never even had landing permission!