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domenica 29 settembre 2013

Quando riusciamo a farcela

Neanche un mese dopo dalla mia quasi infinita trasferta di 9 ore all'aeroporto di Copenhagen ero già di nuovo in un altro aeroporto. A Orio, questa volta, e non più da sola, ma con l'unica amica con cui ho condiviso alcuni dei viaggi estivi più assurdi per ben due anni di seguito: dopo Budapest e Goteborg e una pausa di due anni dovuta ad altri motivi, eccoci di nuovo in partenza, destinazione: Regno Unito.

Non avevamo un piano ben definito, solo una serie di città in cui avevamo prenotato l'ostello e da cui, quindi, saremmo dovute per forza passare. L'aereo atterrava a Manchester e la notte dovevamo passarla a Nottingham.

Le lunghe attese in aeroporto favoriscono la riflessione personale e la valutazione dei futuri compagni di viaggio. Dopo aver arrancato col bagaglio a mano lungo la scala mobile bloccata, ma per fortuna in discesa, e aver esibito con orgoglio la mia carta d'identità con una foto degna di una comparsa in Sorry for party rocking dei LMFAO, eccoci nella sala d'attesa.

Mezz'ora di ritardo, gratis.
Mi accorgo di aver preso i pantaloni troppo stretti che mi stanno facendo un secondo punto vita, mentre Ambra cerca di capire se i dolori generali erano dovuti alla mancanza di sonno, a un'imminente influenza o all'episodio mensile di "Congratulazioni, non sei incinta!"

Poco prima di sederci ci sfreccia davanti un tizio in camicia e chioma fluente.
"A momenti mi investiva" dico, meditando di porre fine alla sofferenza slacciandomi i jeans.
"Vabbé, ma dove va conciato così?"
"Magari ha dimenticato qualcosa"
"Parlo dei capelli sporchi e dei baffi. Dai, i baffi?! Non vanno più da anni, ma neanche Miami Vice".

Solo Tom Selleck se li poteva permettere.
Non sto neanche a considerare Cleveland Brow di The Cleveland Show, dopo aver visto la puntata dove hanno tradotto in italiano I got a feeling dei Black Eyed Peas, quel programma andrebbe rilegato alla peggio fascia notturna dell'ormai scomparso Antenna 3.

Miami Vice continua a sfrecciare su e giù per la hall dell'aeroporto.
Ruba la scena a ogni altro personaggio presente, dalla bambina che raccoglie gli scontrini per mangiarli agli inglesi over 60 che fanno battutine e ridono da soli. E' lì con un amico senza baffi, si sistema la camicia, scuote la testa e non capisco se è tutta una manovra per attirare l'attenzione o è davvero molto sbadato e continua a dimenticarsi roba in giro, costringendolo a corse sulla falsa riga di Pochaontas nei boschi quando canta "Che ne sai tu della lince, che ne sai?".
Sfortunatamente, la saga di Miami Vice finisce presto: si imbarca su un altro volo. Piantona il gate con fare superiore difendendo il suo posto.

A proposito di gate, intorno al nostro inizia ad ammassarsi una piccola folla.
"Penso stia per aprire" dico ad Ambra, ci alziamo e ci avviciniamo.
Dopo qualche minuto mi rendo conto di essere stata vittima della "Legge del branco", una legge non scritta che però spinge i membri annoiati (o persi) di un tale gruppo a fare quello che fanno i membri più dinamici. Ai gate degli aeroporti succede spesso, basta che due si avvicinino al bancone per attirare l'attenzione: se altre persone si alzano e si avvicinano per un qualsivoglia motivo, nel giro di pochi minuti tutti sono in piedi in fila davanti al bancone senza capire perché.
Come se vedere una massa di gente con la valigia spingesse la hostess a iniziare le operazioni d'imbarco in anticipo per liberarsi di quegli sconosciuti che la fissano con aria interrogativa.

Sono questi i momenti in cui capisci che forse era meglio starsene seduti con calma e leggere i tweet deliranti di Amanda Bynes.



Il volo per Manchester dura 2 ore e mezzo e Ryanair ha messo a disposizione sulla tratta uno degli aerei più stretti mai concepiti nella storia dell'aeronautica civile, tanto che persino io, dall'alto del mio 1.60, quasi non riuscivo a starci con i piedi.

Sull'aereo abbiamo fatto conoscenza con un'altro personaggio che ci ha anticipato una caratteristica peculiare degli inglesi: sono sordi.
Che siano auricolari o cuffie, devono renderti partecipe di quello che stanno ascoltando, così ovunque tu sia, in treno, in stazione, per strada, al bar, ti ritrovi accanto una specie di Disco Stu che ha a cuore i tuoi interessi musicali.
Cosa sta ascoltando, non la conosci? Prendi qualche parola e se poi ti piace, butta quello che hai capito su Google.
Il ragazzo sull'aereo a un certo punto ha messo un brano talmente ossessivo, ripetitivo e fracassa timpani che a confronto l'ultimo minuto di Sexy Bitch di David Guetta è persino bello. La versione dell'album, non quella del video dove Guetta si aggira tra una selva di modelle in bikini a fare il pappone.

L'atterraggio a Manchester è stato degno di Lost, dopo aver ripreso colore e calma ci siamo avviate verso il controllo passaporti, che è davvero molto diverso dal controllo passaporti di Malpensa o Orio.
Fila tipo Gardaland, carta d'identità o passaporto alla mano, prima di iniziare a trascrivere i dati l'addetto controlla che la persona nella foto corrisponde a quella che presenta il documento e poi vai.
A Orio apri la carta d'identità e la fai vedere all'addetto senza neanche fermarti come Gardaland sì, ma con un piglio alla: "Scusi, scappo che altrimenti perdo il gommone del Colorado Boat".




A Manchester c'è stato solo il tempo per mangiare e accorgersi che gli inglesi non dimenticano, come gli Stark.
Dopo gli attentati del 2005 a Londra, ma in generale in tutto il Regno Unito, la soglia di attenzione nei luoghi pubblici è piuttosto elevata. Per esempio solo correre con uno zainetto sulle spalle attira l'attenzione di almeno una decina di poliziotti che ti seguono con sguardo torvo (non ho provato di persona, ma Ambra sì, a Buckingham Palace durante il cambio della guardia, un esperimento in grande stile).

Manchester è considerata un possible obiettivo, per scongiurare gli attentati terroristici la stazione ferroviaria è priva di bidoni della spazzatura. E per "priva" intendo che se devi buttare qualcosa in stazione o fermi l'addetto delle pulizie o tieni la spazzatura in tasca. Ho provato a uscire e cercare un cestino, ma sono stata investita da una tempesta subtropicale e sono rientrata immediatamente.


Quando si viaggia in treno c'è un'altra differenza fondamentale, almeno tra Italia e Regno Unito. Qualsiasi cosa si muova sui binari in Italia e ha la funzione di trasporto passeggeri è Trenitalia o Italo, in qualche caso sporadico. Le compagnie ferroviarie britanniche sono moltissime (e un po' te l'aspetti anche dal paese che ha inventato la ferrovia), ma alcune hanno una tratta ben definita.
Prendiamo la CrossCountry (http://www.crosscountrytrains.co.uk/) che opera prevalentemente nelle Midlands. Per arrivare da Manchester a Nottingham obbliga a passare da Birmingham, che è un po' come fare Milano-Torino passando da Genova.

Informarsi prima delle compagnie ferroviarie è troppo intelligente, quindi ci siamo affidate al caso e, per fortuna, c'era un treno diretto tra le due città, quasi 2 ore di viaggio.



Il paesaggio delle Midlands Orientali non è molto diverso dalla zona del Monferrato, colline basse, pascoli, pecore e altri animali lasciati liberi di gironzolare.
Ogni tanto vedo una balla di fieno e ricordo Petur, la nostra guida in Islanda che sembrava la versione isterica di Bruce Dickinson, dare una sberla a uno di quei cosi dicendo: "Anni fa, questi volevano dire ricchezza!".

Arriviamo a Nottingham e riecco apparire i bidoni della spazzatura in stazione.
Scopriamo, con grande sorpresa, anche dell'esistenza di un bus gratuito che fa il giro della città e che arriva quasi fino al nostro ostello. Nottingham è costruita su varie colline, non si impenna di colpo come Trieste, ma ogni tanto ci sono delle specie di zeppe che salgono lentamente e questo rende la presenza del bus gratuito ancora più gradita.

In ostello condividiamo la camera con altre 6 ragazze.

Gli ostelli meritano sempre un capitolo a parte. Sono decisamente più economici degli alberghi, ma sono  un terno al lotto, soprattutto quando si tratta di camerate condivise con sconosciuti. Mi son sempre piaciuti gli ostelli, paghi poco e hai occasione di conoscere un sacco di gente nuova e per (ovvero: intendo studenti con un budget inferiore al salario medio di una babysitter come la sottoscritta).
Le sale comuni degli ostelli sono caotiche, piene di persone che si raccontano dove vanno, cosa fanno, perché hanno scelto di venire in questa città. "E' tuo amico?" "No, l'ho conosciuto 5 minuti fa".
A Barcellona ho almeno una decina di foto con dei ragazzi conosciuti 5 minuti prima dove sembriamo migliori amici in vacanza studio.

Questi posti hanno la capacità di attrarre personaggi davvero surreali che vanno dal canadese gasato venuto in Europa per festeggiare (Interlaken), polacchi che giocano a carte con David Guetta a palla alle 3 del mattino (Budapest), il francese che tenta di svegliarti per fare sesso (Barcellona) o l'americana che urla su Skype con la madre per delle ore (Reykjavik).


Poi però sono arrivati gli smartphone.

E le sale comune degli ostelli sono diventate più o meno così:




Con l'aggiunta di qualche Disco Stu.


Appena entriamo nella nostra stanza c'è un pentolino là, in mezzo al pavimento.
Rito pagano, ospite disordinata o monito? Non voglio distruggere la composizione Feng shui di qualcun'altra, quindi lascio il pentolino dov'è.

Una delle ragazze è impegnata al pc, un'altra si pettina, gli altri letti sono vuoti.
Sembra nessuna si sia accorta del cambiamento di latitudine tra il corridoio (clima temperato umido) e la stanza (clima artico), forse anche la finestra spalancata fa parte del sistema di Feng shui. Il ricambio d'aria è sempre benvenuto in una camera affollata, ma quando è un orso polare quello che sta cercando di entrare è decisamente troppo.

Approfittando successivamente dell'uscita delle altre ospiti, abbiamo scoperto come in realtà chiudere la finestra è un rebus da ultime pagine della Settimana Enigmistica. Semplicemente le altre non hanno chiuso la finestra perché non capivano come si chiudeva. E non è stato facile, ma alla fine la missione è stata compiuta senza fare morti o danneggiare l'arredamento.

Quando si viaggia all'estero c'è sempre un'altra grande sfida, oltre agli arredamenti e alle docce col sistema di risparmio dell'acqua: i nomi.
"Se il ragazzo della reception era francese" dico, mentre mi arrampicavo sul letto a castello: "Come fa a non capire Valeria? Non è molto diverso da Valery o Valérie, c'è anche la canzone".
La palma d'oro alla storpiatura però va alla signora che mi ospitava ad Amburgo, convinta che il mio nome fosse Valeena, il secondo posto la signora islandese con Valgerður, sono sempre suggerimenti per cambiare identità o trovare la bottiglietta di Coca Cola con scritto il nome giusto.

E' lì che Ambra si affaccia dal letto di sotto con espressione rassegnata:
"Almeno il tuo nome è incomprensibile, ma non imbarazzante. Nel senso, quando io mi presento a un inglese loro capiscono sono reggiseno"

"Cosa?"
"Eh, Am bra. Hi, I am Bra"

"Non ci avevo mai pensato"
"Ora lo sai"
"Sei tipo la figlia di Vegeta, mica si chiamava Bra anche lei? Magari hanno trascritto male e si chiamava anche lei Ambra"

Evito una cuscinata sul naso.

E' il momento di girare per la città. Questo:



scatena un loop incontrollabile di trash anni 80 che fa sempre bene.

A un certo punto, in piazza, appena davanti all'edificio del comune, ho un'illuminazione
Young man, there's no need to feel down
"Ma..." 
...I said young man...
"Dimmi"

...pick yourself off the ground, I said...
"Sento che c'è un particolare di Notthingam che continua a sfuggirmi" 
...young man!
"Come? Guarda il tizio con lo skate, lo faccio io e cado dalle scale"
...cos you're in a new town
"Che ho una canzone che mi rimbomba in testa e non riesco a collegare, ma non saprei"
...there's no need to be unhappy, young man!
"Non nominarla"
...there's a place you can... you can...oddio, come va avanti? You can... come? No, you can GO!

In questo mezzo secondo di incertezza le sinapsi si collegano.
Distolgo lo sguardo dai tizi in skateboard, guardo Ambra ignorando il flusso dei pensieri che ora è quasi al ritornello.
"Ma Notthingham non è mica la città di Robin Hood?"



Meglio tardi che mai.





ziip.
...
ziiiiiiup. 


ziiiiiiiip.
...
ziiiiup.

E' ancora buio fuori.

ziiiiiiip
ziiiiiiiiiiup.

Accendo il telefono, 06:12

ziiiip. Bonk. Rumore di sacchetti accartocciati.
Mi affaccio da sotto al piumone. Ziiiiup.

La ragazza spagnola del letto davanti apre e chiude le cerniere della valigia. Apre ziiiiiiiip e chiude ziiiiiiiup, apre e chiude con quello che deve essere uno dei rumori dei primi gironi infernali.
"Devo mettere la sveglia alle 02:00, è un problema?" chiesi alla receptionist dell'ostello a Reykjavik che mi rispose con una scrollata di spalle e un "It's a hostel".
10 minuti e 20 cerniere per mettere via un pentolino.


Alle 9.30 ho già superato la coda dei bagni e sono pronta davanti all'ufficio della reception per ufficializzare il check out, mentre Ambra è di sopra in attesa che si liberi un lavandino.
La porta dell'ufficio si apre e il proprietario, una specie di versione meno pompata, più gay e decisamente francese di Jena Plissken esce in accappatoio e va verso i bagni.

L'attesa sarà lunga, dato che gli unici tre presenti nella sala comune sono un coreano, un belga e un'olandese con la faccia fissa sugli schermi dei loro pc. Scambio qualche parola con la ragazza, il belga parla olandese e mi spiega che è a Nottingham per un programma di master, ma non trova la casa. La ragazza è qui solo per partecipare alle feste studentesche (e chiamala scema), mi dice di avere già abbordato un tedesco che è in camera con lei.
Il coreano, annoiato da tutta quella interazione dal vivo, si dilegua.

Verso le 10 scende Ambra, appoggia la giacca sul divano e mi guarda:
"Sono italiani?"
"No"
Butta la borsa sul divano:
"Oh, ma quanto sono maleducati i cinesi?"
"Cinesi?"
"O coreana o checazzoneso. Non era in camera da noi, esce dopo aver fatto la doccia e lascia in bagno 3 dita d'acqua ovunque. Ti dico, navigava anche il tappeto, ha lasciato capelli ovunque. Volevo farmi la doccia, ma ora che asciugavo tutta la laguna facevamo mezzogiorno. Questa prende bella bella e se ne va".
"Dai, la fai stasera"
"Sì, ma non è tutto!" prende il mascara e si avvicina al micro-specchio della sala comune: "Hai presente il tizio della reception?"
Jena dei poveri "Eh, sì, è uscito prima in accappatoio".
"Ecco, io sono in bagno con la porta aperta, tanto mi lavo i denti e basta. Esco dal bagno e me lo trovo lì con la faccia perplessa che guarda l'acqua scorrere in corridoio. Lo guardo e gli dico: "Scusa, ma non sono stata io a fare tutto sto casino, ho il check out tra neanche mezz'ora, non ho tempo di sistemare i cinesi che giocano alla laguna di Grado" e me ne vado".

La guardo aspettandomi una reazione da parte di Jena.
"Non moppo a casa mia, ti pare che mi metto a moppare la merda di un'altra?"
"E lui?"
"Ha preso il mocho e ha iniziato a moppare".

Facciamo il checkout alle 10.30 con i saluti e i ringraziamenti di Jena.



Ci fermiamo a far colazione vicino al municipio. Ci sono 7 soli, ma l'aria è fredda e le nuvole sono in agguato. Mentre lei rimane al bar, io vado a cercare la cartolina da aggiungere alla mia collezione.
Gli inglesi amano moltissimo le card, quelle che noi usiamo come biglietti di compleanno, loro ne hanno a centinaia per oggi occasione, anche i funerali. Il risultato è che le cartoline sono tra le cose delle pacchianate indecenti, peggio anche di quelle delle città più sperdute della Svizzera: foto con gente in shorts davanti, scorci di città che non vogliono dire nulla, scritte in Comic Sans blu elettrico sulla facciata del castello.

La selezione della meno peggio dura una decina di minuti, mi fermo a fare qualche foto di una via laterale con il monumento di Brian Clough (Il maledetto United, libro e film consigliatissimi se amate il calcio o il cinema inglese) e rientro al bar.

Ambra, con un'espressione terrorizzata, incrocia il mio sguardo.
"Non trovo il cellulare"
"Ti chiamo"
"No, non lo sento in borsa. Devo tornare all'ostello"
"Sì, ti aspetto qua, col pullman tra andata e ritorno ci metti venti minuti a dir tanto".


Quasi 2 ore dopo diluviava e di lei non avevo ancora notizie.

domenica 1 settembre 2013

"Così avrò piedi asciutti da mettere nei miei stivali bagnati"

Il pomeriggio del 21 agosto pioveva a dirotto, diluviava, un muro d'acqua e un muro di nuvole basse sulle montagne intorno al mare. Non vedevo così tanto grigio dai tempi della gita invernale a Pula.

La giornata perfetta per l'orienteering. In breve: ti danno una mappa topografica della zona su cui è segnato un percorso, un punto di partenza e uno di arrivo. Tu devi basarti sulla mappa per completare il percorso senza perderti e finire a Westeros, magari in tempi decenti, non mettendoci 2 anni e mezzo.
Ma così è troppo facile.



Petur, il capogruppo, riunisce tutti quelli che non hanno fatto in tempo a correre nella capanna e ripararsi: "Voi iniziate con l'orienteering" dice: "Poi voi tornate, gli altri escono, voi entrate e loro fanno orienteering".
Normalmente sembra la copia schizzata di Bruce Dickinson, sotto il diluvio con quello strano berretto in feltro grigio e ponpon che si agita quando gira la testa sembra ancora più schizzato del solito: parla, indica il paesaggio, si raccomanda di fare attenzione, poi distribuisce la "mappa" dell'orienteering. Altro non è che un foglio con delle indicazioni, niente disegni, niente mappa.

Il tempo che il foglio impiega a passare dalla sua mano alla mia è già inzuppato. Cerco con lo sguardo occhi familiari emergere da quelle masse di sciarpe, cappucci e giubbotti allacciati fino al mento. Incrocio quelli di Fern, la ragazza inglese che studia francese e tedesco, e il suo sguardo trasmette un misto di sofferenza e rassegnazione. Petur batte le mani, sorride e ci indica le montagne "Divertitevi".
Poi scappa nella capanna.

"Ci hanno fregati, son riusciti a entrare"
"Eh sì. Che tempo..."
"Lascia stare. Dove dobbiamo andare?"

Guardiamo il primo indizio:

Farið að ósnum, þar sem Gísli og fjölskylda hans lentu. þar er annað ljósrit af þessum texta. Hvað heitir ósinn?

Alla parola ósnum il foglio si è sciolto.
Dobbiamo andare dove sono sbarcati. Sbarco-> mare, mare-> spiaggia.

Þingeyri è uno dei più antichi porti dei Fiordi Occidentali islandesi e quel giorno, grazie alla nostra presenza, la comunità è riuscita a superare i 310 abitanti (di solito sono 260). Il paese è composto da una via principale e una manciata di vie laterali.
Poi pascoli. Pascoli. Pecore e mare.
Suscita un certo interesse perché è un ottimo punto di partenza per le escursioni (quando c'è bel tempo, ovvero 4 giorni l'anno) e perché è l'area in cui si sono svolte le vicende della Saga di Gisli (http://it.wikipedia.org/wiki/G%C3%ADsla_saga) il motivo per cui ci trovavamo lì.

Il resto del gruppo si era già disperso in cinque direzioni diverse. Guardiamo verso la distesa di sassi bagnati che forma la spiaggia dove una ragazza (almeno credo) con una giacca rossa ci fa segno di raggiungerla: appena ci avviciniamo riconosco la nostra compagna di classe "Mezza finlandese, un quarto svedese e un quarto americana, una strana combinazione" (si presenta così) che dice di aver capito dove deve andare.
Per comodità l'ho memorizzata come Fanny, la fenice di Harry Potter.
Fanny ci sventola sotto il naso quello che resta del suo foglio di orienteering e indica un punto indefinito verso il litorale sassoso.

Segue una comoda passeggiata di 10 minuti controvento sui sassi bagnati. Una scozzese agguanta una pecora con una zampa intrappolata nel filo spinato e cerca di liberarla con l'aiuto di due tedeschi. La liberano, ma la povera bestia ha la zampa in cancrena:
"Ma è così grave?" chiede Fern
"Secondo me devono amputare, in Finlandia facciamo così" risponde Fanny
"Ma che amputare" sbotta il canadese che ha il coraggio di mettere gli occhiali da sole nonostante i 3km di nuvole che coprono il sole: "Va abbattuta"
"Ma no"
"Ma sì"
"Ma povera pecora"
"Sai quanto costa un veterinario?"
"Ma povera pecora!"



Lasciamo le operazioni di soccorso e rientriamo sulla costa erbosa. Un gruppo s'è radunato intorno alle rovine di una casa: riconosco l'attrezzatura da passeggiatore professionista azzurro fluo e la giacca con la toppa dell'Università di Basilea di Lukas, attrezzatissimo rispetto al tedesco in felpa o all'altra canadese che ha avuto la brillante idea di mettersi le scarpe col tacco. Lukas indica il filo spinato arrugginito che circonda le rovine, invisibile sotto quel muro d'acqua.

"Quindi... questo era il primo indizio?"
Fern scrolla le spalle.
"E ora?"
"Prossima tappa. Hai ancora il tuo foglio? Il mio s'è sciolto"

Farið að nýlegum húsarústum niðri í fjörunni. þar er næsta verkefni. Skrifið á bakhilð.

"Ma è questa la casa vicino alla spiaggia..."
Fanny indica le montagne e sostiene che dobbiamo andare in quella direzione.

La mia giacca assolutamente non impermeabile era impregnata di acqua e la pioggia non accennava a smettere, neanche quando abbiamo lasciato la strada per entrare nel pascolo. E per "pascolo" intendo un enorme prato di erba alta mezzo metro senza sentieri o percorsi artificiali. I fiumi sotterranei erano difficili da vedere e attraversare un tronco sul ruscello col vento non è stato semplice, ma 20 minuti abbondanti dopo eccoci in cima a una specie di collinetta erbosa.




Il vento era insostenibile, buttava letteralmente per terra. Ho visto una ragazza venire buttata nel fango come se fosse stata appena colpita da un destro di Rocky Balboa.
Di procedere non se ne parlava. Mi guardo intorno: Fern stava lamentandosi dei piedi bagnati, Lukas e il canadese aiutavano la ragazza ruzzolata nel fango che ora sembrava Shakira alla fine del video di Suerte quando si rotola in una pozza fangosa. Un'americana ha preso talmente tanta acqua in faccia che le ha fatto sciogliere il mascara e ora sembra Alice Cooper. La francese bionda, invece, pare Kesha. Si avvicina una tedesca a piedi nudi, che tanto "Piedi bagnati per bagnati".

Fanny s'è allontanata e sta parlando con un signore anziano mai visto prima che cerca di difendersi dalle intemperie con un ombrello azzurro.

"Cosa stiamo cercando?"
"Un sasso con del sangue rappreso sopra"
"...scherzi? Non era la casa sulla spiaggia?"
"No, quella l'abbiamo già vista"
"Quanti indizi mancano?"
"Cinque"

Tra le montagne le nuvole sono diventate nere e il vento s'è fatto talmente forte che se non ci aggrappiamo l'un l'altra ci sbatte per terra. Ogni passo ora è come mettere un piede in un torrente gelato. La pioggia ha ormai impregnato la giacca e sento le braccia bagnate.
Penso alla piscina riscaldata dietro casa mia, alla mia stanza col calorifero acceso e la volpe artica che sbircia dalla finestra prima che il padrone di casa esca a darle la caccia con un'ascia.
All'hamburger col pane fatto in casa e al bicchiere di Brenvinn, la grappa verde da 80% di alcool creata per nascondere il sapore della carne di squalo putrefatta.



Con una certa amarezza, mi viene in mente di quando ho passato un pomeriggio all'ostello di Reykjavik a ridacchiare per i campeggiatori rimasti sotto il diluvio che si era abbattuto sulla capitale mentre io avevo una splendida camera (condivisa con altre 15 persone, ma vabbè) e un letto caldo dove dormire.

Decidiamo di scendere dalla collina. Io e Fern ci salviamo a vicenda un paio di volte dalla morte o contro un sasso (la mia) o per ibernazione in un torrente (la sua). Attraversiamo un punto in cui l'erba fradicia ci arriva alla vita e sentiamo delle bestie muoversi al suo interno.
Il collegamento con la scena dei velociraptor in Jurassik Park: il mondo perduto è immediato e per nulla rassicurante.

Il tronco di un albero a uso ponte ci riporta al prato quasi normale.
Meno di 5 minuti controvento e siamo al riparo.
"Provo un sacco di rispetto ora per i vichinghi" ulula Fern: "Io non sarei stata qui neanche mezza giornata"
"Quanto c'è rimasto Gisli? Due anni?"
"Due anni"

Massimo rispetto.
Ma non baratterei mai niente di tutto questo per una settimana in spiaggia.


lunedì 22 luglio 2013

L'orso, la croce e il fascio

San Gallo è considerata la metropoli della Svizzera orientale.

Più di 70 mila abitanti, situata in un territorio ancora piuttosto pianeggiante ai piedi delle Alpi di Appenzello, San Gallo è la capitale dell'omonimo cantone, conosciuta soprattutto per i pizzi e per l'Abbazia di San Gallo, patrimonio UNESCO dal 1983.

Il simbolo della città, come quello di molte altre città svizzere, è l'orso. L'orso è uno degli animali prediletti dalla Svizzera sulle bandiere, poi però se quelli in carne e pelliccia attraversano il confine li impallinano, ma questa è un altra storia.
La bandiera cittadina sventola ovunque nelle strade del centro storico, accanto a quella della Svizzera e a quella del Cantone San Gallo, ovvero questa:



A vederla la prima volta da un edificio di Bankgasse mi ha provocato la stessa sensazione di un tedesco che vede una svastica azzurra su sfondo bianco sventolare dalla facciata di qualche palazzo all'estero. Che va bene, il fascio era un simbolo di potere per gli etruschi e la svastica era un simbolo molto positivo dalla preistoria.
Poi però è arrivato il ventesimo secolo.





612 dC
A Bregenz (attuale Austria), un giovane prete irlandese è costretto a letto da una malattia che gli impedisce di proseguire il suo pellegrinaggio verso l'Italia.

Non era una scena degna di nota, se non fosse che il prete malato è Gallo, uno dei dodici discepoli di Colombano (ora San Colombano), partiti dall'Irlanda alla volta della Gallia per cristianizzare queste valli di buzzurri che veneravano ancora bestie e altre amenità pagane che no, insomma, a 600 e passa anni dalla nascita di Cristo non si poteva sentire.

Gallo è malato e probabilmente morente, dati gli standard igienici dell'epoca. Colombano è furibondo.
Il prete, non potendo muoversi, infrange una promessa sacra, ovvero quella di diffondere la parola di Dio. Colombano parte alla volta dell'Italia con i pochi discepoli rimasti, lanciando maledizioni (e probabilmente oggetti contundenti) a Gallo, che si ritrova malato in una zona sperduta della Gallia spogliato dei suoi titoli di religioso.

Due anni dopo Colombano muore in Italia.
Gallo invece è ancora in giro. Una notte sogna Colombano sotto forma di colomba che gli dice: "Dai, ti perdono, sei ancora prete, vai tranquillo".

A quel punto Gallo aveva fatto di tutto. Dai vari manoscritti medievali gli si attribuiscono eventi come:
- ha avvistato e scacciato il mostro di Lochness (prima di partire per la Gallia);
- è sopravvissuto all'assalto di un orso nei boschi svizzeri offrendogli una pagnotta. O, secondo altre versioni, aveva chiesto a un orso di portargli la legna per accendere il fuoco.
- ha eseguito con successo un esorcismo sulla promessa sposa del re dei Franchi.

Gallo muore nel 645/646 in un piccolo eremo fondato nell'attuale città di San Gallo: aveva scelto di fermarsi nel luogo dove aveva incontrato l'orso, interpretato come segno di buon auspicio.



Nel corso dei secoli, l'eremo divenne un'enorme e ricca abbazia con il suo circondario: intorno al 1400 era il centro di un vero e proprio stato indipendente, l'Abbazia Imperiale di San Gallo.
Il simbolo regionale era l'orso di San Gallo, quello della legna per il fuoco.

Gli abati copiavano libri, predicavano e vivevano delle tasse e dei raccolti delle loro terre, donando ricchezza spirituale in cambio di ricchezza terrena. 
La popolazione doveva essere molto felice dello scambio, tanto che nel giro di pochi anni sia Appenzello (cantone) che San Gallo (città) si ribellarono al dominio dell'abbazia, rendendosi indipendenti.

A questo punto i ribelli adottano l'orso di San Gallo come stemma principale, i simboli e colori attuali, ispirandosi a quello dell'Abbazia. E da quel momento la città di San Gallo vuole a tutti i costi impadronirsi dei territori dell'abate.

I conflitti e le diatribe tra la città e l'abbazia arrivano a un punto tale che anche gli altri quattro cantoni della Confederazione cominciavano a non poterne più, è come convivere in un trilocale con due persone che se le danno di santa ragione nelle ore di veglia.
Per sedare questi bisticci continui, la Confederazione, ora alleata dell'Abbazia, manda gli eserciti per sedare a suon di calci in culo i ribelli. Appenzello si arrende appena vede gli eserciti marciare, San Gallo si prende un bastimento di botte.

Nel 1500, in piena Riforma, San Gallo diventa ufficialmente protestante, minando la sicurezza dell'Abbazia e i suoi territori, ormai un'isola cattolica: nel 1798 l'Abbazia viene secolarizzata, i monaci cacciati e i territori requisiti.



Nel 1803 nasce ufficialmente il Cantone di San Gallo, formato da pezzi di territori presi qua e là, pieni di popolazioni rissose: ricordo che stiamo parlando di un cantone più piccolo della provincia di Bergamo
A quel punto, il governo centrale di Berna chiede una bandiera cantonale.

"Usiamo la nostra, l'orso di San Gallo" dicono gli abitanti della capitale.
Sommossa generale.
"Voi siete una città protestante!" ululano i cattolici: "Nemici dell'Abbazia!"
"Eh, ma siamo la capitale cantonale"
"Grazie al cazzo, è l'unica città che supera i 3000 abitanti nel raggio di 40km. Mica la possiamo mettere a Bad Ragaz la capitale"
"Noi la capitale, nostra la decisione"
"Col cazzo!" dicono a quel punto gli abitanti dell'ex Canton Santis: "Noi con San Gallo non centriamo niente, la bandiera non ci rappresenta. Neanche quella cattolica perché siamo protestanti. Mettiamo la nostra, siamo l'acquisizione territoriale principale"
Si intromettono anche quelli del distretto di Toggenburg: "Siamo stati trascinati dentro a forza da quegli stronzi dell'Abbazia e no, la bandiera dei cattolici non la vogliamo, quella di San Gallo neppure e quella di quel vecchio cantone di pezzenti non se ne parla, che fino all'altro ieri non sapevamo neanche chi fossero"

Le discussioni procedono in questi termini per qualche giorno, ma prima che la situazione degenerasse in un ulteriore pestaggio di massa da parte degli altri cantoni della Confederazione, ecco l'ancora di salvataggio.

David von Gonzenbach, governatore del Cantone, propone la sua idea: una bandiera tutta nuova.
"I fasci rappresentavano la forza e il potere sulla vita e sulla morte per gli etruschi e i romani" spiega von Gonzenbach ai parlamentari, in silenzio: "Per noi rappresenteranno autorità, giustizia e, per carità di Dio, UNIONE".
"Dio come lo intendono i cattolici o i protestanti?"
Von Gonzenbach ignora la domanda
"Il verde è il colore della libertà e della rivoluzione, è l'inizio di una nuova fase storica: anche Vaud e Turgovia l'hanno scelto per le loro bandiere".

Dal pubblico si solleva qualche perplessità:
"Perché libertà? Noi siamo stati conquistati, eh..."
"Ma dov'è Vaud?"
"A me però quel verde pisello non piace..."

In quel preciso istante, von Gonzenbach decide che appena gli scade il mandato fugge da quel posto.
"Il nastro che unisce i fasci rappresenta l'unità dei distretti e LO SO che i distretti sono 8, ma siccome non possiamo farlo tridimensionale, ne mettiamo solo 5. Il nastro gira più volte, per sottolineare l'unità del cantone, ascoltatemi, UNITI, uno. Accanto ci mettiamo un'alabarda. Ci siamo? Va bene?"

Nel silenzio d'assenso qualcuno applaude timidamente, altri annuiscono e altri ancora stanno già sfogliando il catalogo dei verdi. Poi si alza una voce:

"A me sembra un salame fasciato"

Von Gonzenbach non si trattiene più:
"PER DIO, ALLAH, SHIVA O QUALSIASI ESSERE VOI VENERIATE NELLE VOSTRE CHIESETTE DA PEZZENTI IN QUEI BUCHI DI CULO CHE CHIAMATE PAESI, ACCETTATE QUESTA CAZZO DI BANDIERA E BASTA" il governatore interrompe sul nascere le proteste: "... altrimenti avvisto la Confederazione che qui non riusciamo ad accordarci e arriva il bastimento di botte".

Nel 1803 il Canton San Gallo adotta ufficialmente il fascio bianco su sfondo verde come bandiera. Von Gonzenbach fugge a Berna e diventa segretario della Confederazione, si caccia nei casini e dopo poco più di 10 anni da le dimissioni. 
Rimane a fare politica a Berna.




La storia della Bandiera di San Gallo, invece, non finisce qui.
Nel 1843 qualcuno, probabilmente uno che passava per strada, nota la bandiera svolazzare da un palazzo e corre inferocito al palazzo cantonale:
"La nostra bandiera è sbagliata!" dice scioccato: "I romani avevano un'ascia, non un'alabarda"
"Sì, ma così è nostra, originale"
"Col cazzo! Sembra che non sappiamo neanche copiare le cose. Mettete l'ascia"
"Ehm... ma come la mettiamo con i documenti, la burocrazia, i timbri, le bandiere..."
"ASCIA"

La bandiera viene cambiata, l'alabarda sostituita dall'ascia.

Tra il 1848 e il 1931 un sacco di gente che passava aveva da ridire e la bandiera è stata modificata cinque volte.

Il domestico porge i giornali al governatore e osserva la bandiera appoggiata sulla scrivania. Siamo nel 1936.
"Ha sentito cosa stanno facendo giù in Italia?"
"Pezzenti" sbuffa il governatore: "Peggio di quelli di Bad Ragaz"
"Hanno anche loro il fascio nella bandiera, sa?"
"So. Ma siamo neutrali noi"
"Eh, ma non è bello essere associati a quello che stanno combinando laggiù"
Il governatore guarda un attimo la bandiera in silenzio: "I colori son diversi. E la nostra ascia è girata verso sinistra".
"Governatore, so che abbiamo già cambiato quella bandiera cinque volte nel giro di un secolo e che a Berna pensano che siamo una massa di rincoglioniti che non riesce ad accordarsi sul simbolo, ma il fascio è quello, il simbolo è il simbolo. Dovremmo sottolineare che siamo diversi, meglio passare per rincoglioniti che per simpatizzanti fascisti".
"Questo è vero. Come la cambiamo?"

Nel 1936 viene aggiunta una croce nella lama dell'ascia, una croce svizzera per sottolineare che il fascio sulla bandiera di San Gallo non era quello dei fascisti italiani: "San Gallo è svizzero, non fascista!" sembrava dicessero gli abitanti.
"Oddio, non saprei..." diceva chiunque altro visto che la croce aggiunta era nera.
Questa versione è rimasta in uso fino agli anni Ottanta.


Berna, 1951.
Il segretario di un parlamentare si affaccia timidamente sulla soglia dell'ufficio del suo capo.
"Signore, le ho portato il caffè e... ehm... una questione"
"Bella o brutta?"
"Eh... ehm... non saprei"
L'uomo prende il caffè dalla mano del segretario: "Uno stato a caso vuole vedere i conti bancari dei criminali che portano qui i soldi?"
"No"
"Qualche movimento indipendentista? Ticino che vuole andare all'Italia, Voralberg che vuole diventare cantone? Spostano la capitale a Zurigo?"
"No"
"Allora non è brutta. Cosa c'è?"
"Si tratta di... ehm... del cantone di San Gallo e della bandiera"
"Cosa c'è ancora?"
"Hanno detto che ci sarebbe una piccola modifica da fare"
L'uomo si passa la mano sulla fronte: "Ma si rendono conto che dobbiamo cambiare tutto ANCORA? Le bandiere qui in città, i simboli della burocrazia, i timbri, la dicitura, è un lavoro immenso per.. per cosa?"
"Perché il disegno è... signore, dicono che il disegno del simbolo è sbilanciato"
"Sbilanciato?"
"Sì, scrivono che l'ascia è sproporzionata e ci vorrebbe un'altra arma per bilanciare il tutto: hanno deciso di aggiungere una lancia alla destra dell'ascia"
"Con tutto quello che quel dannato simbolo ricorda si preoccupano del bilanciamento dell'opera generale? Cos'è, sono tutti Michelangelo in quel cantone? Non devono affrescare un palazzo, per Dio... va bene, dai, senti, facciamogliela cambiare. Però togliamo la diretta di Art Attack il pomeriggio sennò tra un mese quelli si svegliano che i loro confini non rispettano i dettami del feng shui e iniziano a far casino".

Nel 1951 viene aggiunta una lancia accanto all'ascia per "motivi artistici".
Qualche anno dopo la forma dell'ascia viene modificata, facendola somigliare più a un'arma per le esecuzioni capitali e, quindi, la lancia è stata rimossa.

Nel 1956 qualche artista un po' più sveglio di altri ha proposto una bandiera divisa a metà, parte superiore verde, parte inferiore bianca, togliendo così la diatriba del fascio, fascisti, lance, asce e alabarde spaziali.
"Ma no!" sbottano i sangallesi: "No, no e no! La bandiera bicolore divisa a metà è superata ormai, roba da medioevo, banale! Ce l'hanno Soletta, Friburgo e Lucerna, Agrovia ci ha fatto i disegnini dentro, quella di Vallese è talmente pacchiana che pare ideata da un tamarro, quella di Ticino..."
"Ok, ma il fascio?"
"...e poi Vaud ha già il bicolore bianco-verde"
"Va bene, va bene, teniamoci questa"



Nel 2013 ai turisti italiani, quella bandiera sembra rappresentare un'associazione di leghisti di stampo fascista.

mercoledì 3 luglio 2013

Domani salviamo il mondo

Una settimana prima che la mia amica finisse l'Erasmus e tornasse a casa in Italia siamo andate ad Amsterdam e abbiamo portato a casa gran parte dei tipi di erba che non avevamo provato in quattro mesi. Avevamo diviso le quantità per tre persone, in modo tale da rendere le serate indimenticabili nel senso di bei ricordi e non indimenticabili che "La settimana dal 16 al 22 gennaio 2012 secondo me non è esistita".

La suddivisione ha funzionato splendidamente, ho avuto l'ennesima conferma che se metà del tempo spesa a pensare e organizzare stronzate la usassi per qualcosa di utile sarei già laureata (con specialistica) in matematica e fisica nucleare.

Invece non lo faccio. E sono qui al quarto anno di traduzione.



Leiden,19 gennaio 2012. Io e Kate eravamo sul balcone della casa di Sara in Steenstraat a smezzarci una canna a base di Buddha Bud, la seconda della serata, Sara era in casa a mangiare pane e Nutella. 
Il balcone dava su un cortile interno e collegava la casa di Sara a quella del dirimpettaio.
Da quel balcone si vedeva a malapena il cortile interno e il cielo era coperto dai tetti delle case vicine, tutte ammassate: si intravedeva in lontananza quella che credo fosse la stazione.

"Che roba è quella?"
Kate stava fissando un punto sopra il tetto della stazione. Faccio un tiro e seguo il suo sguardo. Ci sono delle luci rosse fisse, quattro o cinque.
"Boh" rispondo. Allunga la mano per prendere la canna senza staccare lo sguardo dalle lucine.
"Sembra un'astronave aliena"
Non ha tutti i torti, ma non è convincente.
"Alieni?"
"Sì"
"Qui?"
"Perché no?"
"In Olanda?"
"Loro non sono razzisti. Ci serve un'opinione lucida" bussa alla finestra del corridoio, Sara si avvicina con il barattolo della Nutella: "Guarda" Kate indica le lucine: "Alieni"
Sara si affaccia: "Una gru"
"Ma cosa?"
"Kate, è una gru, c'è un cantiere là dietro"
"Ma non sparare cazzate. Sembra un'astronave"
"Sì, fissa nel cielo. In Olanda poi"
"Oh, ma cos'avete contro l'Olanda? Ci sono un sacco di mucche qua, lo sanno tutti che gli alieni rapiscono le mucche". Sara torna in casa.

Sento un brivido gelido. Un po' era il giubbotto aperto con 3°C, ma Kate si gira con gli occhi sbarrati
"...e se vengono a rapire anche noi?"
"Stai dicendo che siamo vacche?"
"Ti piacciono le mucche?"
"A proposito, prova i formaggini, la vache qui rit, son buoni"
"Vascquirì? Cazzo centra?"
"Cazzo centra cosa che mi hai chiesto delle mucche!"
"Vale, ci sono gli alieni e tu mi parli di formaggini?"
"Con le mucche, sai le catene di pensieri..."
"ALIENI!"
Guardo ancora le lucine rosse, immobili nel buio della sera.
"Potremmo impedire un'invasione aliena" dico.
Kate è perplessa, ma annuisce: "Vero". Spegne la canna per terra e poi torna a guardare le luci: "Ma a me mettono ansia gli alieni"
"A me gli zombie"
"E se fossero alieni zombie?"
Silenzio. "... ma gli alieni seppelliscono i morti?" 
La sera prima ridevamo del fiato che si condensava quando parlavamo, ora discutevamo di un'invasione aliena incrociata con un'apocalisse zombie.
"Andiamo a casa"



Io dopo due Buddha Bud scambiavo le gru per astronavi aliene, non so cosa si sia fumato Zack Snyder per concepire un film come Sucker Punch. L'ho visto ieri in seconda serata su Italia 1 e, ecco, seguitelo con me. Premessa: ero lucidissima. (SPOILERRRR se volete vederlo).

"Sono talmente fatto che anche i miei trip si fanno i trip" ha detto Snyder dopo aver finito la scenografia.



Il film inizia con una voce di ragazza fuori campo. I primi 10 minuti succedono un sacco di cose, ma nessuno parla, si sente solo una cover di Sweet Dreams degli Eurythmics in una versione più suadente e smorta dell'originale. 
C'è una ragazza biondo platino con le ciglia finte, 6kg di mascara e i codini che si dispera, abbraccia una bambina, una donna coperta da un telo bianco. Le ragazze piangono. La scena si sposta su un uomo che apre un testamento e legge "Lascio tutti i miei beni terreni alle mie figlie". L'uomo si incazza, spacca tutto.
Va dalla bionda, le strappa un bottone, lei lo graffia, la chiude in camera. Lei scappa, torna in casa fradicia con l'eyeliner colato, trova la sorella morta. Cerca di sparare all'uomo, ma non lo uccide, scappa.
I poliziotti la trovano rannicchiata su una tomba.

Titolo del film.
Ho intuito un sacco di cose, ma non ci ho capito una bega. Andiamo avanti.



L'uomo fa rinchiudere la ragazza bionda in un ospedale psichiatrico. Vengono accolti da un infermiere con una chiave al collo che presenta la struttura. La ragazza, che ha ancora la stessa pettinatura e le stesse ciglia finte segue i due tra i corridoi dell'ospedale: guarda un inserviente ciccione che si accende una sigaretta, più avanti un cuoco che conficca un coltello sul tavolo. L'infermiere li porta nel "teatro", dove la psichiatra fa rivivere alle pazienti i traumi subiti e aiuta a liberarsene. Mentre la ragazza osserva una bionda sul palco seduta sul letto i due confabulano sul farla lobotomizzare, l'infermiere dice che il medico arriverà in 5 giorni e chiede una mazzetta.

Comincia a dipanarsi la trama: l'uomo è il patrigno della ragazza bionda. Alla morte della moglie l'eredità va alle figlie. Uccide la più piccola e da la colpa alla più grande. Per togliersela di mezzo la dichiara pazza, la fa rinchiudere e lobotomizzare con l'aiuto di un infermiere corrotto che velocizza la pratica.

La ragazza, sempre con le ciglia finte e i codini, viene integrata nella struttura. La vediamo pulire il pavimento, lavorare in cucina, parlare con la psichiatra, essere avvicinata dall'infermiere. A un certo punto è sdraiata in un ambulatorio con un medico che le punta un chiodo verso l'occhio.



MOMENTO ELISIR!
Sta per fare una lobotomia transorbitale.
Il medico usa un chiodo chirurgico (orbitoclasto), per trapanare l'osso appena al di sopra della palpebra, e un martelletto: tre colpetti al lobo frontale, due sui lobi laterali e il paziente era ridotto a un vegetale. Era una questione di pochi minuti.
Dato che la psichiatra sostiene a più riprese di essere "Contraria a questa pratica barbarica" penso che il film sia ambientato tra gli anni Cinquanta e Sessanta, gli anni, appunto in cui la lobotomia iniziava a essere criticata e sostituita con terapie a base di torazina (lobotomia chimica).
In quel periodo, inoltre, negli ospedali psichiatrici c'era di tutto: dai veri pazzi a quelli che davano fastidio in famiglia o dimostravano comportamenti troppo vivaci. Tuo figlio è iperattivo? Manicomio! Gli piacciono gli uomini? Manicomio! Non vuole diventare avvocato e si impunta a fare scienze della comunicazione? Manicomio!
Vuoi eliminare tua figlia adottiva e prendere l'eredità? Lobotomia!

Torniamo alla bionda.
Che sbarra gli occhi.



L'ambiente è completamente diverso, i colori sono caldi e ci ritroviamo di nuovo nella scena del "teatro", solo che questa volta il patrigno è un prete e l'infermiere un pappone coi baffi. La psichiatra ha i capelli come Moira Orfei e la ragazza sul palco è una bionda in corpetto e calze a rete. E ciglia finte.

Stavo quasi per convincermi di aver capito qualcosa.

L'infermiere baffuto ringrazia il prete per questa nuova orfana e promette di tenerla per un cliente speciale, il Giocatore, che arriverà tra 5 giorni.

Sì, dai, un sogno della ragazza bionda.

Sweetie (la ragazza sul palco) si rifiuta di accompagnare Babydoll (la ragazza bionda) a fare il giro della struttura e delega il compito alla sorella minore, Rocket (un'altra bionda con le ciglia finte).
Sì, cioè... andiamo avanti.

La struttura è piena di ragazze in body, reggicalze e ciglia finte. La psichiatra chiede a Babydoll di ballare: Babydoll è timida, non ha ancora cambiato espressione dall'inizio del film e di ballare non se ne parla. Dopo un discorso motivazionale, però, si scioglie. Chiude gli occhi.

Li riapre e si trova vestita da scolaretta nel cortile innevato di un tempio giapponese.
Che, cioè, insomma... andiamo avanti.



Entra, trova un vecchio circondato da candele che pulisce la lama di una katana. "Cosa cerchi?" le chiede.
Cosa vuoi che ne sappia? Dieci minuti fa era a meno di 2cm da un chiodo in un occhio, cinque minuti fa era circondata da troioni da battaglia e ora e in un tempio giapponese. Non so cosa cerca, non sa dov'è.
Infatti la bionda biascica parole a caso: "Ehm... una via di... ehm... ehm... fuga"
"Libertà" dice il vecchio. Snyder, il numero del tuo spacciatore è oro, conservalo.

Il vecchio dice che le servono cinque oggetti: una mappa, del fuoco, un coltello, una chiave e un oggetto misterioso perché la questione non è abbastanza incasinata e un oggetto misterioso attizza sempre.
Discorso filosofeggiante. Il vecchio la sbatte fuori con la katana e una pistola, chiude le porte.

E dall'altra parte del cortile ci sono tre samurai, uno armato di katana, uno di guan dao (arma inasta cinese, circa 2m di asta che termina con una lama leggermente ricurva) e uno di mitragliatrice.
Un samurai con una mitragliatrice.
Segue una scena di combattimento che mescola tutte le azioni, le mosse e i templi distrutti dei picchiaduro che siano mai stati prodotti e quelli che verranno.



Babydoll riapre gli occhi. Siamo ancora nel sogno dei troioni che è più lungo del previsto.
Tutti sono estasiati, balla benissimo, alcuni piangono, litri di mascara macchiano il pavimento, Moira Orfei squittisce di gioia, altre ragazze si tagliano le vene perché non saranno mai come lei, l'infermiere baffuto credo abbia un'erezione.

Babydoll propone il suo piano di evasione basato su quello che le ha suggerito un vecchio in un tempio giapponese ad alcune compari: Rocket è entusiasta, Sweetie perplessa, ma accetta, Amber (un'asiatica con la pelle da marocchina) ci sta e ci sta pure Blondie (che è mora, ma è Vanessa Hudgens di High School Musical con una parrucca supplementare, le ciglia finte e vestita come una zoccola).



Bisogna recuperare la mappa, Sweetie si offre di entrare nell'ufficio dell'infermiere. Babydoll chiama a sé tutti, inizia a ballare, chiude gli occhi...

...e si trova in una specie di mondo post guerra nucleare. Dalle rovine di un edificio scoperchiato osserva degli aerei militari tedeschi della prima guerra mondiale sorvolare quelle che, poco dopo, si capiscono essere le rovine della cattedrale di Notre Dame a Parigi.
Blondie la chiama, Babydoll si gira e trova le sue compagne vestite come vere e propri troioni da battaglia, con cosce di fuori, accessori inutili, mitra e ciglia finte.

Riappare il vecchio, vestito come Hans Landa in Bastardi senza gloria. La mappa ce l'hanno i tedeschi, dovete recuperarla prima che il corriere raggiunga il dirigibile. Ah, i nazisti hanno una tecnologia talmente avanzata che sì, hanno ancora gli aerei della prima guerra mondiale, ma i soldati sono tutti non morti rianimati. Pippone motivazionale e via.



Nazisti zombie in un mondo post-apocalittico.
Partono dieci minuti di botte e rincorse nel bunker, colpi di pistola, calci, a un certo punto vola un'ascia. Le altre spariscono, Babydoll rimane sola, spara al dirigibile con la pistola che ha tipo 20000 colpi a caricatore, ferma proiettili a distanza ravvicinata con la katana. Dai, ha fermato il corriere, ora finisce questa fantasia erotica a base di ogni videogioco di guerra sia mai stato concepito.
"Dammi la mappa!" ringhia il generale nazista zombie.
No, basta, vi prego.
Un altro paio di azioni che mescolano Soul Calibur a Call of Duty e Babydoll apre gli occhi.

Tutti estasiati.
L'infermiere decide di fare uno spettacolo privato per il sindaco, poi torna nel suo ufficio e si accorge che qualcuno ha manomesso la mappa appesa guardando una puntina.

Il sindaco è l'inserviente viscido e obeso di prima, quello che giocava con l'accendino. Amber si offre di rubarglielo mentre Babydoll balla. Ormai ho smesso di seguire e capire e mi faccio trascinare come un tronco  dalla corrente del fiume. Chiude gli occhi...

... si trova su un aereo che sorvola un castello medievale sotto assedio. 
"Nel castello c'è un cucciolo, nella sua gola si trovano due cristalli di fuoco purissimo" ulula il vecchio: "Ma non svegliate la madre".
Pippone motivazionale.
Babydoll, Rocket e Sweetie si buttano dall'aereo atterrando nel cortile del castello e affrontano gli orchi a colpi di mitragliatrice. Arrivano nella torre del castello, trovano il cucciolo (di drago), Babydoll lo sgozza stando ben attenta a coprirgli il muso per non farlo urlare, prende i cristalli...
...li sfrega e questi provocano una fiammata che genera un'aurora boreale blu. Lì, nella torre. Lì, dove dormiva la mamma. Genio.


Mamma si sveglia, trova il cucciolo sgozzato, mamma si incazza, esce dalla torre e se la prende con l'aereo. Lo stratagemma di "passa sotto al ponte con gli archi a volta come Harry Potter nel Torneo tre maghi" non funziona, è Babydoll a uccidere il drago.
Con la katana. Quando il drago, che per questo vince un Darwin Award, anziché arrostire tutti dall'alto si butta nel cortile strisciando per terra e si incastra tra le porte del castello.

Ok, basta.
Per recuperare il coltello le ragazze sono catapultate in una città del futuro, dove devono fermare un treno in corsa con su una bomba difeso da mandrie di cyborg. Nonostante i pipponi sul lavoro di squadra, Blondie non c'è e tutte se ne sbattono.
Rocket muore, Sweetie viene rinchiusa in isolamento. Blondie ha una crisi isterica, l'avrei anche io se ogni pellicola in cui recitassi fosse una minchiata pazzesca, e confessa tutto a Moira e al pappone.

Il pappone si rivela uno schizofrenico ossessionato dal controllo e sente che le ragazze gli sono sfuggite. Dopo un discorso sulla fiducia, il rispetto reciproco e la promessa a dimenticare tutto spara a Amber e Blondie. A una Babydoll scioccata (vestita da marinaretta) confessa che il suo lavoro è una merda, ha tutte le gnocche, ma ci giocano gli altri, che schifo, daje, bella, abuso di te prima di darti al Giocatore.

Babydoll lo pugnala (col coltello) e gli ruba il passpartout (la chiave). Scappa, libera Sweetie, appicca un incendio e capisce che l'ultimo elemento è il sacrificio ovvero, non so per che connessioni mentali, lei, che la vera protagonista della storia è Sweetie, che ha una possibilità, che deve scappare mentre lei la fa vedere ai tizi nel parcheggio.
Sweetie scappa, Babydoll chiude gli occhi prima di ricevere un cartone sulla faccia.



Torniamo alla lobotomia in manicomio.
La psichiatra racconta che in 5 giorni Babydoll ha fatto di tutto: accoltellato un infermiere, appiccato un incendio, aiutato un'altra ragazza a fuggire, ma la lobotomia no, non se la meritava. Guarda il modulo e scopre la firma falsa.
Si scopre una rete di abusi ai danni delle ragazze operata dagli inservienti e gestita dall'infermiere sociopatico. Lo beccano, lo arrestano, nel mentre Babydoll chiude gli occhi e sogna Sweetie che sale su un autobus guidato dal vecchio.
Super mega pippone filosofico e titoli di coda.


Ci sono tre livelli:
- L'istituto psichiatrico
- Il bordello d'élite
- Quelle fantasie partorite dalla mente di un quindicenne dopo una settimana di videogiochi e fumetti.

Se ci fermiamo al primo poteva essere un bel film, anche introducendo pezzi del secondo.
La colonna sonora è fenomenale.
Ci sono un sacco di fighe.
Ma la trama non c'è.
E i personaggi sono totalmente insipidi, non sono caratterizzati, sono gran gnocche in mutande con i mitra: i personaggi preferiti li scegli in base alla forma del culo.
C'è dentro di tutto e di più, uno di quei titoli borderline tra capolavoro e cagata pazzesca.
Non c'è niente di originale, è tutto un copia e ammassa di cose fighe (e gnocche), sembra un film fatto per indovinare le citazioni. E nonostante questo ci sono alcune parti noiose.
Ho fatto un overdose di ralenty, non avevo ancora smaltito quello di 300, Snyder.
Io voto per la cagata pazzesca.

Che alla fine è un film di quelli che rivedo quando non ho un cavolo da fare.




Sul ponte tra Oude Rijn e Nieuwe Rijn, Kate inchioda con la bici e si gira verso la stazione: "L'astronave si vede anche da qui"
"Sì, la vedo"
"Alieni, lo sento. Sono alieni". Eravamo ferme, nella notte di gennaio, a fissare le luci di una gru in lontananza, nessuno in giro e il Reno che scorreva placido sotto al ponte. Alzo lo sguardo verso i lampioni
"Quando sono venuta a luglio c'erano i gerani sui lampioni"
"E ora dove sono?"
"Li avranno seppelliti"
"Chi?"
"Gli alieni"
"Possiamo ancora salvare il mondo"
"Già. Domani?"

Poco dopo ci separiamo in silenzio e io continuo lungo Nieuwe Rijn.

domenica 16 giugno 2013

Di laghi, tornanti e imbecilli.

Guidare rilassa.
Non parlo di 5 ore di coda sulla tangenziale est o 50km a 30 all'ora dietro a un trattore che deve stare in mezzo alla strada, parlo di strade normali con traffico normale in condizioni normali.

Ultimamente mi capita di avere l'occasione di prendere la macchina e andare a fare un giro con l'unico criterio di essere a casa per cena, "Perché c'è da finire la roba avanzata del pranzo".
Quando parto per questi giri, ça va sans dire, non pianifico niente. Inizio a guidare per poi scegliere la meta che più mi interessa, magari anche dopo aver guidato un'ora nella direzione opposta.
Così finisco per fare Milano-Genova passando da Torino, per esempio. Non è ancora capitato, ma succederà.

Oggi il giro è stato Milano-Lugano (1 ora circa) passando per Lanzo d'Intelvi (che ha allungato di 1ora) e tornando passando da Menaggio, il tutto evitando l'autostrada. Totale: dalle 7.50 alle 15.40 in macchina, togliendo un'ora e mezza di pausa a Lugano e mezz'ora a Lanzo.

Pensavo che le 7 della domenica mattina avessero smesso di esistere quando avevo finito il catechismo.


Brienno



L'Autostrada dei Laghi praticamente vuota mi ha fatta arrivare sul Lago di Como con un imbarazzante anticipo di un'ora sulla tabella di marcia. Per arrivare a Lanzo (e non pagare i 33 euro di autostrada svizzera) bisogna prendere la strada Regina e costeggiare il lago, una strada statale piuttosto stretta, qualche curva importante e una serie di salite e discese appena percettibili. In macchina.

Il problema delle strade panoramiche la domenica mattina sono i ciclisti in allenamento.
Premessa: non ho nulla contro i ciclisti o il ciclismo, so che purtroppo non ci sono molti luoghi dove allenarsi e il posto migliore per allenarsi al ciclismo da strada è proprio la strada, ma ragazzi. 
Non in branchi di 44 in fila per 6 col resto di 2.
Non uno accanto all'altro come i soldatini, in una strada in cui a momenti non passano due macchine una accanto all'altra.
Non sbucare all'improvviso da una via laterale per sentire i brividi della velocità ed entrare sulla via principale in derapata.
Non ignorando stop e precedenze "Perché la bici ha sempre ragione". No. No.

No, in mezzo alla strada.


C'è un limite, c'è un codice della strada. Dateci un'occhiata.
Perché è bello imitare Coppi e Bartali che si passano la borraccia, ma dove voi vedete un gesto di sportività io vedo un potenziale frontale con quello che arriva sparato o una borraccia che rotola a terra trascinandosi dietro un ciclista.


Lanzo d'Intelvi

La mia famiglia ha sempre avuto una grande passione per Lanzo, l'ultimo comune italiano della Val d'Intelvi. Dopo aver abbandonato i ciclisti alle pianure intorno al lago e aver arrancato sulla prima salita semi impegnativa della giornata, arrivo a Lanzo con ulteriore, imbarazzante anticipo.

Alle 10 sono nella piazzetta principale. Una signora sulla sessantina mi guarda perplessa mentre entra in chiesa e in quel momento mi accorgo di essere a mio agio come qualcuno che mette a palla Life back to music dei Daft Punk poco prima di un concerto dei Judas Priest: pantaloncini corti con temperatura media di 15°C, borsa al gomito (perché ho perso la tracolla), smartphone nell'altra mano e 5kg di mascara in faccia perché alle 7.30 del mattino l'unico modo che conosco per truccarmi e quello alla Alice Cooper.
Il ritratto del milanese in vacanza, pardon, in ferie.

Rientro nei ranghi e vado a prendere il caffè al bar preferito da mio nonno negli anni d'oro, quello vicino alla casa dove mio padre giocava quando venivano in vacanza. Ne approfitto per mostrare alla cameriera, una ragazza sui 25 anni, i franchi svizzeri che mio padre m'ha dato da spendere, risalenti probabilmente al Pleistocene, che tanto son sempre validi, dice lui.
"Oddio, che banconote sono? Dalla Turchia?" 
Bene. Il mio budget si riduce da 30 franchi a 5 franchi, l'avanzo che mi porto dietro da Berna.

"Posso cambiarli qui?"
"No, oggi è tutto chiuso, prova alla Terrazza".



La Terrazza d'Italia è poco più avanti. Una volta era uno dei luoghi più prestigiosi della zona.
Una volta, quando la zona era una meta turistica molto gettonata.
Quando ci veniva mio padre ("Sì, era l'anno dei mondiali in Inghilterra, il 1966").
Una volta appunto.

Adesso ha ancora il suo fascino, un albergo, un bar e un'enorme terrazza da cui si può vedere il Lago di Lugano. A 1000m, la vista ha un suo perché, insomma.

"Scusi, posso cambiare in franchi?"
"No, qui no. Ma se scendi verso Lugano prova dai benzinai, hanno un cambio favorevole"



Via Confine

"Una strada così brutta non l'ho mai fatta" disse uno zio di mio padre una volta, camionista.

Via Confine è una rampa di garage lunga un paio di chilometri, un serpente rachitico che si arrampica a suon di tornanti sulla montagna tra le due dogane con una pendenza del 18%, troppo stretta in alcuni punti per due macchine. Se, mentre scendi, senti un rumore di clacson dal burrone boschivo di sotto, vuol dire che sta arrivando qualcuno, quindi devi inchiodare e lasciarlo passare.
Ho visto un ciclista scendere come un pazzo sfrecciandomi a fianco, s'è fatto tutto il pezzo in derapata, poi l'ho perso. Spero abbia frenato, sennò arrivava a Lugano volando.

Perché se inchiodi in discesa poi ti basta sollevare a metà il pedale del freno per ripartire a razzo, se inchiodi in salita rimani lì.

Fortunatamente ho preso la discesa.
Per un locale sarà una strada un po' più impegnativa, per chi vive in pianura, dove la pendenza massima è il 5% del ponte sulla ferrovia, è una Highway to Hell da fare in seconda.
Fortuna vuole che dietro di me c'era un locale che scalpitava per scendere standomi a 2cm dalla targa, senza mettermi ansia, ovviamente. Che ansia vuoi che mi metta uno che mi conta i capelli in testa mentre affronto un tornante stretto quanto la vita di Kate Moss dal lato burrone?

Minimo

La selezione casuale dell'mp3 ha avuto anche il buon gusto di mettere Are you dead yet? dei Children of Bodom sugli ultimi due tornanti.
I cambi favorevoli dal benzinaio in fondo alla strada sono per i miracolati che ci arrivano. Non a caso uno dei primi paesi in fondo si chiama Paradiso.


Lugano

Dalla panchina del lungolago di Lugano vedo la Terrazza d'Italia lassù, inarrivabile dai suoi 1000m e mi chiedo ancora come abbia fatto a scendere con calma come se stessi passeggiando nell'area pedonale di Magenta.



Ho deciso di mangiare il mio pranzo al sacco dando le spalle alla città perché dopo la 5° banca nel raggio di 1km, aver constatato che la macchina più pezzente con targa svizzera era un'Audi targata Berna e il cartello con la super offerta pranzo (primo, secondo, caffé) a 35franchi (1chf=1,20euro) guardare le anatre che si arrampicano sui rami di un faggio appena sopra la superficie dell'acqua è meglio.

Sì, gli yatch che passano avanti e indietro non collaborano. E non mi consola il fatto che il Lago di Lugano sia un lago chiuso, ovvero non da origine a fiumi, ha solo affluenti. Per questo l'acqua è così zozza, non c'è ricambio. Un po' mi spiace per le anatre.

Osservo la gente che passa e, a parte un bambino che si ostina a chiamare "papera" un cigno non c'è nulla di interessante. I soliti turisti che scendono da taxi (Mercedes) davanti alla boutique chiusa di Emporio Armani, signore fotografano il lago con l'iPhone, i mariti con al polso non meno di 500 euro di orologio sbirciano ragazze che fanno jogging fasciate in top Nike ascoltando musica dai loro iPod. 
Ecco, credo che quella abbia appena rovinato la foto di famiglia di quei signori passando tra loro e la Canon grande quanto la mia borsa.

Ok, forse è meglio che me ne vada, le mie scarpe da 20 euro iniziano a sentirsi a disagio. Magari evitando di essere stirata dalla Jaguar targata Zurigo che arriva da destra.


Il ritorno è stato più tranquillo. Strade vuote, assenza di ciclisti (a pusa), sole, poco traffico.
Rientrando sono passata da Como, perché sentivo la mancanza di pedoni e ciclisti contro cui prendermela.
3 ore ed ero a casa.



Ho affrontato la strada Regina con i ciclisti che sfrecciavano da tutte le parti come schegge impazzite.
Ho superato la salita per il parcheggio di Lanzo in prima con la macchina che implorava pietà.
Ho vinto contro la via Confine e la sua pendenza da 18% senza schiantarmi contro un guard rail.
Ho fatto spazio a Maserati targate Basilea e SUV olandesi sull'autostrada, per evitare di essere falciata.

E a momenti vado addosso a uno a 10 minuti da casa perché ha inchiodato di colpo per accostare e far salire la prostituta.