Visualizzazione post con etichetta cazzeggio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cazzeggio. Mostra tutti i post

domenica 24 novembre 2013

Prime impressioni: Saving Grace

Non è corretto pescare episodi a caso di qualche serie tv, guardarli e sperare che piacciano. Però una buona serie tv, secondo me, è quella di cui vedi un episodio per caso e ti incuriosisce a tal punto da spingerti a sapere quello che è successo prima, quello che succederà, sbirciare tra le dinamiche.
Che tradotto in senso pratico vuol dire andare a cercarsi gli episodi precedenti o, se proprio ci pesa il culo, vedere la trama su Wikipedia.
Ho fatto così con Bones, Breaking Bad, Veronica Mars e Game of Thrones. E sappiamo tutti com'è finita con GoT, nonostante il primo episodio che abbia mai visto sia stato il terzo della seconda stagione.

Tutto questo per dire che ieri sera ho visto un episodio di Saving Grace e ho spento a 10 minuti dalla fine.
Non me ne vogliano i fan della serie, tra l'altro neanche così moderna, ma m'è sembrata piuttosto penosa.



Qualche informazione di base su Saving Grace:

serie poliziesca/drammatica.
Io amo le serie poliziesche tanto da essermi bevuta Law&Order in tutti i suoi ventordici spin off (Unità vittime speciali rimane comunque il mio preferito).

- 3 stagioni da 14/15 episodi l'una, serie del 2007 quindi, appunto, non molto recente.

- ambientato a Oklahoma City, ben lontani dalle solite New York o Los Angeles. Per dare una collocazione geografica più precisa: l'Oklahoma è schiacciato tra il Kansas (a nord) e il Texas (a sud), già la posizione dovrebbe dare un'idea vaga sulle politiche razziali e sulla mentalità della zona.
E da quello che ho visto nell'episodio il cast è variegato, il capo dipartimento è una donna di colore e hanno pure un'attrice down.

L'episodio che ho visto ieri doveva essere Sei il mio partner (You are my partner), 7° episodio della seconda stagione, ovvero la metà esatta di quella stagione.

La raccolta di commenti che segue è una serie di prime impressioni, quindi se mai un fan accanito capiti su questa pagina e abbia voglia di spiegarmi perché Saving Grace merita di essere guardata, lo faccia pure.



Prima dell'inizio, lo stacco pubblicitario che introduce l'episodio parla di Grace, una detective di Oklahoma City che vede e interagisce col suo angelo custode. Forse mi aspettavo un andamento più alla Ghost Whisperer, invece è tutt'altro genere.

L'episodio si apre con una specie di festicciola in un bar.
La donna bionda della sigla (Grace) è anche quella che serve da bere. I clienti sono annoiati, così lei e quelli che poi scopro essere altri colleghi, si mettono a ballare sul tavolo per ravvivare l'atmosfera: uno di questi si spoglia completamente, facendo infuriare Grace.

La scena dopo vede Grace e l'uomo nudo avvinghiati a letto intenti in preliminari selvaggi: lui si spoglia e la spoglia quasi completamente, mentre intanto cerca un preservativo. Proprio mentre lei è mezza nuda e lui è riuscito ad aprire il preservativo, Grace cerca a fatica di fermarlo e dice: "No!"
Lui la ignora e continua a limonarsela, finché lei, quando sta probabilmente per prenderlo per un orecchio, riesce a farlo calmare:
"No!" gli dice: "Cavalchiamo senza sella!"

Io, spettatore con conoscenza pressoché nulla delle dinamiche dei personaggi, intuisco che tra i due c'è la classica tensione sessuale tra partner di lavoro che aspetta solo di esplodere dal pilot addirittura, un po' come quella tra Brennan e Booth in Bones.
Quando Grace lo ferma e dice "Cavalchiamo senza sella" mentre lui sta armeggiando col preservativo io capisco: "Facciamolo senza preservativo": siamo a metà della stagione, un plot twist, per rimanere 7 episodi col fiato sospeso "Sono incinta?" o "Quella sera non è mai successo nulla, ma..."

Invece no.


Nella scena successiva vedo Grace e l'uomo andare nudi a cavallo tipo Lady Godiva.

Ne ho sentite di scuse per non fare sesso, ma questa le batte tutte.


La mattina dopo, mentre l'uomo si rotola nel letto in preda a chissà che incubo, Grace si intrattiene in cucina con un altro uomo sulla sessantina. Deve essere l'angelo custode, dato che lei gli chiede se gli angeli dormono e come fanno con le ali (ma che domanda è?).
L'angelo mi aiuta a far chiarezza sulla situazione: l'uomo a letto è il partner di Grace, Ham: il fratello di Ham è morto da poco e lui si trova in pieno conflitto emotivo tra il lutto e l'amore che prova per Grace.
"Ham è un uomo devoto, deve ritrovare la fede" dice l'angelo a Grace, prima di sparire.

La scena si sposta nel commissariato di polizia, dove arriva un caso fresco fresco: una ragazza messicana è morta in pronto soccorso per ferite da percosse. A portarla in pronto soccorso è stato un uomo grande e grosso che l'ha scaricata lì senza molti complimenti.
"Allora è stato lui!" sentenzia subito Grace, con l'acume tipico del detective che ha capito tutto dalla vita, ma riesce ancora a mettersi la scarpa sinistra al posto della destra la mattina.



Grace e il mentalmente-instabile-Ham rintracciano l'uomo, che lavora in un locale malfamato frequentato da skinhead. Ham prende l'uomo (chiamato "Spacca") e gli da un po' di legnate, tanto è ovvio che sia stato un crimine di sfondo razziale.

L'interrogatorio fa rabbrividire. Forse perché sono davvero abituata a Law&Order dove procedono con i piedi di piombo prima che il sospettato trovi un cavillo e lo usi contro di loro, ma là sono a New York, qui siamo a Oklahoma City, rompere un dito al sospettato e sputargli in faccia durante l'interrogatorio è prassi.

Grace parla col suo angelo custode. Grace parla con Ham.
La capa parla con Grace che parla con Ham.
Una schizzata (il medico legale) parla con Grace degli incubi di Ham e di una raccolta di beneficenza. Poi parla ancora di Ham.
Caciara in ufficio che pare il Cinco de Mayo, manca solo la pentolaccia e Raffaella Carrà in sottofondo.
Il medico legale chiede a Grace del suo angelo custode. "Ah, sì, comunque la ragazza morta è stata stuprata da ogni orifizio, ma non è stato lo skinhead" dice il medico legale prima di tornare a parlare di galline.



Finalmente si decidono a mandare a casa Ham, che prima di lasciare il commissariato decide di fare feng shui a modo suo spostando mobili a calci. Un attimo prima di andarsene, Ham ha un attacco di cuore.

Ah, giusto, la ragazza morta.
E' un'immigrata irregolare, stuprata da tutti i buchi possibili prima di essere picchiata a morte.
La sera prima aveva lavorato per un deputato che, ovviamente, stava promulgando la legge più razzista della storia dell'Oklahoma. Per fortuna uno dei detective è figlio di chissà che politica, quindi è facile per lui destreggiarsi nella palude di governatori e politici vari e chiede aiuto alla mamma.

No, no, fermi tutti, ci stiamo concentrando troppo sul caso e poco sui veri protagonisti: Ham e Grace.
Ham viene dimesso due minuti dopo aver messo piede in pronto soccorso, Grace lo accompagna a casa, segue un dialogo surreale di quasi 10 minuti e Ham che crolla esausto a letto.
Grace gli requisisce le tonnellate di armi da fuoco che l'uomo ha in casa (siamo pur sempre in Oklahoma) e torna a casa sua.



Toh, un interrogatorio. Mi ero quasi dimenticata che la serie fosse un poliziesco.
L'interrogatorio non porta nessuna novità, se non scoprire che la ragazza è andata via con uno in BMW. Ma dato che abbiamo speso 30 dei 50 minuti di episodio a guardare la faccia monoespressiva di Grace mentre parla dei massimi sistemi con Ham, il caso va risolto.
La madre del detective, quella che fa politica, gli porta una lista dei partecipanti alla festa e gli indica 3 persone che avrebbero potuto picchiare a morte una donna e tornarsene a casa come se nulla fosse. Segue siparietto WOMEN POWER ANTIRAZZISMO tra il capo commissariato (nera) e la madre del detective (che probabilmente ha la scritta WASP sulla chiappa destra).

Ham molla un pugno all'angelo custode di Grace.
Grace parla col suo angelo custode.
Grace scopre che il suo cane ha la diarrea (Il dialogo tra Grace e l'angelo sulla consistenza delle feci del cane dura di più dell'interrogatorio alla zia della ragazza morta).
Ham fa visita a Grace e chiede perché gli ha requisito tutte le armi da fuoco: "No, ma non mi sarei mai suicidato!". Ham dice che l'attacco di panico che ha avuto era da finocchi e comunque in 40 minuti di episodio ha somatizzato la morte del fratello.



Ham e Grace tornano in commissariato mentre portano nella sala degli interrogatori l'unico politico che la sera della festa guidava una BMW. Ovviamente il suo nome era nella lista dei bambini cattivi preparata dalla madre del detective. Grace gli fa il pippotto morale e gli sputa in faccia. Lui le sputa in faccia di risposta.
"Ora abbiamo il tuo dna!" ahah, geniale Grace, furba come un gatto di marmo, offrirgli un caffè e tenere il bicchierino era da finocchi mi sa.
Il caso è chiuso. Sommando gli spezzoni e le battute dedicate all'indagine arriviamo a 15 minuti scarsi su 50.

La scena torna poi nel bar di inizio episodio, dove il medico legale balla sul bancone vestita da gallina e imitandone il verso.


E qui ho spento.

Cosa ho apprezzato dell'episodio: l'ambientazione.
Sono effettivamente abituata agli scenari fighetti ed eleganti di New York o a quelli un po' più vivaci e imbottiti di coca di Los Angeles e Miami, una serie ambientata in Oklahoma è interessante. Non hanno i metodi snobbettoni, l'ambiente è più famigliare, meno complesso nelle sue dinamiche, meno "Ecco, avete fatto una cazzata, non vinceremo mai la causa".
Io ti spacco un dito, tu mi fai causa, e io te ne spacco un altro. Fare causa è da finocchi.

Diciamo che è una serie perfetta per chi cerca vicende in cui i personaggi sono ben caratterizzati e maturano durante gli episodi: in Law&Order manca tutta questa caratterizzazione dei personaggi che si limita solo al coinvolgimento personale di uno della squadra in un determinato caso piuttosto che un altro (il nero simpatizza con le vicende razziste, il detective con famiglia in quelle dove sono coinvolti bambini e via così).
Ma manca una vera e propria caratterizzazione del personaggio.

In Saving Grace le vicende poliziesche fanno da sfondo all'evoluzione dei personaggi.
Di sicuro mi servirebbe vedere almeno la prima serie per capire le dinamiche tra Grace e l'angelo custode e per capire meglio Grace stessa, per esempio se è normale che vada in un bar di skinhead urlando in spagnolo o cavalcare nuda di notte per non fare sesso.
Ma sinceramente non mi interessa.

Il cast è un meraviglioso mosaico di interculturalità e modernità a dimostrazione che anche in uno degli stati più conservatori degli Stati Uniti i neri non vengono bruciati vivi, gli indiani sono tollerati e le donne non vengono chiuse in cucina. Anzi, la capa del dipartimento (nera) ha pure frequentato la stessa università della politica WASP e probabilmente le due erano anche nella stessa sorellanza. E' una splendida immagine di cooperazione e tolleranza, ma non so quanto si avvicini alla situazione del moderno Oklahoma o, in generale, del mondo. Ma è una serie tv.
Come ho detto prima, c'è anche un'attrice down: bell'intento, peccato che non abbia un ruolo ben definito, se non quello di cazzeggiare in giro per il dipartimento.

Mi dispiace anche vedere Holly Hunter (Grace) in quelle condizioni. Va bene che sono passati più di 10 anni dall'oscar alla migliore attrice, ma ha perso moltissimo in espressività, almeno in questo episodio: espressione con cappello e senza cappello alla Clint Eastwood.
Photoshop agguerrito nelle locandine dove sembra un fresco fiorellino di 30 anni, quando nell'episodio dimostra anche piuttosto male i 49 anni che aveva quando l'aveva girato.


Tra le cose che però ho imparato è che in Oklahoma tendono a sputare in faccia alla gente, quindi attenzione viaggiatori.

martedì 29 ottobre 2013

Regine, principesse e sguattere del pop

Dopo essere riemersi dallo tsunami di polemiche che ha accompagnato l'ultima uscita di Robin Thicke ed essere rimasti a bocca aperta per l'ultimo, favoloso secondo me, lavoro dei Daft Punk ci sono stati altri fenomeni interessanti intorno a questa estate 2013 in ambito musicale.

Non voglio dilungarmi su una domanda come "Ma che cazzo ha fatto Pharrell in questi ultimi 10 anni?", ma che potrebbe essere un buon argomento di discussione, quindi ecco il fenomeno interessante di cui parlavo 3 righe fa: per quanto riguarda regine, principesse, contesse e sguattere del pop, l'estate 2013 è stato l'anno della rinascita.

Vado in ordine cronologico.



KATY PERRY - ROAR



In questi ultimi due giorni l'ho sentita in radio almeno quattro volte e devo dire che è ancora un ottimo risultato, visto che il singolo è uscito il 12 agosto. Per questo motivo vince il titolo di "Tormentone di fine estate" nella mia personale classifica (quello di inizio estate è Get Lucky, Daft Punk. Lo segnalo per completezza).

Roar è una specie di punto panoramico tipo terrazza di Basilea o sovrappasso della stazione Milano Certosa nel percorso musicale di Katy Perry. Ci sta dicendo che sta cambiando, come affronta il cambiamento e cosa potremmo aspettarci dal suo nuovo album (Prism, uscito tipo settimana scorsa). Fino a questo momento Katy aveva trito e ritrito i prodotti già sentiti in Teenage Dream, l'ultimo singolo era il surreale Wide Awake (maggio 2012). Roar è stato promosso con campagna promozionale all'insegna di Twitter, tra gli altri mezzi (con tanto di immancabile #Roar), e un video-lyrics basato tutto su uno scambio alla Whatsapp con le icone al posto delle parole che fa tanto ritardati.

Katy Perry era abituata a stupire con parrucche colorate (California Gurls), travestimenti divertenti (Last Friday Night) o apparecchiature strambe alla Lady Gaga (il reggiseno-spara botti di Firework). In Roar la prima novità è già il fatto che lei abbia un look naturale, ovvero senza parrucche, vestita in modo piuttosto sobrio rispetto a video precedenti. L'unica pecca è quel triplo strato di fondotinta, se le facessero i primi piani alla Sergio Leone riusciremmo a leggere Maybelline in fronte, ma è comunque un look più naturale rispetto a lavori precedenti. 
A occhi inesperti sembra che abbia in faccia solo "Un po' di colore e del nero sugli occhi" [cit.]




Sul testo niente da sottolineare, un altro brano che punta alla rinascita personale, alla rivalsa su chi ci ha sempre buttato giù e sul fatto che abbiamo la forza per rialzarci e tante altre belle cose che potremmo trovare solo in altri testi di Katy Perry o nelle canzoni dell'oratorio. Anche gli spezzoni divertenti rientrano nel classico. 
Esperienza personale? Senza dubbio, il divorzio da Russel Brand è ancora un argomento scottante, ma certo che se vai a sposarti un tizio come Brand non puoi aspettarti di prendere il the alle cinque e passare le domeniche pomeriggio sul divano a vedere Quo Vadis?

Il travestimento da regina della giungla è fenomenale e ha contribuito ad aumentare le visualizzazione su Vevo, vuoi per le ragazze che rimangono meravigliate dal suo fisico, vuoi per i ragazzi "Sono qui solo per vederle le tette" (che meritano davvero, tra l'altro).

Roar è spiritosa, colorata, un inno che può essere perfetto sia per una squadra amatoriale di pallavolo, facile anche da ricordare con animali buffi come la scimmia cappuccino tipo Barbossa dei Pirati dei Caraibi.

Katy Perry è stata un'araba fenice in questo 2013? Assolutamente sì.



LADY GAGA - APPLAUSE



Dall'uscita di Marry the night (novembre 2011) a questo Applause (12 agosto 2013, ancora), Lady Gaga ne ha passate di tutti i colori: tour annullati, operazioni all'anca, album rimandato, ruolo nell'ultimo film di Robert Rodriguez, rischio di finire nel dimenticatoio se non fosse stato per qualche coup de théâtre.

Premessa: non amo particolarmente il suo genere, però è brava in quello che fa. Decisamente brava.

Molti la davano già per spacciata e vedevano la partecipazione in Machete Kills come una via di fuga alla Justin Timberlake. La mia carriera musicale è finita, faccio quello che hanno fatto altri prima di me: mi do al cinema (o viceversa).

Ed è qui che arriva Applause, primo singolo del terzo album (ARTPOP, esce a novembre).
A differenza di Roar deve essere ascoltato almeno un paio di volte prima di essere davvero apprezzato, anzi, la prima volta che si ascolta non è neanche così bello.

Anche come testi siamo sulla riva opposta rispetto a Roar: Lady Gaga ha sì molto di autobiografico, ma non è l'autobiografico per il sociale di Katy Perry. Applause è una dichiarazione d'amore verso l'attenzione, il successo e verso i suoi fan, condita da tutti quegli elementi visivi che rendono unici i video di Lady Gaga. Non è un testo in cui puoi rispecchiarti, non ti infonde fiducia o forza

E poi bisogna ammetterlo: quel video è un'esperienza mistica.
Già dopo averlo visto una volta si capisce che è più vicino a un lavoro come Bad Romance o Alejandro piuttosto che Judas. Non che mi dispiaccia, sia chiaro, ma in Judas c'era pur sempre Norman Reedus.

Inoltre è uno dei pochissimi video che rispetta il brano e non aggiunge scene extra, un video di 3 minuti e mezzo per una canzone di 3 minuti e mezzo, non ci troviamo davanti a un'epopea come Telephone (9 minuti) o un brano diluito come Born this Way. E' significativo questo dato, perché vuol dire che il brano è perfetto così, senza fronzoli visivi.




E di fronzoli ne ha: citazioni di Botticelli, Pierrot, Janet Jackson (il reggiseno a forma di mano), Marilyn Monroe. C'è anche molta, molta autobiografia: Gaga mora che balla (gli esordi) o che sfila sollevando la gamba di un manichino (l'operazione all'anca). E qui, ancora come Katy Perry, si mostra molto più al naturale del solito e per "naturale" intendo davvero senza trucco. 

Lady Gaga è stata un'araba fenice in questo 2013? Ovvio.
Pochi giorni dopo l'uscita del video, Youtube è stato sommerso di parodie e prese in giro. E se c'è una parodia vuol dire che il prodotto ha avuto successo.



MILEY CYRUS - WRECKING BALL




Mh. 
Cominciamo da una domanda semplice: avete mai sentito (o anche solo sentito parlare) di Who owns my heart? Ricordatevi la risposta un momento.

Sono passati pochi giorni dal tornado degli MTV Video Music Awards, quando Miley Cyrus ha duettato con Robin Thicke strusciandogli il sedere sul pacco e mimando amplessi con un guanto di gomma.
L'atmosfera si era già surriscaldata con l'uscita di We can't stop (giugno 2013) che aveva bloccato in gola una serie di mugugni e proteste, tipo salatino del Despar che si pianta nell'esofago: i VMA sono stati il colpo di tosse secco che libera del suddetto salatino.

Nella tempesta mediatica che si è creata e che ha continuato a imperversare per il mese successivo era il momento perfetto per lanciare il nuovo singolo e promuovere il nuovo album Bangerz (uscito a inizio mese).

Io personalmente come discografia post Hannah Montana mi ero fermata a Can't be tamed, tipico inno adolescenziale con tanto di testo ribelle e ali nere nel video, e quell'inno da festicciola nel campo scout cattolico che era Party in the U.S.A.

Torniamo alla domanda di sopra: Who owns my heart.
Mai sentito?
Se la risposta è no allora è chiaro tutta l'evoluzione di Miley da We can't stop a ora. Who owns my heart (ottobre 2010) è stato il primo vero tentativo di togliersi l'etichetta Disney di dosso. Il fatto che nessuno ne abbia parlato come ne stiamo parlando ora dimostra solo che Miley non aveva osato abbastanza: l'atteggiamento da gatta in calore, le gambe nude, la discoteca affollata dove si strusciava con altre ragazze... non è stato abbastanza.
Vedevamo ancora Hannah Montana che "affronta una fase".
Poi c'è stato We can't stop, un testo spensierato accompagnato da un video ribelle, mentre Miley sculacciava le ballerine o mostrava il sedere fasciato nei leggins bianchi era come se dicesse: "Ora capite che NON è una fase?"

Ed eccoci a Wrecking Ball.
Comincio dalla parte più semplice: il testo. Molto, molto autobiografico, è stata appena mollata dal fratello di Thor (aka uno degli angoli del ménage à trois di Hunger Games) e Miley c'è rimasta davvero di merda. 

Anche io ci rimarrei di merda a essere piantata da Liam Hemsworth, sinceramente. 
Ma io con le rime non vado al di là di tradita-margherita o dolore-malore.
Il testo di Wrecking Ball è bello, è anni luce avanti alle lamentele quotidiane di una diciannovenne, è più profondo di quello che ci aspetteremmo da una che chiama "twerk" un semplice sculettare piegata a 90.



Poi è arrivato il video. Miley stava cavalcando l'onda dell'artista trasgressiva e non poteva deludere: il twerk non era più l'asso nella manica, basta cambiare i riferimenti sessuali, lasciare comunque un abbigliamento minimo per non distrarre, et voila.
Leccare un martello, ballare nuda su una palla da demolizione, limonarsi una catena e piccoli accorgimenti tipo mostrare il buco del culo quando il testo dice I just wanted you to let me in.
Non te lo volevo dire, Miley, ma è tardi ora proporre l'anal per salvare il rapporto. Ciò non toglie che non basta mettere un nome famoso per rendere una minchiata pazzesca "arte".

L'effetto inquietante dei primissimi piani a inizio video è dovuto anche all'uso delle circle lenses (http://en.wikipedia.org/wiki/Circle_contact_lens), come mi è stato indicato da un'esperta in materia che si ha fatto un salto dopo aver visto questa scena alle 7.10 di sabato mattina.

Miley Cyrus è un'araba fenice in questo 2013? Ni.
Lo è perché i testi sono più maturi, più belli e più godibili di quelli puramente adolescenziali in Can't be tamed. Bangerz è un bell'album.
Non lo è perché 3/4 della popolazione mondiale, visto che a un certo punto la copertura di notizie su Miley Cyrus era totale, sembra la classica mignottina spuntata dal nulla quest'anno. E pochi perderanno tempo ad ascoltare un'altra delle sue canzoni, figuriamoci un album intero.


BRITNEY SPEARS - WORK B**CH!



E' dai tempi dell'intro di Gimme more che Britney se la prende con una fantomatica "Bitch": prima le dice di stare attenta, ora le da consigli su come avere successo nella vita dall'alto di un video che alterna coreografie in mezzo al deserto, scene di sadomaso soft e macchine da corsa.

Britney è tornata, ma è tornata davvero.
Non come con Scream & Shout  che ci ha fracassato le palle lo scorso inverno, dove ogni tanto spuntava un It's Britney, bitch!, ma veniva sommerso dalla musica a palla che poteva concepire solo uno che aveva scritto l'odiosa My hump.
E non conto neppure Oh la la, un brano per la colonna sonora dei Puffi. Cioè, Britney Spears e i Puffi.

Il testo non è nulla di che, piuttosto semplice. Dalla Britney adolescente che si lamentava della pressione del mondo che la circondava in pezzi come I'm not a girl... not yet a woman o alle prese con i classici problemi da quattordicenni di Oops I did it again! ora abbiamo una Britney mamma-chioccia che ci dice senza mezzi termini: vuoi una bella casa? Una macchina costosa? Allora lavora, stronza.

La cover del singolo fa abbastanza pena: è photoshoppata talmente male che Britney, con un boa di struzzo azzurro, sembra un transessuale con le tette rifatte malissimo che si è appena sparata una striscia E una pera nel bagno pubblico di Molino Dorino.

Il video no, nel video torna la Principessa del Pop biondissima e sensuale. La coreografia è piuttosto semplice, ben lontana dai fasti di Overprotected, ma stava già abituandoci a video senza grandi danze e magheggi vari (vedi I wanna go del 2011). Ormai da un paio d'anni a questa parte la regina della coreografia è Lady Gaga, non ci piove. Ottimi trucchi comunque, tra scelta dei costumi, degli ambienti, delle ballerine cesse da mettersi accanto nei primi piani.

Nel settembre 2013, Britney Spears sforna, a mio avviso, una delle migliori canzoni motivazionali dell'anno. Ascoltiamo Katy Perry quando abbiamo bisogno di una spinta sul piano personale, ascoltiamo Work B**ch! in palestra (cioè, ascoltate), durante gli esercizi di aerobica (ancora decisamente ascoltate) o fuori a correre ("ascoltiamo" iniziale non era decisamente un plurale maiestatis, per quanto mi riguarda era plurale poltronis).



E va bene, la scena di Britney che tiene al guinzaglio alcune ballerine vestite da gatte ricorda molto Beyoncé in Who run the world? con due iene.
Non l'ha copiato. O forse sì, ma non per carenza di idee, per un riferimento, per prenderla in giro, perché avanzavano guinzagli, che ne so. Alla fine non sono nella testa di Britney per dare una ragione valida a questa scelta, ma posso spiegare perché le accuse di plagio (per una singola scena poi) è una gran vaccata: ha fatto tutto un video con elementi di sadomaso. Collare e guinzaglio sono perfettamente adatti al contesto, Beyoncé non ha la proprietà intellettuale del gesto con tanto di brevetto e se proprio vogliamo essere puntigliosi Beyoncé stessa in quella scena ha le scarpe di Lady Gaga in Bad Romance.

Anzi, per completare il discorso dico che Work Bi**ch!  e Who run the world? hanno lo stesso tema, ovvero spronare le donne a fare (e non dare) del loro meglio. Ovviamente il messaggio viene presentato in modo diverso, ma quello è: se lavori duramente (Now get to work, bitch!) potrai un giorno arrivare in alto (Who run the world? Girls!). Diciamo che tra i due messaggi preferisco quello diretto di Britney a quello romantico-ma-spacco-i-culi di Beyoncé, ma i tempi di Bootylicious e delle Destiny's Child sono passati e Beyoncé ora ha altri standard da rispettare.

Intanto Work Bi**ch! ha scalzato Wrecking ball dalla testa delle classifiche statunitensi due ore dopo la pubblicazione.

Britney Spears è un'araba fenice in questo 2013? Minchia se lo è.

[Bonus]

RIHANNA - POUR IT UP
(video, il singolo è uscito a gennaio)



Rihanna adora i culi.


Ma almeno ha capito cos'è il twerk.

martedì 22 ottobre 2013

E anche oggi un articolo interessante

Leggo spesso Vice (http://www.vice.com/it)
Ha qualche inchiesta interessante, peccato che il resto degli articoli non ho ancora capito se rientrano nella fascia "Ci sei o ci fai?" o "Non so cosa scrivere oggi".

Il bello di Vice è che ha una ventina di edizioni in altre lingue. Le inchieste più corpose vengono dall'edizione madre statunitense (qualche volta anche dal Regno Unito e dal Canada), ogni edizione nazionale ha i suoi ehm... "giornalisti" locali che fanno il loro dovere.

Una mia ex compagna di classe nata ad Ankara e trapiantata a Rotterdam mi ha passato questo articolo, preso dall'edizione olandese di Vice: "Ho chiesto a quattro persone perché odiano i bambini" (http://www.vice.com/nl/read/ik-vroeg-vier-kinderhaters-waarom-ze-kinderen-haten).

Ricordo che avevamo parlato di questo quando ero ancora a Leiden: io, lei e la ragazza brasiliana eravamo le uniche tre a non scoppiare di gioia quando vedevamo un pargolo altrui, ma mentre Paòla (la brasiliana) i bambini proprio non li poteva vedere, sia io che Duygu eravamo dell'opinione: "A me piacciono i bambini, non piacciono le bertucce maleducate".

Comunque anche nella "civilissima Olanda", come la definisce mia madre, dire che non ti piacciono i bambini non è ben visto almeno, soprattutto se sei una ragazza, vieni guardata male. Come se dicessi: "Sì, cioè, comunque nelle notti di luna piena sgozzo gattini".

Perché ricordiamolo: se parli male di animali, bambini e omosessuali sei un mostro.

Tornando all'articolo, nel Regno Unito cominciano ad affermarsi molte associazioni di coppie childfree, ovvero quelli che non vogliono figli, ma nel resto d'Europa non è ancora un'opinione ben vista. Di solito non se ne parla molto e quando se ne parla, se ne parla male. E' un argomento piuttosto delicato, non ci si può permettere un attacco a spada tratta contro la categoria che sostiene i bambini, per questo i pochi tentativi a cui ho assistito finora (tra cui un paio di articoli piuttosto feroci sul blog la 27ma ora del Corriere della Sera) hanno scatenato solo polemiche allucinati, non una discussione che porta a dire: "Ah, vero, effettivamente anche il tuo punto di vista ha delle basi solide, anche se non condivido".


Sander Roks, l'autore di questo articolo, si crea un'occasione per scrivere un pezzo che spinga alla riflessione e fa un disastro dall'inizio alla fine.
Anche se la genesi dell'articolo credo sia stata più o meno la seguente: Sander si alza, vorrebbe passare la giornata in mutande a racimolare figa su Badoo e mangiare cereali, ma, cazzo, ha una consegna. Magari però le lettrici di Vice sono meno psicolabili di quelle che si spacciano per Adriana Lima su Badoo, quasi quasi si può arrivare a un compromesso.

Andiamo con ordine.
Sander attacca dicendo che "Mi piacerebbe avere sei figli. All'inizio sarebbero difficili da gestire, ma quando inizieranno a giocare tra loro saranno più tranquilli e si cureranno a vicenda".

Sospiro profondo.




Con questa premessa non capisco se Sander è figlio unico o se è semplicemente deficiente.
Chiunque abbia avuto un fratello/sorella o conosca degli amici che ne abbiano sa che i fratelli giocano pacificamente in media 5 minuti al mese. Per il resto sono risse, urla, appelli alla mamma e pianti. Bastava dire "Questo è mio" o "Voglio cambiare gioco" per scatenare una potenziale zuffa tra me e mia sorella,  tra sei bambini non oso immaginare.
Figuriamoci poi sei bambini che si curano da soli. Conosco fratelli maggiori che si sono dovuti accollare tutta la responsabilità dei 3-4 minori durante infanzia e adolescenza e non sono esattamente felici.

Nel suo mondo idilliaco fatto di bambini che strillano solo appena dopo il parto, Sander si stupisce del fatto che, santiddio, esiste gente che odia i bambini. Come può? Insomma, i bambini sono un dono, sono la cosa più bella del mondo, sono la vita! Come si può odiarli?

Così approda su Twitter e chiama a raccolta gli haters.
Hanno risposto in moltissimi, dice Sander che ci stupisce ancora selezionando 4 personaggi che neanche fuori da un manicomio poteva andare a trovare.

Sarah ha 23 anni.
Dice subito che secondo lei i bambini sono "Pasticcioni, sporchi, casinisti e una merda totale". Non contenta rincara la dose: sostiene che ogni volta che ne sente uno parlare pensa "Muori" e che se bevono un succo di frutta particolare "puzzano da fare schifo".

Mi sorge un dubbio: Sarah ha capito bovini al posto di bambini?
Quando racconta di essere stata importunata da una bambina che voleva a tutti i costi accarezzare la cover del suo telefono a forma di orsacchiotto sul treno, dubito molti riescano a compatirla. Alla quinta visita della bambina, Sarah ha urlato "Lasciami stare, cazzo!" (come avrebbe fatto chiunque) e solo allora la madre se l'è presa perché "Non si parla così a un bambino".

La reazione di Sarah è legittima.
Peccato che prima per 10 righe sia passata come una psicopatica che sparerebbe a vista ai bambini e non è facile ora provare compassione, specie se chi legge fa parte della maggioranza "I bambini sono la cosa migliore del mondo".

Sander poi chiude l'intervista con Sarah dicendo "Se lo scopo della vita è davvero riprodursi, non ti sentiresti in colpa?".
Sarah gli risponde che sostanzialmente non gliene frega un cazzo.


Il secondo intervistato è Tim, 26 anni.
Dice che la prima cosa che pensa quando vede un bambino è "Stammi lontano, cazzo". A parte questo, Tim sembra il più equilibrato dei 4: ha parlato con amici che vogliono figli, non condivide le loro ragioni, ma li lascia fare. Si lamenta dei bambini che fanno casino al cinema.

Sander allora cerca di farlo tentennare con domande cretine: "Andresti a vedere il figlio neonato di un tuo amico in ospedale?" e "Passeresti una serata con il bambino?"

Certo, no? Io odio i ragni, ma se mi regalassero una teca di tarantole sarei entusiasta di tenerla accanto al letto. Sarei entusiasta solo se fosse Scarlett Johansson (aka Vedova Nera in Avengers e Iron Man 2)


Tim dice che andrebbe a trovarlo per gentilezza, ma i suoi amici lo conoscono e non gli chiederebbero mai di tenere il figlio. Sander, deluso, chiude subito l'intervista, la più breve tra le 4.


Poi è il turno di Lilian, 25 anni. Inizia dicendo che dei bambini non sopporta "L'odore di merda, il casino e le domande". Quando ne vede uno pensa sempre "Vattene, ti odio". In vita sua non ha mai gioito alla vista di un pargolo.

Non vedete già le dita dei lettori puntate contro Lilian e pronte a scrivere un commento di fuoco in difesa degli "angioletti sulla terra?" Io sì e sembrano quei gruppi dei villaggi vacanze quando puntano il dito mentre ballano le strofe di YMCA dei Village People.

Anche qui, un po' fomentati dalla presentazione di Lilian e ancora furibondi per le uscite di Sarah, i lettori più amorevoli non riescono a simpatizzare con una che ha osato dire "I bambini puzzano di merda", neanche quando litiga con i genitori di un bambino urlante al supermercato o quando chiede a una cliente nel ristorante dove lavorava se poteva richiamare i figli impegnati a giocare a nascondino con le tende. No, neanche quando si scoccia del bambino che urla da Mc Donald's, anzi, fa proprio la figura della cagacazzo.

Sander percepisce che taglio dare al personaggio e la secca con la domanda: "E se l'amore della tua vita volesse dei figli?". Lei risponde prontamente che è riuscita a convincerlo del contrario: "Gli ho detto quante cose ci saremmo persi, non avremmo potuto fare un viaggio con un bambino"
Ah, povera scema. Che mette davanti lo svago alla meraviglia che un figlio ti può dare, che materialista.

Non contento, le rifila la stessa domanda di chiusura di Sarah: "Se lo scopo della vita è davvero riprodursi, non ti sentiresti in colpa?"
Lilian dice che tanto i cinesi ne fanno a bizzeffe di figli, quindi lei può tranquillamente evitare.

Ah, è pure razzista ora.
Dopo Sarah, ecco un altro personaggio psicotico con cui non è facile essere d'accordo.

L'articolo si conclude con Annemarie, 25 anni.
Annemarie sembra una persona ragionevole: da ragazza voleva dei figli, poi ha cambiato idea crescendo. Troppo ragionevole, infatti Sander la fa capitolare alla fine. Dopo aver chiesto "I bambini vengono sempre da te per raccontarti qualcosa?", Annemarie risponde e poi si butta in uno sproloquio senza senso tipico di chi non ha preso le medicine del TSO o s'è appena scolato 6 o 7 birre: "Perché devo mettere al mondo qualcuno che non me l'ha chiesto e stare al suo servizio per 18 anni?"

Peccato, Anne, stavi andando bene.

Sander è soddisfatto.
Torna nel suo mondo dei 6 bambini contento di aver gettato ulteriore merda sulla filosofia childfree sguinzagliando 3 personaggi le cui tesi potrebbero essere smontate anche da un rincoglionito. Sarah si dimostra aggressiva, soprattutto con quel "muori" e non si può intavolare una discussione con una persona del genere.
Nel tornado di furia, Tim non se lo caga nessuno.
Lilian parte aggressiva e poi viene presentata come un'egocentrica prepotente che sopporta solo sé stessa, neanche le opinioni del fidanzato.
Annemarie, col suo sproloquio, è quella che offre il miglior contro attacco:
- "Anche tu non hai chiesto di nascere, però eccoti qua e non mi sembra che ti stai lamentando" (reazione normale).
- "La vita è un dono, troiaaaaaaa!!1!!11!!!one!!1" (reazione comune).

Qui riesco a leggere distintamente: "Io, davvero non li capisco, ho cercato di capirli, però guardate! Quando pensano ai bambini pensano all'odore di merda, non al profumo di borotalco o alle loro risate innocenti! Sono davvero mostruosi!"



Sander, io non so se tu sei tra quelli che girano alle 6 di sera con gli abbaglianti in paese, con gli occhiali da sole quando piove, che reputano Pannella una persona intelligente o se sei davvero un genio appena mollato dalla fidanzata fuggita inorridita all'idea di dover sfornare 6 pargoli che scrive quanto gli piacciano i bambini per scatenare le lettrici con la fantasia dell'uomo perfetto. Nuovi contatti, chiusa una porta si apre un portone, da cosa nasce cosa e via.
In questo caso, consiglio spassionato: Badoo funziona meglio.

Spezzo una lancia a favore di Sander che ha sì scritto una marea di cazzate, ma almeno s'è sforzato di scrivere e persino fare un appello via Twitter, che è pur sempre da ritardo mentale, ma non come organizzare una galleria quotidiana di 20 immagini su Belen Rodriguez (luglio-agosto) o Miley Cyrus (settembre). Ed essere pure pagati.
Vero Corriere?

lunedì 22 luglio 2013

L'orso, la croce e il fascio

San Gallo è considerata la metropoli della Svizzera orientale.

Più di 70 mila abitanti, situata in un territorio ancora piuttosto pianeggiante ai piedi delle Alpi di Appenzello, San Gallo è la capitale dell'omonimo cantone, conosciuta soprattutto per i pizzi e per l'Abbazia di San Gallo, patrimonio UNESCO dal 1983.

Il simbolo della città, come quello di molte altre città svizzere, è l'orso. L'orso è uno degli animali prediletti dalla Svizzera sulle bandiere, poi però se quelli in carne e pelliccia attraversano il confine li impallinano, ma questa è un altra storia.
La bandiera cittadina sventola ovunque nelle strade del centro storico, accanto a quella della Svizzera e a quella del Cantone San Gallo, ovvero questa:



A vederla la prima volta da un edificio di Bankgasse mi ha provocato la stessa sensazione di un tedesco che vede una svastica azzurra su sfondo bianco sventolare dalla facciata di qualche palazzo all'estero. Che va bene, il fascio era un simbolo di potere per gli etruschi e la svastica era un simbolo molto positivo dalla preistoria.
Poi però è arrivato il ventesimo secolo.





612 dC
A Bregenz (attuale Austria), un giovane prete irlandese è costretto a letto da una malattia che gli impedisce di proseguire il suo pellegrinaggio verso l'Italia.

Non era una scena degna di nota, se non fosse che il prete malato è Gallo, uno dei dodici discepoli di Colombano (ora San Colombano), partiti dall'Irlanda alla volta della Gallia per cristianizzare queste valli di buzzurri che veneravano ancora bestie e altre amenità pagane che no, insomma, a 600 e passa anni dalla nascita di Cristo non si poteva sentire.

Gallo è malato e probabilmente morente, dati gli standard igienici dell'epoca. Colombano è furibondo.
Il prete, non potendo muoversi, infrange una promessa sacra, ovvero quella di diffondere la parola di Dio. Colombano parte alla volta dell'Italia con i pochi discepoli rimasti, lanciando maledizioni (e probabilmente oggetti contundenti) a Gallo, che si ritrova malato in una zona sperduta della Gallia spogliato dei suoi titoli di religioso.

Due anni dopo Colombano muore in Italia.
Gallo invece è ancora in giro. Una notte sogna Colombano sotto forma di colomba che gli dice: "Dai, ti perdono, sei ancora prete, vai tranquillo".

A quel punto Gallo aveva fatto di tutto. Dai vari manoscritti medievali gli si attribuiscono eventi come:
- ha avvistato e scacciato il mostro di Lochness (prima di partire per la Gallia);
- è sopravvissuto all'assalto di un orso nei boschi svizzeri offrendogli una pagnotta. O, secondo altre versioni, aveva chiesto a un orso di portargli la legna per accendere il fuoco.
- ha eseguito con successo un esorcismo sulla promessa sposa del re dei Franchi.

Gallo muore nel 645/646 in un piccolo eremo fondato nell'attuale città di San Gallo: aveva scelto di fermarsi nel luogo dove aveva incontrato l'orso, interpretato come segno di buon auspicio.



Nel corso dei secoli, l'eremo divenne un'enorme e ricca abbazia con il suo circondario: intorno al 1400 era il centro di un vero e proprio stato indipendente, l'Abbazia Imperiale di San Gallo.
Il simbolo regionale era l'orso di San Gallo, quello della legna per il fuoco.

Gli abati copiavano libri, predicavano e vivevano delle tasse e dei raccolti delle loro terre, donando ricchezza spirituale in cambio di ricchezza terrena. 
La popolazione doveva essere molto felice dello scambio, tanto che nel giro di pochi anni sia Appenzello (cantone) che San Gallo (città) si ribellarono al dominio dell'abbazia, rendendosi indipendenti.

A questo punto i ribelli adottano l'orso di San Gallo come stemma principale, i simboli e colori attuali, ispirandosi a quello dell'Abbazia. E da quel momento la città di San Gallo vuole a tutti i costi impadronirsi dei territori dell'abate.

I conflitti e le diatribe tra la città e l'abbazia arrivano a un punto tale che anche gli altri quattro cantoni della Confederazione cominciavano a non poterne più, è come convivere in un trilocale con due persone che se le danno di santa ragione nelle ore di veglia.
Per sedare questi bisticci continui, la Confederazione, ora alleata dell'Abbazia, manda gli eserciti per sedare a suon di calci in culo i ribelli. Appenzello si arrende appena vede gli eserciti marciare, San Gallo si prende un bastimento di botte.

Nel 1500, in piena Riforma, San Gallo diventa ufficialmente protestante, minando la sicurezza dell'Abbazia e i suoi territori, ormai un'isola cattolica: nel 1798 l'Abbazia viene secolarizzata, i monaci cacciati e i territori requisiti.



Nel 1803 nasce ufficialmente il Cantone di San Gallo, formato da pezzi di territori presi qua e là, pieni di popolazioni rissose: ricordo che stiamo parlando di un cantone più piccolo della provincia di Bergamo
A quel punto, il governo centrale di Berna chiede una bandiera cantonale.

"Usiamo la nostra, l'orso di San Gallo" dicono gli abitanti della capitale.
Sommossa generale.
"Voi siete una città protestante!" ululano i cattolici: "Nemici dell'Abbazia!"
"Eh, ma siamo la capitale cantonale"
"Grazie al cazzo, è l'unica città che supera i 3000 abitanti nel raggio di 40km. Mica la possiamo mettere a Bad Ragaz la capitale"
"Noi la capitale, nostra la decisione"
"Col cazzo!" dicono a quel punto gli abitanti dell'ex Canton Santis: "Noi con San Gallo non centriamo niente, la bandiera non ci rappresenta. Neanche quella cattolica perché siamo protestanti. Mettiamo la nostra, siamo l'acquisizione territoriale principale"
Si intromettono anche quelli del distretto di Toggenburg: "Siamo stati trascinati dentro a forza da quegli stronzi dell'Abbazia e no, la bandiera dei cattolici non la vogliamo, quella di San Gallo neppure e quella di quel vecchio cantone di pezzenti non se ne parla, che fino all'altro ieri non sapevamo neanche chi fossero"

Le discussioni procedono in questi termini per qualche giorno, ma prima che la situazione degenerasse in un ulteriore pestaggio di massa da parte degli altri cantoni della Confederazione, ecco l'ancora di salvataggio.

David von Gonzenbach, governatore del Cantone, propone la sua idea: una bandiera tutta nuova.
"I fasci rappresentavano la forza e il potere sulla vita e sulla morte per gli etruschi e i romani" spiega von Gonzenbach ai parlamentari, in silenzio: "Per noi rappresenteranno autorità, giustizia e, per carità di Dio, UNIONE".
"Dio come lo intendono i cattolici o i protestanti?"
Von Gonzenbach ignora la domanda
"Il verde è il colore della libertà e della rivoluzione, è l'inizio di una nuova fase storica: anche Vaud e Turgovia l'hanno scelto per le loro bandiere".

Dal pubblico si solleva qualche perplessità:
"Perché libertà? Noi siamo stati conquistati, eh..."
"Ma dov'è Vaud?"
"A me però quel verde pisello non piace..."

In quel preciso istante, von Gonzenbach decide che appena gli scade il mandato fugge da quel posto.
"Il nastro che unisce i fasci rappresenta l'unità dei distretti e LO SO che i distretti sono 8, ma siccome non possiamo farlo tridimensionale, ne mettiamo solo 5. Il nastro gira più volte, per sottolineare l'unità del cantone, ascoltatemi, UNITI, uno. Accanto ci mettiamo un'alabarda. Ci siamo? Va bene?"

Nel silenzio d'assenso qualcuno applaude timidamente, altri annuiscono e altri ancora stanno già sfogliando il catalogo dei verdi. Poi si alza una voce:

"A me sembra un salame fasciato"

Von Gonzenbach non si trattiene più:
"PER DIO, ALLAH, SHIVA O QUALSIASI ESSERE VOI VENERIATE NELLE VOSTRE CHIESETTE DA PEZZENTI IN QUEI BUCHI DI CULO CHE CHIAMATE PAESI, ACCETTATE QUESTA CAZZO DI BANDIERA E BASTA" il governatore interrompe sul nascere le proteste: "... altrimenti avvisto la Confederazione che qui non riusciamo ad accordarci e arriva il bastimento di botte".

Nel 1803 il Canton San Gallo adotta ufficialmente il fascio bianco su sfondo verde come bandiera. Von Gonzenbach fugge a Berna e diventa segretario della Confederazione, si caccia nei casini e dopo poco più di 10 anni da le dimissioni. 
Rimane a fare politica a Berna.




La storia della Bandiera di San Gallo, invece, non finisce qui.
Nel 1843 qualcuno, probabilmente uno che passava per strada, nota la bandiera svolazzare da un palazzo e corre inferocito al palazzo cantonale:
"La nostra bandiera è sbagliata!" dice scioccato: "I romani avevano un'ascia, non un'alabarda"
"Sì, ma così è nostra, originale"
"Col cazzo! Sembra che non sappiamo neanche copiare le cose. Mettete l'ascia"
"Ehm... ma come la mettiamo con i documenti, la burocrazia, i timbri, le bandiere..."
"ASCIA"

La bandiera viene cambiata, l'alabarda sostituita dall'ascia.

Tra il 1848 e il 1931 un sacco di gente che passava aveva da ridire e la bandiera è stata modificata cinque volte.

Il domestico porge i giornali al governatore e osserva la bandiera appoggiata sulla scrivania. Siamo nel 1936.
"Ha sentito cosa stanno facendo giù in Italia?"
"Pezzenti" sbuffa il governatore: "Peggio di quelli di Bad Ragaz"
"Hanno anche loro il fascio nella bandiera, sa?"
"So. Ma siamo neutrali noi"
"Eh, ma non è bello essere associati a quello che stanno combinando laggiù"
Il governatore guarda un attimo la bandiera in silenzio: "I colori son diversi. E la nostra ascia è girata verso sinistra".
"Governatore, so che abbiamo già cambiato quella bandiera cinque volte nel giro di un secolo e che a Berna pensano che siamo una massa di rincoglioniti che non riesce ad accordarsi sul simbolo, ma il fascio è quello, il simbolo è il simbolo. Dovremmo sottolineare che siamo diversi, meglio passare per rincoglioniti che per simpatizzanti fascisti".
"Questo è vero. Come la cambiamo?"

Nel 1936 viene aggiunta una croce nella lama dell'ascia, una croce svizzera per sottolineare che il fascio sulla bandiera di San Gallo non era quello dei fascisti italiani: "San Gallo è svizzero, non fascista!" sembrava dicessero gli abitanti.
"Oddio, non saprei..." diceva chiunque altro visto che la croce aggiunta era nera.
Questa versione è rimasta in uso fino agli anni Ottanta.


Berna, 1951.
Il segretario di un parlamentare si affaccia timidamente sulla soglia dell'ufficio del suo capo.
"Signore, le ho portato il caffè e... ehm... una questione"
"Bella o brutta?"
"Eh... ehm... non saprei"
L'uomo prende il caffè dalla mano del segretario: "Uno stato a caso vuole vedere i conti bancari dei criminali che portano qui i soldi?"
"No"
"Qualche movimento indipendentista? Ticino che vuole andare all'Italia, Voralberg che vuole diventare cantone? Spostano la capitale a Zurigo?"
"No"
"Allora non è brutta. Cosa c'è?"
"Si tratta di... ehm... del cantone di San Gallo e della bandiera"
"Cosa c'è ancora?"
"Hanno detto che ci sarebbe una piccola modifica da fare"
L'uomo si passa la mano sulla fronte: "Ma si rendono conto che dobbiamo cambiare tutto ANCORA? Le bandiere qui in città, i simboli della burocrazia, i timbri, la dicitura, è un lavoro immenso per.. per cosa?"
"Perché il disegno è... signore, dicono che il disegno del simbolo è sbilanciato"
"Sbilanciato?"
"Sì, scrivono che l'ascia è sproporzionata e ci vorrebbe un'altra arma per bilanciare il tutto: hanno deciso di aggiungere una lancia alla destra dell'ascia"
"Con tutto quello che quel dannato simbolo ricorda si preoccupano del bilanciamento dell'opera generale? Cos'è, sono tutti Michelangelo in quel cantone? Non devono affrescare un palazzo, per Dio... va bene, dai, senti, facciamogliela cambiare. Però togliamo la diretta di Art Attack il pomeriggio sennò tra un mese quelli si svegliano che i loro confini non rispettano i dettami del feng shui e iniziano a far casino".

Nel 1951 viene aggiunta una lancia accanto all'ascia per "motivi artistici".
Qualche anno dopo la forma dell'ascia viene modificata, facendola somigliare più a un'arma per le esecuzioni capitali e, quindi, la lancia è stata rimossa.

Nel 1956 qualche artista un po' più sveglio di altri ha proposto una bandiera divisa a metà, parte superiore verde, parte inferiore bianca, togliendo così la diatriba del fascio, fascisti, lance, asce e alabarde spaziali.
"Ma no!" sbottano i sangallesi: "No, no e no! La bandiera bicolore divisa a metà è superata ormai, roba da medioevo, banale! Ce l'hanno Soletta, Friburgo e Lucerna, Agrovia ci ha fatto i disegnini dentro, quella di Vallese è talmente pacchiana che pare ideata da un tamarro, quella di Ticino..."
"Ok, ma il fascio?"
"...e poi Vaud ha già il bicolore bianco-verde"
"Va bene, va bene, teniamoci questa"



Nel 2013 ai turisti italiani, quella bandiera sembra rappresentare un'associazione di leghisti di stampo fascista.

domenica 17 febbraio 2013

Se consulti le cartine, non finisci a Solothurn.

Aspettavo la pausa del semestre per poter riposarmi e ripartire, perché se sto ferma troppo nello stesso posto mi viene la muffa. Ed è sempre incredibile come la sottoscritta, dotata di livelli di pigrizia a dir poco imbarazzanti, riesca però ad accettare (e applicare) volentieri l'idea di alzarsi presto la mattina quando è in giro. E per "presto" intendo orari normali, quando la mattina inizia intorno alle 7 del mattino e non alle 13, inizia con una colazione semi decente e non con un pasto indefinito che non può essere colazione, ma neanche pranzo, bensì qualcosa che scivola pericolosamente verso la merenda. Tradotto in termini pratici diventa: apri il frigo e mangia la prima cosa che vedi, che sia yougurt al caffè, una scatoletta di pancetta affumicata o i pomodori.
Vista così comincio a capire perché mia madre si lamenta sempre di "abitudini alimentari vergognose". Grazie, mamma, tu cerchi di riportarmi sulla retta via. Io però sono impegnata ad aprire la vaschetta del salmone alle 13.46 del martedì di vacanza, di solito.

Tornando al punto.
Taglio sulle vicissitudini pratiche e decisionali della cosa, dico solo che il posto che ho scelto per scrollarmi la muffa di dosso è stata la Svizzera. In treno.
La Svizzera che di solito non calcola nessuno, troppo vicina per essere considerata una meta degna di nota, troppo cara per valutare un weekend lontano da casa, troppo ordinata, precisa e pulita per accogliere i suoi caotici e confusionari vicini.

Ma le mie priorità erano:
a) trovare un posto non troppo lontano perché "da sola in aereo non ci vai" (da sola in aereo in Danimarca no, da sola in treno a girare a caso per la Svizzera sì. Ci deve essere una logica, ma non la colgo);
b) approfittare degli sconti dei treni senza arrivare a spendere una bordata di soldi nelle spese per gli spostamenti tra Italia e paese scelto. Un vicino di casa che ha sbagliato una prenotazione Interrail è stato una manna dal cielo: paese vicino, senza aereo, prezzi bassi.
c) altre priorità che ora non ricordo.

Ho fatto l'itinerario in 2 giorni scarsi (leggasi: ho prenotato gli ostelli meno cari dicendo "In qualche modo ci arrivo") e sono partita da Milano il 14/2 alla volta della prima città a caso che il mio """"itinerario""" consigliava. Itinerario, tra l'altro, ispirato da alcune guide turistiche di nessun valore trovate in giro per la rete, il sito ufficiale del turismo svizzero e qualche opinione su forum vari.


14/2
Thun
Su territorio italiano c'erano 14 soli, neve in via di scioglimento e qualche pigra nuvoletta che gironzolava tra le vette delle montagne intorno a Domodossola. Poi è arrivato il tunnel del Sempione.
Appena uscita, mi ci son voluti un po' di secondi a riacquistare l'uso della vista (tunnel buio che si spalanca all'improvviso su una distesa di neve lucente non è il massimo, ecco). Quando son riuscita a vedere di nuovo ho temuto seriamente di essermi addormentata per moooolto tempo e di aver preso il Milano- Vladivostock più che il Milano-Basilea. 
Cielo bianco. Neve ovunque. Alberi così carichi di neve che si piegavano in modo indecente e sembravano sul punto di rompersi, fiumi larghi come il Naviglio a Porta Genova completamente gelati, nessuna forma di vita per chilometri e chilometri. Il treno correva, saltava stazioni vuote, si fermava in altre altrettanto vuote: lì i passeggeri scendevano e quando parlavano il fiato gli si congelava direttamente, cadendo per terra a forma di stalattite.
Cielo, son finita in Lapponia.

Thun. E il fiume Aar.
La prima tappa è stata Thun la porta sull'Oberland Bernese come la chiama il sito ufficiale. 2 ore e mezza di treno da Milano, quando ormai sei abituato al paesaggio e rassegnato all'idea di abbandonare il tepore del vagone e, sì, anche un po' la signora che urla al telefono dietro di te da quando avete passato Briga.
Thun è una città di dimensioni medio-piccole, attraversata dal fiume Aar (o Aare) e affacciata sul lago di Thun (che fa sempre parte del bacino dell'Aar): è una città senza grosse pretese, che vive di turismo di lago, con il castello che dice "Turisti! Se vi siete rotti di vedere le barchette sul lago, venite qui!". Dopo 300 gradini di passione e bestemmie sussurrate, la fatica di portarsi su lo zaino da 4kg oltre alla tua persona di chili non ben definiti e che non voglio definire, lo sforzo viene però premiato. Dal castello, dove la custode ti rifocilla di cioccolatini gratis, probabilmente consapevole del fatto che una volta in cima mangeresti anche le impalcature, la vista è meravigliosa. Anche in giornate uggiose, biancastre e fuori dalla stagione turistica. come quella di mercoledì


Interlaken
Sull'altro capo del lago di Thun, sempre sull'Aar, mezz'ora scarsa di treno e appena scendi pare di aver cambiato latitudine. Interlaken è gelida, chiusa tra alcune delle montagne più alte del paese, con un vento perenne dalla capacità di soffiare da qualunque direzione in qualunque momento. Se senti le volate in faccia, hai contemporaneamente una corrente fretta che ti spinge verso sinistra, una da destra e una che ti entra nel giubbotto da sotto. Ed era piena di orientali. Più che un cantone svizzero sembrava una provincia cinese o giapponese o coreana. In proporzione vincevano i cinesi però.

Interlaken. E il fiume Aar.

Interlaken è un buco di città, ma, senza cartina, mi perdo. Fermo una ragazza:
"Sorry, I have to go to this place"
"Ah, I know it! You go..." si guarda intorno perplessa. Assume l'espressione di una che, per la prima volta dopo tanto tempo, sta chiedendosi dove fosse, in che città, in che decennio e perché. Tremo.
"You... you... come!" mi afferra per un braccio e mi trascina alla meta. Brutale, ma gentile.

A differenza di Thun, Interlaken trasuda turismo da ogni angolo. Una via solo di negozi di souvenir che raccoglie tutti i luoghi comuni sulla Svizzera, orologi, formaggio, coltellini, bandiere quadrate, mucche, una città-parodia di un paese insomma, usata solo come appoggio per chi va a sciare nelle valli intorno o chi (in estate) decide di farsi le crociere sui laghi. Niente da sottolineare, quindi, ma la forza di Interlaken sta proprio nel fatto che non ha pretese di nobilitazione di alcun tipo: è una città turistica, nient'altro da dire. Non intorta i turisti inventandosi attrazioni o monumenti di dubbio valore, appena scendi dal treno ti piazza in mano il pass per andare a sciare sulla Jungfrau e tanti saluti.
Ha un caprone come stemma, cosa ci si aspetta di più?


15/2
Lascio Interlaken mentre nevica come se fossi davvero in Siberia e 2 ore di sonno scarse a causa di compagni di camera che russavano come caproni. L'unico piano della giornata è essere a Berna per sera, il giorno è mio. Il primo piano della giornata è dormire in treno, cosa che viene subito vanificata salendo sul Lucerna- Berlino: per evitare di chiudere gli occhi a Thun e svegliarsi ad Hannover, prendo una cartina (la prima e l'unica di tutto il viaggio) con la mappa ferroviaria e la studio. C'è una città poco a nord di Berna che sembra uno snodo ferroviario importante, Olten: da lì si può andare praticamente ovunque.

A Berna mi colpisce un abbiocco potente, complici anche i continui tunnel, che riesco a sconfiggere ricorrendo al pensiero di me stessa seduta su una panchina della stazione di Hannover mentre mi litigo il posto con il barbone locale.

Scendo a Olten, vedo il fiume Aar (ebbene sì), cerco, invano, di acquistare una cartolina, poi salgo sul primo treno che capita. Che brutto errore.


Solothurn
Spero ci sia un posto speciale all'inferno per chi consiglia Solothurn nelle guide turistiche. Quello che colpisce di più è il silenzio irreale che domina in tutta la città, nonostante ci sia gente in giro. Attraverso il ponte sull'Aar (sì, attraversa anche Solothurn) e già si intravedono le cupole della basilica di cui parlava la guida. E niente: la basilica c'è, anche piuttosto deludente, le scalinate scendono verso la "via dei negozi", 500 metri scarsi di via dritta in sanpietrini che finisce contro un palazzo che sembra dire "Bona, hai visto tutto, adesso levati dalle scatole". La tanto decantata Porta di Basilea, proprio accanto alla chiesa, è un arco a volta in mattoni, minuscolo, che si affaccia sul nulla cosmico.

Solothurn. E il fiume Aar (che ha il coraggio di venirci pure lui)

Neanche un'ora dopo ero già in stazione a chiedermi cosa fare, cosa mi è venuto in mente quando ho deciso di prendere il treno per venire in questo buco di città, ma, soprattutto, cosa ha fatto Solothurn per meritarsi il titolo di capoluogo cantonale. Alla fine della "via dei negozi", mi son girata a guardare la chiesa e mi sembrava una versione triste di quelle città che si inventano chissà cosa per attirare turisti. Mi sembrava Mortara. Inoltre, è un caso palese di nomen omen: in italiano è Soletta. Soletta. Chi mai ci va in un posto che si chiama Soletta? Io, che giro senza cartine.

Mentre meditavo sull'inutilità di questa città, al bar parte L'amico è. Questo è il segnale che bisogna levarsi dalle palle, prima che mettano anche Osanna è e peggiorino la situazione.


Neuchatel
A mezz'ora di treno da quel postaccio ce s'è rivelato Solothurn, c'è Neuchatel, altro capoluogo cantonale, questa volta nella Svizzera francese, affacciata sull'omonimo lago. Quello che colpisce subito della città, oltre al fatto di avere un punto di informazione turistica, è che è in pendenza. La stazione è in cima a una collina, per andare al lago puoi scendere a piedi o rotolando, se prendi il giusto lastrone di ghiaccio, arrivato in fondo scopri l'esistenza di una funicolare per tornare su verso la stazione e capisci che le bestemmie che hai tirato durante la salita per il castello di Thun serviranno ancora. Difatti ne parte subito una quando ti giri e ti accorgi di aver appena concluso una discesa che sarà intorno al 12% di pendenza: non è tanto per le gambe che stanno per cedere e al pensiero di aver sprecato energie inutili a camminare per Solothurn, quanto che, in qualche modo, bisognerà tornar su. E 5 franchi per la funicolare non li spendo.

Neuchatel.  Questa volta senza il fiume Aar.

Porto e lago, ovviamente, sono più imponenti di quelli di Thun. Neuchatel, inoltre, è completamente diversa dalle città della Svizzera tedesca, più elegante anche negli edifici e nella disposizione delle strade, più cara di Thun e Interlaken messe assieme. Il castello di Neuchatel (anche lui in ristrutturazione) è, ovviamente, in cima a una collina che non è la stessa di quella della stazione: le collinette non sono dolci pendii da percorrere tranquillamente, in prossimità delle colline la città si impenna. Letteralmente.

Arrivo al castello dal lato delle scale e, a giudicare dallo sguardo che mi lancia una signora di passaggio, ero probabilmente conciata come la Sposa in Kill Bill 2 mentre trasporta i secchi d'acqua sulle scale del tempio di Pai Mei. Un paio di foto, qualche minuto a riprendere fiato, poi mi avvio verso la stazione.
Sì, ma come?
Fermo una signora (non quella di prima) e chiedo informazioni.
"Scusi, per la stazione?"
"Stazione... devi scendere, poi prendi Avenue de la Gare"
"Come scendere? Ma sono alla stessa altezza qui"
"Sì, ma non ci sono strade dirette, devi scendere giù verso il centro e poi risalire".

Scendere e risalire. Scendere e risalire. Togli la cera, metti la cera. Non bestemmiare, è francofona, ti capisce.

Avenue de la Gare è una versione più dolce della discesa, diciamo 10% di pendenza anziché 12%. Il passo lento da mulo da soma che sta ancora porconando contro l'inutilità di Solothurn, perché in quei momenti te la prendi con tutto, mi fa fare la strada insieme a una ragazza sconosciuta. Qualche sorrisino, qualche sguardo da "Lo so cosa stai pensando, perché lo sto pensando anche io". 
Camminiamo parallele per un quarto d'ora come nelle gite in montagna con l'oratorio, quando si genera quel cameratismo tale che si basa sulla velocità della tua andatura più che sull'amicizia, così finisci a parlare con quella di un anno in meno che non hai mai cagato di striscio e scopri chissà che cose interessanti, poi arrivati in cima magari hai perso un polmone, però hai conosciuto una persona interessante.

Ci separiamo in stazione rivolgendoci un cenno di saluto, io verso il binario di Berna, lei quello per Solothurn. Che Dio t'assista, ragazza. Che Dio t'assista.


Berna
Capitale di Svizzera, dell'omonimo cantone, quinta città più grande del paese, attraversata dal fiume Aar. Adesso pare che l'Aar sia l'unico fiume di tutta la Svizzera, ma è solo il più lungo e questo mio vagabondaggio sulle sue rive è stato del tutto casuale, giuro.

Berna
Berna è più internazionale di Neuchatel, ma non internazionale come Zurigo. Più caratteristica di Friburgo, ma meno di Thun. Più bella di Solothurn, questo poco ma sicuro.

Berna è stata la vera sorpresa positiva del tour: oltre a sottolineare il suo status di capitale e il centro storico patrimonio UNESCO, le guide non dicevano molto altro. Invece, complice anche il carnevale ancora in atto, una delle cose più folli che io abbia mai visto, Berna s'è una città meravigliosa, davvero una bella sorpresa. Dal centro storico con le vie in pendenza (meno di Neuchatel) al palazzo della Curia della Confederazione, affacciato su una piazza insieme a quello della Banca Svizzera e di un Ministero, alla gente con indosso assurdi vestiti di carnevale. Berna ha riassunto tutte le note positive delle città viste in questo breve giro, anche l'unica di Solothurn: la stazione che là è servita per levarsi dalle scatole, a Berna era una città nella città.

Che hanno capito tutto, visto che il traffico Bern-Solothurn era relegato a un tristissimo tunnel sotterraneo senza negozi, dove mancava solo la scritta "Entrate a vostro rischio e pericolo".

Il fiume Aar, Immancabile.