martedì 22 ottobre 2013
E anche oggi un articolo interessante
Ha qualche inchiesta interessante, peccato che il resto degli articoli non ho ancora capito se rientrano nella fascia "Ci sei o ci fai?" o "Non so cosa scrivere oggi".
Il bello di Vice è che ha una ventina di edizioni in altre lingue. Le inchieste più corpose vengono dall'edizione madre statunitense (qualche volta anche dal Regno Unito e dal Canada), ogni edizione nazionale ha i suoi ehm... "giornalisti" locali che fanno il loro dovere.
Una mia ex compagna di classe nata ad Ankara e trapiantata a Rotterdam mi ha passato questo articolo, preso dall'edizione olandese di Vice: "Ho chiesto a quattro persone perché odiano i bambini" (http://www.vice.com/nl/read/ik-vroeg-vier-kinderhaters-waarom-ze-kinderen-haten).
Ricordo che avevamo parlato di questo quando ero ancora a Leiden: io, lei e la ragazza brasiliana eravamo le uniche tre a non scoppiare di gioia quando vedevamo un pargolo altrui, ma mentre Paòla (la brasiliana) i bambini proprio non li poteva vedere, sia io che Duygu eravamo dell'opinione: "A me piacciono i bambini, non piacciono le bertucce maleducate".
Comunque anche nella "civilissima Olanda", come la definisce mia madre, dire che non ti piacciono i bambini non è ben visto almeno, soprattutto se sei una ragazza, vieni guardata male. Come se dicessi: "Sì, cioè, comunque nelle notti di luna piena sgozzo gattini".
Perché ricordiamolo: se parli male di animali, bambini e omosessuali sei un mostro.
Tornando all'articolo, nel Regno Unito cominciano ad affermarsi molte associazioni di coppie childfree, ovvero quelli che non vogliono figli, ma nel resto d'Europa non è ancora un'opinione ben vista. Di solito non se ne parla molto e quando se ne parla, se ne parla male. E' un argomento piuttosto delicato, non ci si può permettere un attacco a spada tratta contro la categoria che sostiene i bambini, per questo i pochi tentativi a cui ho assistito finora (tra cui un paio di articoli piuttosto feroci sul blog la 27ma ora del Corriere della Sera) hanno scatenato solo polemiche allucinati, non una discussione che porta a dire: "Ah, vero, effettivamente anche il tuo punto di vista ha delle basi solide, anche se non condivido".
Sander Roks, l'autore di questo articolo, si crea un'occasione per scrivere un pezzo che spinga alla riflessione e fa un disastro dall'inizio alla fine.
Anche se la genesi dell'articolo credo sia stata più o meno la seguente: Sander si alza, vorrebbe passare la giornata in mutande a racimolare figa su Badoo e mangiare cereali, ma, cazzo, ha una consegna. Magari però le lettrici di Vice sono meno psicolabili di quelle che si spacciano per Adriana Lima su Badoo, quasi quasi si può arrivare a un compromesso.
Andiamo con ordine.
Sander attacca dicendo che "Mi piacerebbe avere sei figli. All'inizio sarebbero difficili da gestire, ma quando inizieranno a giocare tra loro saranno più tranquilli e si cureranno a vicenda".
Sospiro profondo.
Con questa premessa non capisco se Sander è figlio unico o se è semplicemente deficiente.
Chiunque abbia avuto un fratello/sorella o conosca degli amici che ne abbiano sa che i fratelli giocano pacificamente in media 5 minuti al mese. Per il resto sono risse, urla, appelli alla mamma e pianti. Bastava dire "Questo è mio" o "Voglio cambiare gioco" per scatenare una potenziale zuffa tra me e mia sorella, tra sei bambini non oso immaginare.
Figuriamoci poi sei bambini che si curano da soli. Conosco fratelli maggiori che si sono dovuti accollare tutta la responsabilità dei 3-4 minori durante infanzia e adolescenza e non sono esattamente felici.
Nel suo mondo idilliaco fatto di bambini che strillano solo appena dopo il parto, Sander si stupisce del fatto che, santiddio, esiste gente che odia i bambini. Come può? Insomma, i bambini sono un dono, sono la cosa più bella del mondo, sono la vita! Come si può odiarli?
Così approda su Twitter e chiama a raccolta gli haters.
Hanno risposto in moltissimi, dice Sander che ci stupisce ancora selezionando 4 personaggi che neanche fuori da un manicomio poteva andare a trovare.
Sarah ha 23 anni.
Dice subito che secondo lei i bambini sono "Pasticcioni, sporchi, casinisti e una merda totale". Non contenta rincara la dose: sostiene che ogni volta che ne sente uno parlare pensa "Muori" e che se bevono un succo di frutta particolare "puzzano da fare schifo".
Mi sorge un dubbio: Sarah ha capito bovini al posto di bambini?
Quando racconta di essere stata importunata da una bambina che voleva a tutti i costi accarezzare la cover del suo telefono a forma di orsacchiotto sul treno, dubito molti riescano a compatirla. Alla quinta visita della bambina, Sarah ha urlato "Lasciami stare, cazzo!" (come avrebbe fatto chiunque) e solo allora la madre se l'è presa perché "Non si parla così a un bambino".
La reazione di Sarah è legittima.
Peccato che prima per 10 righe sia passata come una psicopatica che sparerebbe a vista ai bambini e non è facile ora provare compassione, specie se chi legge fa parte della maggioranza "I bambini sono la cosa migliore del mondo".
Sander poi chiude l'intervista con Sarah dicendo "Se lo scopo della vita è davvero riprodursi, non ti sentiresti in colpa?".
Sarah gli risponde che sostanzialmente non gliene frega un cazzo.
Il secondo intervistato è Tim, 26 anni.
Dice che la prima cosa che pensa quando vede un bambino è "Stammi lontano, cazzo". A parte questo, Tim sembra il più equilibrato dei 4: ha parlato con amici che vogliono figli, non condivide le loro ragioni, ma li lascia fare. Si lamenta dei bambini che fanno casino al cinema.
Sander allora cerca di farlo tentennare con domande cretine: "Andresti a vedere il figlio neonato di un tuo amico in ospedale?" e "Passeresti una serata con il bambino?"
Certo, no? Io odio i ragni, ma se mi regalassero una teca di tarantole sarei entusiasta di tenerla accanto al letto. Sarei entusiasta solo se fosse Scarlett Johansson (aka Vedova Nera in Avengers e Iron Man 2)
Tim dice che andrebbe a trovarlo per gentilezza, ma i suoi amici lo conoscono e non gli chiederebbero mai di tenere il figlio. Sander, deluso, chiude subito l'intervista, la più breve tra le 4.
Poi è il turno di Lilian, 25 anni. Inizia dicendo che dei bambini non sopporta "L'odore di merda, il casino e le domande". Quando ne vede uno pensa sempre "Vattene, ti odio". In vita sua non ha mai gioito alla vista di un pargolo.
Non vedete già le dita dei lettori puntate contro Lilian e pronte a scrivere un commento di fuoco in difesa degli "angioletti sulla terra?" Io sì e sembrano quei gruppi dei villaggi vacanze quando puntano il dito mentre ballano le strofe di YMCA dei Village People.
Anche qui, un po' fomentati dalla presentazione di Lilian e ancora furibondi per le uscite di Sarah, i lettori più amorevoli non riescono a simpatizzare con una che ha osato dire "I bambini puzzano di merda", neanche quando litiga con i genitori di un bambino urlante al supermercato o quando chiede a una cliente nel ristorante dove lavorava se poteva richiamare i figli impegnati a giocare a nascondino con le tende. No, neanche quando si scoccia del bambino che urla da Mc Donald's, anzi, fa proprio la figura della cagacazzo.
Sander percepisce che taglio dare al personaggio e la secca con la domanda: "E se l'amore della tua vita volesse dei figli?". Lei risponde prontamente che è riuscita a convincerlo del contrario: "Gli ho detto quante cose ci saremmo persi, non avremmo potuto fare un viaggio con un bambino"
Ah, povera scema. Che mette davanti lo svago alla meraviglia che un figlio ti può dare, che materialista.
Non contento, le rifila la stessa domanda di chiusura di Sarah: "Se lo scopo della vita è davvero riprodursi, non ti sentiresti in colpa?"
Lilian dice che tanto i cinesi ne fanno a bizzeffe di figli, quindi lei può tranquillamente evitare.
Ah, è pure razzista ora.
Dopo Sarah, ecco un altro personaggio psicotico con cui non è facile essere d'accordo.
L'articolo si conclude con Annemarie, 25 anni.
Annemarie sembra una persona ragionevole: da ragazza voleva dei figli, poi ha cambiato idea crescendo. Troppo ragionevole, infatti Sander la fa capitolare alla fine. Dopo aver chiesto "I bambini vengono sempre da te per raccontarti qualcosa?", Annemarie risponde e poi si butta in uno sproloquio senza senso tipico di chi non ha preso le medicine del TSO o s'è appena scolato 6 o 7 birre: "Perché devo mettere al mondo qualcuno che non me l'ha chiesto e stare al suo servizio per 18 anni?"
Peccato, Anne, stavi andando bene.
Sander è soddisfatto.
Torna nel suo mondo dei 6 bambini contento di aver gettato ulteriore merda sulla filosofia childfree sguinzagliando 3 personaggi le cui tesi potrebbero essere smontate anche da un rincoglionito. Sarah si dimostra aggressiva, soprattutto con quel "muori" e non si può intavolare una discussione con una persona del genere.
Nel tornado di furia, Tim non se lo caga nessuno.
Lilian parte aggressiva e poi viene presentata come un'egocentrica prepotente che sopporta solo sé stessa, neanche le opinioni del fidanzato.
Annemarie, col suo sproloquio, è quella che offre il miglior contro attacco:
- "Anche tu non hai chiesto di nascere, però eccoti qua e non mi sembra che ti stai lamentando" (reazione normale).
- "La vita è un dono, troiaaaaaaa!!1!!11!!!one!!1" (reazione comune).
Qui riesco a leggere distintamente: "Io, davvero non li capisco, ho cercato di capirli, però guardate! Quando pensano ai bambini pensano all'odore di merda, non al profumo di borotalco o alle loro risate innocenti! Sono davvero mostruosi!"
Sander, io non so se tu sei tra quelli che girano alle 6 di sera con gli abbaglianti in paese, con gli occhiali da sole quando piove, che reputano Pannella una persona intelligente o se sei davvero un genio appena mollato dalla fidanzata fuggita inorridita all'idea di dover sfornare 6 pargoli che scrive quanto gli piacciano i bambini per scatenare le lettrici con la fantasia dell'uomo perfetto. Nuovi contatti, chiusa una porta si apre un portone, da cosa nasce cosa e via.
In questo caso, consiglio spassionato: Badoo funziona meglio.
Spezzo una lancia a favore di Sander che ha sì scritto una marea di cazzate, ma almeno s'è sforzato di scrivere e persino fare un appello via Twitter, che è pur sempre da ritardo mentale, ma non come organizzare una galleria quotidiana di 20 immagini su Belen Rodriguez (luglio-agosto) o Miley Cyrus (settembre). Ed essere pure pagati.
Vero Corriere?
mercoledì 4 settembre 2013
A Copenhagen ho scoperto la bubblegum dance
Il nord Europa in quanto a eurotrash non scherza.
Non importa se nel 2011 ha vinto un norvegese, nel 2012 uno svedese e nel 2013 una danese (con gli islandesi sempre classificati per le semifinali), le recenti vittorie non possono mascherare una storia musicale costellata di band così trash da superare i confini nazionali quando ancora Internet era un lontano miraggio. Adesso guardiamo a est per trovare la musica di cui ridere (vedi PSY), ma prima bastava guardare a nord.
Ma spesso io non ricollegavo il paese alla band, ascoltavo e basta, canticchiavo e non capivo. Per questo non era un problema cantare ad alta voce quando passava su MTV Boom, boom, boom dei Vengaboys (olandesi).
Nel tornare a casa settimana scorsa ho toccato tutti gli stati della Scandinavia (tranne la Norvegia) e, musicalmente parlando, ecco un veloce resoconto dell'eurotrash nordeuropeo maturato durante le 9 ore di scalo all'aeroporto di Copenhagen.
Nei negozi di souvenir i cd dei Sigur Rós sono esposti accanto a quelli di un'altra band islandese nata di recente, Of Monsters and Men: hanno un solo album all'attivo, ma la loro missione è quella di svecchiare e rinnovare il panorama della musica islandese, fermo a Björk e Sigur Rós.
Il video, dove Eyþór appare in persona scrutando il mare con la sua voce in sottofondo è una delle cose più islandesi che mi sia capitato di vedere ultimamente, dal cielo plumbeo al biondo col cappellino di lana.
L'ultimo nome che faccio per la musica islandese è Emiliana Torrini. Finalmente un nome che posso scrivere senza usare tasti extra della tastiera. Emiliana (padre italiano, madre islandese) è una star in Islanda dal 1994, dopo aver vinto un concorso di canto locale. Sette album all'attivo, di cui tre esclusivamente per il mercato islandese, numerose collaborazioni con artisti internazionali, il suo nome comincia a farsi lentamente largo sul continente un paio d'anni fa, con il singolo Jungle Drum e dopo aver cantato un White Rabbit, un remake per la colonna sonora del film di Snyder Sucker Punch (2011). Ha anche partecipato alla colonna sonora del Signore degli Anelli, ma non se la ricorda nessuno.
Dopotutto il 2009 è stato l'anno di Single Ladies.
venerdì 18 gennaio 2013
Hai impegni per venerdì 18?
Il 17 è un numero porta sfiga perché è l'anagramma di un sinonimo di "morto". Avevano un sacco a cui pensare, questi romani.
In 22 anni di vita, però, il mio numero porta sfiga per eccellenza è sempre stato il 18. Il 18 (e il 29 settembre, ma quello penso sia un caso particolare) è il giorno delle catastrofi e delle brutte notizie e oggi, venerdì 18, è il climax di tutto questo. Non sono neanche le 15 e posso dirlo tranquillamente: è una giornata di merda.
Giornata di merda che comincia con Madre che da di matto su argomenti generali. Siccome ero io l'unica fonte di vita presente in casa stamattina dopo le 9 (il cane e la pianta in soggiorno non contano) sono diventata automaticamente il capro espiatorio di tutta la negatività che si è abbattuta su questa casa da una settimana a questa parte. La lampadina della scala per andare in cantina bruciata, mia sorella con l'insonnia, io che dormo troppo, il cane che puzza, mio zio perché è mio zio, la tapparella della cucina rotta. Mentre ascoltavo il fiume di parole sotto il mio piumone coi cuoricini, mi sorprendevo da sola dei miei poteri mentali: pur profondamente addormentata quando è stato compiuto l'attentato ai danni della secolare tapparella della porta-finestra della cucina, sono riuscita a romperla, anzi, peggio, a strappare la corda. Dovevo proprio odiarla quella tapparella.
Fatto sta che sembra impossibile trovare un tapparellista (ebbene sì, esiste anche la categoria "tapparellista") in tempi decenti, di colpo tutti i conoscenti sembrano avere le persiane ai vetri e l'unico che può riparare la tapparella entro domani pare sia quell'ex amico del vicino di casa che ora s'è trasferito nella tundra siberiana. Anche lui ora, giustamente, all'igloo ha messo le persiane però.
Quando la cosa inizia a farsi insostenibile, ovvero quando vengo incolpata anche di aver distrutto il letto nella casa al mare nel lontano 1998, capisco che è ora di levarmi dalle palle. Esco, saluto il cane, arrivo in stazione.
"Avvisiamo i signori viaggiatori che il treno S6 numero 106QUALCOS'ALTRO delle ore 10.11 proveniente da..." dì Pioltello, dì Pioltello "...Novara..." fuck "oggi non è stato effettuato" FUCK. Vabbé prenderò il 10.41, arrivo con un filo di ritardo.
Ah, lo sciopero indetto dal sindacato ORSA, quel sindacato di cui tutti ridono dicendo "tanto è piccolo". Oggi ha deciso di vendicarsi di tutte le prese per il culo degli ultimi 30 anni credo, facendo uno sciopero a cui ha aderito il 100% dei lavoratori. Nessun treno da/per Milano fino alle 17, a meno che non si voglia provare il brivido di saltare su un Torino-Trieste in corsa per far eccitare l'Indiana Jones che è in ognuno di noi.
Ma oggi è venerdì 18: piuttosto che imbarcarmi nell'avventura Indiana Jones e la quest per arrivare a Rho Fiera, preferisco richiamare Madre e chiederle un passaggio per la fermata dell'autobus:
"Mà, non ci sono i treni, c'è sciopero"
"... non ho capito niente"
"C'è sciopero dei treni. Vado in pullman, mi dai uno strappo alla fermata?"
"Non dire stronzate, sciopero dei treni? Vieni a casa che ti porto io"
"è quello che ti ho appena chiesto..."
A quanto pare, cercare un tapparellista provoca nervosismo, interruzione delle capacità celebrali e sordità acuta.
Il tempo di arrivare alla fermata e, ovviamente, il pullman delle 10.38 era appena partito (FUUUUUUUCK). Amen, dai, aspetto una mezz'oretta alla simpatica fermata senza panchine, tanto il libro ce l'ho, il ritardo ormai è appurato, basta mettersi il cuore in pace. Prossimo pullman: 11.08
ore 10.45: litigio tra cani a tipo mezzo metro dalla fermata. Signora, cosa compra un cane di 40kg se lascia andare il guinzaglio appena questo si lancia contro un qualsiasi altro quadrupede?
ore 10.55: comincio a non sentire più le dita dei piedi. Memo: metti stivali, non All Star, Winter is coming, bitch.
ore 11.05: s'è radunata ormai una folla nei pressi della fermata. I piedi non rispondono agli stimoli, peggio ancora, è iniziato un capitolo di Bran. Bran in A Dance with Dragons è letale.
ore 11.10: la folla di prima inizia a sporgersi con insistenza dal marciapiede. Ho perso i piedi e sto iniziando a perdere le dita delle mani. Bran cade nella neve e non giova alla situazione generale.
ore 11.15: magari tra quelli che stanno iniziando a guardarsi in giro nervosamente come se il pullman dovesse apparire all'improvviso dal cielo c'è un tapparellista.
ore 11.20: il pinguino di Happy Feet sta aspettando il pullman per Magenta dall'altra parte della strada.
ore 11.25: mancano 5 pagine alla fine del capitolo di Bran e a me almeno 4 dita della mano sinistra. Al diavolo il pullman, Molino Dorino, al diavolo tutto, torno a casa. In mezz'ora di passeggiata, forse riprendo il controllo del piede destro almeno.
Il rientro a casa è stato meno traumatico e più veloce del solito, fino a quando non sono arrivata in stazione. L'ira funesta s'è manifestata di nuovo in tutto il suo splendore quando un Milano-Torino m'è sfrecciato sopra la testa, gli schermi giravano il dito nella piaga facendo lampeggiare un CANCELLATO in caratteri cubitali per ogni treno e gli addetti della stazione hanno finalmente tagliato i rovi, ma lasciato i rami lì per terra, liberi di girare nel sottopasso.
Ma possibile che uno non riesca a prendere un treno tranquillamente, salgo alle 10.11 e arrivo a destinazione, senza... momento. Momento. I rami non vagano liberamente per strada, non possono, sono rami. C'ho messo almeno 4 metri per capirlo, il tempo di girarmi e uno di quei suddetti rami stava risalendo con me dal sottopasso: ovviamente non era un ramo, ma un serpente di 2 metri, credo, nero e lucido ed educato. Educato perché teneva la destra, non come la sottoscritta che camminava in mezzo alla strada, pronta a essere stirata dal primo ciclista di passaggio.
Ho fatto un pezzo di strada con gli occhi fissi sul serpente che andava per i cazzi suoi, bell'animale, non credo sia molto rappresentativo della fauna locale, ma bello. Talmente bello che non guardavo altro, neanche la strada, neanche il palo che segnala che il sottopasso è pedonale e le bici le devi portare a mano. Questa non la sapevo. Ora lo so, grazie all'incontro ravvicinato della mia tempia contro il suddetto palo. Per una volta non c'era nessuno lì a guardare, neanche il serpente, che nel contempo era finito chissà dove.
è decisamente meglio tornare a dormire. Ah, no, non posso: è la giornata del cambia-i-copriletti.
Venerdì 17 staminchia.
domenica 27 maggio 2012
L'elogio ai lieto fini mancanti
Partiamo con ordine: non è un sito porno. è un videogioco. Sconosciuto (ho sempre il cuore tenero quando si tratta di recuperare e avere a che fare con cose che una persona normale non si degnerebbe neanche di guardare). Talmente poco popolare che non ha neppure la pagina di wikipedia in italiano e ormai è introvabile su tutto il territorio nazionale: sono l'incubo del commesso del negozio di elettronica locale, che ormai mi ha etichettata come "Tu sei quella che cerca sempre i videogiochi che nessuno conosce". E ha ragione.
Ma la cosa divertente e anche piuttosto stramba di questo gioco è che non è composto da un solo capitolo: sono 5 capitoli con un sesto in arrivo. Eppure in Italia lo conoscono solo in pochi eletti. Ci sono saghe molto più apprezzate, ma Spellforce sono 2 trilogie, quindi mi sono sempre detta che se sono arrivati a sei giochi qualcuno, oltre a me, li apprezza pure.
Forse è poco conosciuto perché non è americano, ma austriaco. E te ne accorgi, specie quando 3/4 degli errori di gioco sono sottotitoli italiani/audio inglese mancanti e rimani a fissare lo schermo con aria interrogativa chiedendoti cosa devi fare mentre orde di nemici ti piombano addosso. Ah, sì, è una via di mezzo tra gioco di ruolo e di strategia, anzi, un pioniere nell'unione di questi generi.
Si può riassumere tutta la sensazione generale di tutti (e dico tutti) i 5 capitoli in un solo brano della colonna sonora di questo gioco, a un livello decisamente eccelso rispetto al pubblico che è riuscito ad attirare. Ecco, così ci si sente durante e al termine di ogni capitolo.
The Order of Dawn (2003)
Il primo capitolo uscì nel 2003, con una trama che inizialmente non si scostava molto da un classico gioco di stampo fantasy, ovvero con più elementi ripresi da giochi ben più popolari come World of Warcraft o citazioni più o meno ovvie al romanzo principe di questo genere, Il Signore degli Anelli.
Sostanzialmente sei un guerriero immortale reduce da una guerra devastante che deve salvare il mondo. Niente di nuovo sotto il sole, insomma.
Ma il gioco ha subito un'aura di tristezza, di rassegnazione, che non dovrebbe esserci quando i co-protagonisti incontrano l'eroe di turno e questo sentimento di generale disperazione si ripete in tutta la durata della campagna. Anzi, l'eroe stesso è la causa di tutti i maggiori problemi/uccisioni/suicidi che avvengono successivamente e, in qualche modo, non è mai un vincitore. Tutte le missioni che porta a termine (lunghe, infinite, difficili) si risolvono con un nulla di fatto o a vantaggio del nemico. Non è l'eroe alla Capitan America che salva la giornata, ma neanche l'eroe per caso alla Kick Ass che ha fortuna nella sua inesperienza: è un eroe coi poteri di Capitan America che, però, non riesce a combinare niente di più di quello che farebbe una persona normale. E la storia è frustrante in più punti, nel senso che vorresti spaccare il cd in più punti e disperderne le ceneri sulla Milano-Torino. Perché sono giochi che si basano su una catena di errori involontari, un garbuglio di storie e citazioni che emergono piano piano in trame complicate, difficilmente intuibili e ben costruite, che ti fanno pensare: "Però, sti austriaci sanno il fatto loro".
In poche parole, il lieto fine in Spellforce non esiste.
Il gioco è divisibile in 3 tronconi:
1. Cerca il mago che ti ha risvegliato. Dopo infinite guerre e campagne lo trovi e lui viene ucciso.
2. Riporta un oggetto speciale a un altro mago per farti aiutare a sconfiggere il cattivo. E qui tutto bene (per ora)
3. Cerca l'oggetto fondamentale. Trovalo. Fattelo rubare dal nemico che conclude il suo piano per tornare nel passato e girare la storia a suo favore. Questo nemico, guarda caso, è la versione giovane dello stesso mago buono che ti ha svegliato. E qui capisci che questa storia (dal tuo risveglio in poi) si ripeterà in loop per sempre.
Un casino, insomma.
The Breath of Winter (2004)
Anche nel secondo capitolo del 2004 devi salvare il mondo (sei sempre un guerriero immortale, ma non quello di prima), ma stavolta da un drago incazzato che vuole congelare tutti perché qualcuno ha rapito la donna dei ghiacci che gli teneva compagnia. Dopo aver ingaggiato i primi combattimenti, finisci a liberare volontariamente, ma senza saperlo, il cattivo principale dopo esattamente 5 minuti dal filmato iniziale, nemico che sconfiggerai alla fine del gioco.
Sostanzialmente: tutto sto casino non sarebbe successo se avessi chiesto all'inizio "Per che cosa sto combattendo, esattamente?". In compenso vieni maledetto da una spada magica.
The Shadow of the Phoenix (2005)
Il terzo capitolo, siamo nel 2005, ma la grafica non è per nulla migliorata, ma, a mio avviso, è il migliore dei tre. Non devi salvare il mondo, ma te stesso dalla maledizione che ti trasforma lentamente in un essere detto "Ombra". Un'ombra, appunto, ma pericolosa e cazzuta.
Intanto vieni trascinato dal vortice della storia, ovvero salvare quella parte di mondo da un mago malvagio risvegliato (senza saperlo) poco prima da un altro guerriero immortale (alt: ricordate il punto 2 del primo gioco? "Riporta un oggetto speciale..." ecco. Guarda un po' chi è tornato a far casino).
Rispetto ai primi due (e nonostante il protagonista sia lo stesso del secondo capitolo) qui l'eroe è visibilmente rassegnato, arrabbiato col mondo, che va avanti per inerzia. Questa sensazione frustrante, ben presente anche nei primi capitoli, qui rimbomba in ogni elemento, i dialoghi, il mondo inquietante e decadente in cui viaggia, personaggi che parlano sempre di "ultima possibilità", "soluzione estrema", "fine prossima". E, alla fine, succede di nuovo: salvi il mondo, ma non te stesso, dopo aver assistito a una serie di morti causati dalle tue azioni. Diventi un'ombra e sparisci, come il protagonista precedente, negli ingranaggi della leggenda.
Spellforce 2- Shadow Wars (2006)
Qui inizia la seconda trilogia con Shadow Wars, seconda perché ha un protagonista del tutto nuovo: sempre immortale, ma questa volta non un lupo solitario reduce da una disastrosa guerra, ma un vero e proprio popolo legato ai draghi, maledetto a causa di un mago (nessuno di quelli già apparsi).
Non illudiamoci: la tristezza e la rassegnazione ci sono sempre, questa volta si aggiunge solo il comportamento da buon samaritano. Il personaggio è un eroe per caso, discendente di gente bistrattata e ignorata da buoni e cattivi che, suo malgrado, si imbarca in una guerra per salvare prima la sua gente, poi il mondo intero. Alé.
Cosa succede? Anche qui 3 tronconi:
1. Cerca di salvare il tuo popolo con l'aiuto dei buoni. Non ci riesci. Il Cattivo vince su tutta la linea.
2. Decidi di inseguire il cattivo. I buoni non ti seguono, devi chiedere aiuto ai cattivi, tra cui un'Ombra maledetta (ricorda qualcuno?). Salvi i cattivi, ma perdi contro il Cattivo, che si rafforza.
3. I cattivi ti abbandonano, sei solo tu contro il Cattivo. Lo sconfiggi, ma tu sparisci.
Dragon Storm (2007)
L'ultimo capitolo, per ora, è incentrato sulla ricerca del protagonista del primo capitolo. Secondo me la storia meno interessante tra tutte, se non per scoprire che il tuo amico è morto (a proposito di lieto fine) e ora tutto il mondo sta davvero crollando a pezzi.
Si può capire come in più punti si ha la sensazione di procedere con la storia per niente, alla fine del quinto capitolo troviamo il mondo in condizioni peggiori rispetto a come era stato presentato all'inizio del primo. Dove sono i lieto fine, la speranza e i salvataggi in extremis dei più tipici videogiochi, dove magari il protagonista non salva tutto e tutti, ma il necessario per ricominciare da capo. Non abbiamo protagonisti coscienti di sé, osannati dal mondo intero, ma spesso dimenticati e lasciati a sé stessi. Anzi, qui più ti avvicini alla vittoria, più si paventa il disastro, nessuno dei protagonisti ne esce vittorioso (e ne abbiamo ben 4 diversi, tra cui: uno scompare, uno viene maledetto, uno muore e uno si sacrifica. Insomma, non è una bella prospettiva).
Spellforce sembra costruito per essere qualcosa a cui il giocatore abituale di RPG non sembra essere abituato, più che curare l'aspetto grafico si cura di stupire e lasciare a bocca aperta con evoluzioni della storia imprevedibili e protagonisti completamente fuori da ogni schema. Nella prima trilogia questo era molto evidente, nella seconda si è cercato di aggiustare il tiro rendendo, ad esempio, il protagonista l'ignaro eletto del suo popolo, il portatore dell'Anima, come viene definito, il prescelto della sua epoca per portare in sè l'anima del mago malvagio padre della stirpe. Ma, niente paura, questa goccia di "già visto" (e anche un po' da sindrome di Mary Sue) si perde nelle catastrofi successive, che fanno pensare "ecco, QUESTO è Spellforce".
Da notare anche la stoica neutralità che accomuna tutti i protagonisti di tutti e 5 i capitoli, che si alleano prima con i Buoni per sconfiggere i Cattivi, poi con i Cattivi per massacrare i Buoni. Anzi, qualcuno ha fatto notare come, in tutti i giochi, quelli a essere più massacrati sono i Buoni. Vendetta per essere considerati degli outsider? Messaggio politico del tipo "non esistono solo buoni o solo cattivi"? Non saprei dire.
E ora siamo, anzi sono in quanto unica giocatrice nel raggio di 100km, in attesa dell'ultimo capitolo della saga: contando che non si sono mai preoccupati di raccontare, come molti fanno, quello che c'è stato prima dell'inizio di tutto, preferendo affidarsi alle informazioni frazionarie e anche contrastanti che si raccattano qua e là nella storia, mi aspetto di ricominciare da come l'ho lasciato: un mondo distrutto, a pezzi, prossimo alla fine. E, questa volta, pare davvero quella definitiva.
sabato 26 maggio 2012
Reincarnazioni e lobotomizzazioni
Peccato che nel weekend Italia 1 spari di quei film assurdi e dimenticati dai più a tema: sabato "film per ragazzi", domenica "film catastrofici". Di solito mantengo abbastanza sale in zucca per fuggire a gambe levate da questo decadimento neurale, ma oggi, complice Pontiggia e un divano piuttosto comodo, mi sono trovata a bermi la coppia di film scelti per il "pomeriggio ragazzi".
Sydney White -Biancaneve al college (2008)
La valanga di remake sulla fiaba di Biancaneve che hanno sommerso le sale nei primi mesi di quest'anno mi hanno fatto pensare: perché? Perché ora e insieme, Biancaneve (con Julia Roberts, la versione comica della favola rivista dalla regina) e Biancaneve e il cacciatore (con Charlize Theron, Kristen Stewart e sia-sempre-glorificato Chris Hemsworth, la versione più battagliera, cupa e di certo più pubblicizzata del racconto originale)?. Mi ha stupito mancasse la classica revisione applicata alla vita da college americano. Mancava perché c'era già.
Sydney White è arrivato in Italia direttamente in home video, il che significa: nessuno sa che esiste. Però, nonostante le premesse (favola in chiave moderna applicata agli universitari americani) è assolutamente guardabile. Sì, la partenza è stata decisamente borderline: una ragazza, cresciuta al cantiere con il padre idraulico (qui è carino), pronta ad andare allo stesso college frequentato dai genitori e a entrare nella stessa confraternita della madre, morta quando lei era ancora bambina (qui è banale).
Peccato che la confraternita in questione sia quella delle più dive di tutto il campus, persone con cui una ragazza cresciuta tra martelli e saldatrici non ha nulla da spartire. Una volta però capiti i ruoli dei vari personaggi sia della fiaba classica che di questa versione (dove i nani sono caratterizzati in modo notevole, devo dire) l'intreccio si fa più interessante. Ovvio, i momenti di banalità non mancano, ma sono sopportabili rispetto alla media dei film ambientati nei college. E ora, dopo aver vissuto 5 mesi a contatto con gente di confraternite posso dire che come vengono rappresentati nei film (arroganti, irrispettosi e piuttosto superficiali) non sono estremizzazioni, sono davvero così: con eccezioni, ovvio, ma la maggior parte sono così.
Perde un po' qua e là, ma riesce a bilanciare tutto quello su cui vuole lavorare: la realtà non viene devastata per rimanere fedele alla fiaba, così come quest'ultima non viene ribaltata per adattarsi alla vita del college americano. Nel cast, poi, non c'erano star di particolare rilievo, tranne forse Sydney stessa (Amanda Bynes, che negli ultimi anni è sempre stata la strega e mai la principessa, cattiva sia in Easy A che in Hairspray). Non so se era voluto l'atteggiamento a tratti tontolone di Sydney o io ero influenzata dal fatto che la sua doppiatrice era la stessa di Phoebe di Friends, ma stava bene anche così.
Avalon High (2010)
La maggior parte degli Original Movie di Disney vengono da serie tv che penso tutti abbiano almeno incrociato una volta nel pigro zapping pomeridiano: così abbiamo Zack e Cody -Il film, The Cheetah Girls ecc. Oppure film originali che hanno tra gli interpreti i soliti attori della scuderia Disney.
Ecco, Avalon High non è niente di tutto questo. Il cast è pressoché sconosciuto, raccattato qua e là da produzioni cinematografiche di piccolo calibro o da comparsate in qualche telefilm e si vede: probabilmente è un tentativo di lanciare qualche nuova stella Disney che avrebbe seguito le orme di Zac Efron, Miley Cyrus (ma anche no) o Demi Lovato (vedi nota precedente). Ma nessuno dei protagonisti è riapparso in altri progetti Disney di recente, quindi mi sa che non hanno centrato l'obiettivo.
Il film è stato trasmesso in Italia un anno fa solo da Disney Channel e, per finire ora nella programmazione pomeridiana di Italia 1, vuol dire solo una cosa: quasi nessuno sa che esiste.
Partiamo con calma: è chiaro il riferimento alla leggenda di re Artù perché, difatti, è la rinascita di Artù ai giorni nostri (a quanto pare era la giornata di fiabe e leggende negli anni 2000). Inizia non in modo fiacco, di più: ragazza appena trasferita, figli di insegnanti di letteratura inglese appassionati di re Artù che finisce in una classe con corso monografico proprio su re Artù (che culo). E non solo, sogna anche re Artù, ma qui si rasenta la psichiatria.
Cosa succede? è previsto che Artù, Mordred e compagnia cantante si risvegli la notte di un'eclissi e le rispettive reincarnazioni si scontrino, seguendo le inimicizie della leggenda originale.
Nei primi 60 minuti (su 90) hai già capito chi è Artù, chi Ginevra, chi Merlino e pensi di essere davvero lobotomizzato per andare avanti a vedere una cosa simile. Poi, bom!, sorpresa finale che non fa quasi più rimpiangere i 60 minuti di fusione sul divano e pessima recitazione iniziale.
Con questo non dico che la storia è pessima, dico che non è adatta ad essere un lungometraggio: se avessi visto il poster prima del film avrei pensato fosse una serie televisiva. Anche il titolo sembra suggerirlo.
E di certo una decina di episodi applicati a questa storia (lasciando come sono i ruoli) sarebbe stato di certo più coinvolgente: una storia inizialmente tranquilla con colpi di scena qua e là non è per caso una trama tipica di tante serie tv? Mi è capitato di vedere (purtroppo) un paio di episodi dei Maghi di Weaverly e la struttura, come i temi, somigliano non poco ad Avalon High, anzi, forse era persino più stupida. Però nel formato serie tv ha funzionato, mentre il film, stando alle recensioni, è stato un mezzo disastro.
La Disney dovrebbe lasciar perdere queste sperimentazioni e buttarsi a capofitto nei lungometraggi animati o nelle serie tv per ragazzi. Per ora punto tutto al film d'animazione per il 2012, Brave -coraggiosa e ribelle, che porta la Disney per la prima volta in Scozia e riporta sugli una protagonista rossa, che manca dal 1991, l'anno de La Sirenetta (i 2 seguiti non li conto neanche).
Per ora si presenta bene.
sabato 21 aprile 2012
We are the 80s
martedì 30 agosto 2011
Woont in...
domenica 21 agosto 2011
Portami con te!

mercoledì 3 agosto 2011
There was once a boy named Harry...
martedì 2 agosto 2011
Evergreen della casa vuota
venerdì 13 maggio 2011
Il culto delle principesse non è una favola
C’è una principessa nella testa di ognuna di noi. Dobbiamo distruggerla. Mentre la stampa continua a banchettare sul culto di Kate Middleton, le imprese lucrano sull’insaziabile appetito delle ragazze per i gingilli principeschi: diademi fasulli e manuali di moda alimentano la speranza collettiva che un giorno, se saremo abbastanza buone e belle, anche noi potremo sposare un principe.
Quest’ondata zuccherosa di kitsch rosa scintillante è cominciata a metà degli anni ottanta, amplificando un innocuo sogno a occhi aperti fino a trasformarlo in una spaventosa allucinazione collettiva di buone maniere premiate con privilegi regali. Da quando Disney ha lanciato la sua linea di prodotti Principesse, nel 2000, puntando a infilare tre o quattro ninnoli luccicanti nella stanza di ogni ragazzina, l’ondata è diventata uno tsunami. La linea Principesse ora vale quattro miliardi di sterline ed è il più grande franchise per bambine del mondo. Ma la fiaba non coinvolge solo le più piccole: anche le donne adulte giocano a mascherarsi, organizzano feste in costume da principessa e accorrono a vedere il vestito da sposa di Diana che fa il giro degli Stati Uniti, mentre scrittrici serie dedicano lunghi articoli molto approfonditi ai minimi dettagli dell’esperienza postnuziale di Kate. Siamo tutte impazzite?
Kate Middleton è la perfetta principessa di oggi, nel senso che appare sostanzialmente senza carattere: una bambola da vestire per l’epoca dell’austerità. I nuovi muscoli reali sembrano così rigidamente contratti in quel perenne e lucidato sorriso di docile modesta arrendevolezza che quando ha aperto la bocca per parlare durante la cerimonia in mondovisione, sono sobbalzata sulla sedia. Alla fine si è scoperto che ha detto solo “Sì”, come se qualcuno avesse tirato una cordicella dietro quell’abito principesco per attivare una suono di rituale accettazione.
Per essere una fiaba è sorprendentemente priva di fantasia.
Il breve cammino di Kate da figlia di un milionario a duchessa di Cambridge è stato malamente adattato al vecchio schema di Cenerentola, con commentatori sdolcinati impegnati a descriverla come una donna qualunque che, grazie al fatto di essere carina, poco invadente e opportunamente sottopeso, ha ottenuto in prestito un diadema da principessa e una vita di confronti con la madre di William, tragicamente scomparsa. Middleton non è certo la ragazza della porta accanto, ma il culto della metamorfosi in principessa è, a ben vedere, un culto di mobilità sociale, una fantasia di tradimento di classe grazie alla quale le brave bambine crescendo riescono a ottenere cameriere e maggiordomi. Famosi libri per ragazzi come Il manuale della principessa hanno interi capitoli su come trattare la servitù. Questa è la suprema fantasia della metamorfosi, una favola di autopromozione con volant e lustrini che si dà il caso implica una rigorosa osservanza delle regole della femminilità contemporanea: sorridi e sta’ zitta, sii bella e fatti strada, così verrai ricompensata.
Lo stesso principe azzurro, come osserva Peggy Orenstein nel suo ottimo libro Cinderella ate my daughter (Cenerentola ha mangiato mia figlia) è “secondario rispetto a questa fantasia, nella migliore delle ipotesi una deplorevole necessità”. Una volta infilato l’anello reale al regal dito, una volta acciuffato il vostro principe, nel mondo del reality farsesco e davvero inquietante in onda su Sky, Principe cerca moglie, la sua parte nella storia è finita e la realtà della vita coniugale non compare affatto. Questa visione spietata e mercenaria delle relazioni non è certo un modello positivo per i giovani.
Orenstein osserva che questa principemania è concepita da alcuni genitori come una forma di difesa dalla “sessualizzazione precoce”: il portamatite con il coniglietto di Playboy e le magliette da lolita che altre bambine reclamano a gran voce. Le principesse sono viste come una innocente fantasia che offre virtuosi vantaggi rispetto ai lecca-lecca e ai volteggi intorno al palo della puttanaggine adolescenziale. Sono l’unica a trovare questa scelta non proprio entusiasmante? Alle ragazze vengono offerti due modelli antitetici di femminilità docile e pseudoliberata: la principessa e la pornostar. È un’alternativa che esiste da secoli: vergine o puttana, un bel principe o un bel pappone, chi ti vuoi scopare per conquistare fama e fortuna? Oggi lo spettro colorato delle aspirazioni femminili va solo dal pallido rosa pastello allo sgargiante rosa sexy, con un’occasionale deviazione per il bianco nuziale. Ma lì fuori c’è un intero arcobaleno di esperienze tra cui le ragazze possono scegliere.
La mania delle principesse non è solo un fallimento del femminismo, ma un fallimento dell’intera società che non sa rispettare e valorizzare le sue giovani donne offrendogli qualcosa di più di una inconsistente e rosa fantasia da vissero sempre felici e contenti. Non c’è niente di male nel fantasticare un po’, ma per le bambine di tutto il mondo ci sono sogni migliori che voler solo essere carina come una principessa.


